TOTALITARISMI IN AGGUATO? (L’oscurità è arrivata n.4)

di SIMONETTA BISI 

«Il pensiero complesso dovrebbe fare passi avanti. Invece, è sicuramente frustrante dover constatare come oramai tra le élite politiche si sia imposto un pensiero riduttivo, dominato da criteri tecnico-economici. Stiamo assistendo ad una riduzione del sapere, soppiantato dal dominio delle cifre. Via via che la complessità del mondo aumenta, il pensiero predominante appare sempre più incapace di comprenderla. È una visione cieca. E questo mi preoccupa molto. Ma ovviamente, può capirmi solo chi si trova a disagio in questo clima. Dunque sto predicando nel deserto. Ma ciò non mi turba, dato che credo in quello che dico».   (Edgard Morin, Repubblica, 17/08/2018)

Nel suo ultimo libro Democracy and Its Crisis, il filosofo e critico britannico Antony Clifford Grayling indaga sul perché le istituzioni della democrazia rappresentativa sembrino incapaci di sostenersi contro le forze che sono state progettate per gestirla, e perché è importante approfondire[1].  Grayling prende in esame i momenti storici in cui le sfide che affrontiamo oggi sono state affrontate, come sono state superate – o meno – e con quali conseguenze. Lo fa attraverso una lettura che va dall’epistemologia del XVII secolo ai crimini di guerra del XX, per dirci che la democrazia rappresentativa, un tempo ammirata, e non senza ragione, nell’era di Donald Trump e Brexit, è stata “fatta fallire”.

Perché è successo? A causa di controlli insufficienti sul potere delle élite politiche ed economiche, per il fallimento nell’educazione civica della popolazione e per le distorsioni ideologiche create attraverso gli sforzi di lobbying di interessi particolari. Così populismo rancoroso e politica plebiscitaria prendono piede. Come ci ricorda Grayling, la democrazia, intesa come la regola della maggioranza, non è mai stata sufficiente di per sé. Platone, Aristotele e Machiavelli sapevano che era necessario altro, per garantire regole costituzionali che evitino l’esercizio arbitrario del potere, imporre standard di comportamento ai funzionari eletti o sostenere una sana autonomia dai governanti da parte dei governati.

Il libro offre una discussione su come il diritto di tutti noi di avere una voce nel governo delle nostre vite sia collegato a un altro nostro diritto: il diritto a un buon governo, e su come la democrazia rappresentativa tenti di raggiungere questo obiettivo. Abbiamo il diritto a un buon governo perché senza di esso non possiamo esercitare pienamente altri importanti diritti, inclusi quelli per la privacy e la libertà di espressione, per leggi imparziali, per il diritto di assemblea e altro ancora.

In situazioni anarchiche questi diritti vengono persi; quindi una società razionale dovrebbe garantire che le diverse e spesso contrastanti preferenze e interessi di noi persone siano tradotte, attraverso istituzioni concordate, in un buon governo

Con l’avvento di leader autoritari e la simultanea ascesa del populismo, la democrazia rappresentativa sembra essere intrappolata – afferma l’autore – between a rock and a hard place, uno spazio ristretto, ma è questo spazio che deve occupare, se deve prosperare una società civile che si occupi di tutta la cittadinanza.

Una frase del suo testo ricorda quella nostrana “mettere le mani nelle tasche degli italiani”, qui però il rischio è più grave. Graylin ci avvisa: è facilissimo smarrire ciò che ha un valore effettivo, e può succedere per disattenzione, per pigrizia, per errori indotti da eccesso di confidenza o banali distrazioni. Mentre siamo concentrati sugli schermi dei nostri televisori o dei nostri cellulari, altri, che hanno il potere di scrivere l’agenda politica, mettono le mani nelle tasche della nostra democrazia, negli ingranaggi che la guidano, nelle sue chiavi di accesso, nelle sue carte di credito. È il caso della cosiddetta Brexit, in cui l’ala destra di un movimento politico privo di consistenza elettorale, nella primavera del 2017 ha potuto illegittimamente imporre cambiamenti costituzionali di tipo epocale.

democrazia

In questo inizio del XXI secolo il riferimento culturale è all’ultima transizione del capitalismo post-fordista che ha portato al capitalismo finanziario, cioè alla finanziarizzazione dell’economia, alla globalizzazione (del mercato e delle idee) e all’irruzione massiccia delle nuove tecnologie.  Tutto ciò ha determinato un progressivo mutamento delle culture sociali, non più ancorate alle cosiddette grandi narrazioni. Molti studiosi sono concordi nel definire le caratteristiche salienti di questa tarda – per dirla con Giddens – modernità (o post modernità) contrassegnata da una tendenza generale all’omologazione di abiti mentali e comportamenti che ci rende simili da un capo all’altro del pianeta.

Una situazione difficile, se non da comprendere, da arginare. Ormai rassegnati alla perdita di quel carattere progressivo che ha ispirato fino ad oggi la politica delle sinistre, per un reale cambiamento sarebbe necessario pensare l’impensabile, per rispondere alle richieste di protezione della popolazione. C’è l’esigenza di rassicurare anche sul piano simbolico e politico, e di far fronte alle conseguenze della riconfigurazione e del restringimento del mercato di lavoro. Nel frattempo prevale la fascinazione di risposte semplificate a questioni complesse, a cui rispondono i populismi, nell’attesa dell’auspicato da molti “uomo forte”.

In cambio di una pseudo-rassicurante protezione si diffonde la visione culturale della “società dei populisti” che mira a creare una gerarchia interna (prima gli italiani, prima gli americani…) per cui i diritti devono essere assegnati solo a una parte della società, tornando così all’era pre-illuministica. Questa restrizione dei diritti, che incide sulla libertà di scelta dell’individuo, non può non generare conflitti (ma fa aumentare i voti) e creare nuove e inquietanti mentalità collettive.

Anche la politica nella sua accezione democratica ha contribuito in modo sempre più rilevante al costituirsi di un orizzonte di perdita. Conquiste sociali ottenute in due secoli di lotte sindacali sono guardate quasi come causa della crisi economica. L’Europa non riesce a mantenere l’ideale umanista e progressista da cui era nata. Lo scadimento è ben tangibile sia nelle aule dei parlamenti sia nelle campane ridondanti dei social network.

La sinistra (non solo quella italiana) è rimasta impigliata in questo mutamento, ha perso una parte di sé, ha assorbito la tendenza al conflitto anziché alla mediazione, perdendo di vista gli interessi della comunità nazionale. Abbandonato il territorio alle clientele locali, abbandonati i lavoratori e le categorie professionali per cui era un riferimento, non ha nemmeno intercettato il nuovo. In Italia i media hanno insistito sulle diatribe interne, sull’egemonia renziana, sulla rottamazione dei politici per energie fresche (come si sono formati, di quali idee sono portatori?). Anche se il centrosinistra italiano dei penultimi governi (Renzi e Gentiloni) ha fatto progredire il Paese in materia di diritti civili, finalmente – aggiungo – va ricordato che questo ha generato contrasti ideologici, o pseudo tali, allontanando altre priorità che comunque non possono essere trascurate, come i diritti sociali.

Alla sinistra che difende le minoranze, la maggioranza ha dimostrato di preferire chi offre soluzioni semplici ai problemi di ciascuno, e ha votato per chi si è offerto come il taumaturgo dei mali della società, in grado di abolire povertà e disoccupazione, abbattere le tasse, condonare anche l’incondonabile. Da qui l’attuale, impensabile, connubio Lega-M5S sancito, per la prima volta nella storia della Repubblica, non da un programma di governo ma da un contratto. In questo momento stiamo assistendo a uno scontro con l’Europa che viene raccontato ai “seguaci” con argomenti che si pensa possano convincerli, come dimostrerebbe d’altronde la costante crescita della Lega registrata dai sondaggi.  Il dispregio delle parole buonismo, political correct, radical chic confina la sinistra in quella minoranza culturalmente avvertita che teme derive autoritarie, passi falsi che possono portare il Paese fuori rotta, e ritiene doveroso votare il meno peggio.

Cosa è se non sollecitazione al risentimento e all’odio l’insistenza di Luigi Di Maio sui “parassiti sociali”? Il capo politico del M5S ha ripetutamente affermato: “Avviamo una rivoluzione culturale. Ci liberiamo dei raccomandati e dei parassiti”, mettendo nel calderone chiunque appartenesse a una categoria non gradita, per esempio i dipendenti Rai e i giornalisti. Verrebbe da chiedersi chi sono i predatori: forse chi propaga illusioni e falsità? Chi altera la realtà dei fatti? Chi si piega ai diktat del suo partner pur di rimanere al governo?

Purtroppo la propaganda salviniana ha contribuito e contribuisce a superare i confini morali, a ridurre la soglia di tolleranza etica degli spettatori. Il gusto per la ferocia è contagioso, soprattutto se si riesce a rappresentare la vittima come portatore di una minaccia perché è out-group, appartenendo a un gruppo “diverso” e possibilmente disprezzato (i clandestini africani e centro-americani, gli immigrati irregolari, i rom). Anche nella celebrazione salviniana della ruspa c’è del metodo. Alzando man mano il livello della sfida, le difese collettive si abbassano, la violenza è sdoganata, il suo uso tollerato.

È questo anche l’effetto della cultura politica, trasferita nel twitterismo in diretta, che richiede una semplificazione brutale, la riduzione a slogan di puro impatto mediatico, la demonizzazione dell’avversario sulla falsariga dell’opposizione schmittiana fra inimicus e hostis.

L’uso manipolatorio dei social network è una realtà verificatasi in molti casi reali: alla già citata Brexit e all’elezione di Trump si aggiunge l’ultimo scandalo italiano di tweet prodotti di laboratorio scagliati contro il presidente Mattarella. Delle “fake news” si è parlato e si continua a parlare, i siti che le divulgano appena vengono identificati, altri ne sorgono, come i falsi account organizzati da società di comunicazione. Il rischio di una trasformazione della capacità autonoma di giudizio di gran parte della popolazione in una accettazione amorfa e acritica delle informazioni-dis-informazioni che ci bombardano quotidianamente a ritmo frenetico è largamente presente, e si sostanzia in molti comportamenti, tra cui il voto elettorale.

Quanta parte delle società democratiche è disposta a rinunciare alle proprie idee di libertà e di civiltà? Come è possibile non rendersi conto della regressione civica in atto leggendo la comunicazione online dei nuovi populisti da Trump a Salvini? Come pensare che ci si possa adeguare a discorsi che toccano diritti già acquisiti, che discriminano i diversi, che usano un linguaggio triviale e scomposto?

Mi è capitato, direi per caso, di leggere un articolo del giornalista irlandese, Fintan O’ Toole – già citato da Nicola Porro – che ha innescato in me pensieri sgraditi perché la sua lettura dei fenomeni attuali va ben al di là della visione corrente che considera i contemporanei populisti come sprovveduti e incapaci, che arringano il popolo con irreali proponimenti facili da smascherare[2].

 Invece, dice O’ Toole, questa tipologia di comunicazione potrebbe essere pensata per valutare l’impatto sull’opinione pubblica di idee sino al giorno prima considerate repellenti. I vecchi totalitarismi, ad esempio, sono presentati come episodi irripetibili e depurati di qualunque implicazione ideologica (ancora una volta: non siamo di destra né di sinistra). Le ideologie sono cose del passato, stantie e solo da buttare, le nuove tecnologie consentono di far parlare direttamente i cittadini, con la rappresentanza dal basso che manda a casa le obsolete forme di rappresentanza democratica.  E a chi teme una deriva reazionaria, si oppongono i neopopulisti proprio in nome della democrazia….

per quarto blog

I principali leader populisti contemporanei sono proporzionalmente meno istruiti e meno culturalmente attrezzati dei dittatori del Novecento, ma dietro di loro operano comunicatori esperti in grado non solo di sfruttare le potenzialità del web ma anche di fornire le munizioni pseudoculturali dell’offensiva populista. Sanno abilmente sfruttare la propaganda, utilizzano molto i social network, e le nuove tecniche di penetrazione nell’opinione pubblica, alimentano sentimenti di odio.

Il governo delle cose umane, il potere nella sua effettività, si è trasferito da quello che Carl Schmitt aveva individuato come il campo proprio de “Il politico”, il nomos della terra, alla competizione globale del capitale tecnologico-finanziario. Amazon, Google, Facebook, e così via, hanno mutato il lavoro in mera attività di sopravvivenza materiale, hanno ridotto la relazione umana all’attesa solitaria di “like” su cui emozionarsi e favorito una destrutturazione del linguaggio e della grammatica, sostituite con abbreviazioni e faccette varie[3].

Siamo rimasti senza parole, senza parole per dire, senza parole per comunicare, senza parole per pensare.

Come nella canzone di Roberto Vecchioni Il libraio di Selinunte che la notte leggeva “parole di romanzi e versi come cose da toccare”, quelle parole che “come musica di seta/ mi prendevano per mano, e mi portavano lontano/ dentro le immagini, nei libri e nella pelle / di chi aveva già vissuto cose tanto uguali a me; / nella follia d’essere uomo e nelle stelle / per andare oltre il dolore più inguaribile che c’è/ e le parole si riempivano d’amore,/ le sue parole diventavano d’amore, / le sue parole diventavano l’amore.”

La casa del libraio finì bruciata. Arrivò un pifferaio che: “…si portava dietro le parole 
e se le trascinava nella luce bianca della luna: / non si voltò, non si voltò neanche a salutare/ se le prese su tutte, e le gettò nel mare… / e le parole del libraio da quella sera /se ne andarono per sempre…” 

 SIMONETTA BISI

[1] A.C. Grayling, Democracy and Its Crisis, Oneworld Publications, 2017.
[2] F. O’ Toole, “Trial runs for fascism are in full flow”, The Irish Times, 26 -06- 2018
[3] Vds, Bruno Montanari, La politica al tempo dei robot, si dà ancora un “principio speranza”?, Filosofia in Movimento 2018, http://filosofiainmovimento.it