ITALCEMENTI, POLVERE DI AMIANTO O IL SILENZIO DELLA POLVERE?

di DARIO BERTOLO ♦

Prendo spunto dal recente intervento del consigliere Patrizio Scilipoti di Onda Popolare riguardante le attività di bonifica del sito ex Italcementi, precedute da quelle di Massimiliano Grasso e del sindacato  UGL nelle settimane scorse, per fare alcune considerazioni personali sull’argomento.

Sono ormai anni che le attività produttive dello storico cementificio sono terminate. Questo, oltre ad avere causato una significativa perdita di posti di lavoro le cui ricadute occupazionali rimangono ancora irrisolte, ha posto il problema, se vogliamo ancor più importante per la salute pubblica, della bonifica del sito che, come noto, è interessato dalla presenza di   notevoli (e ad oggi ancora imprecisate) quantità di materiale altamente cancerogeno ed inquinante.

E’ utile ricordare che la politica, negli anni passati, si è occupata della riqualificazione dell’area, suscitando più di una perplessità e scatenando polemiche anche feroci.

Tralasciando la tesi  di parte dell’opposizione dell’epoca che parlava di un tentativo speculativo di lottizzazione selvaggia  e che , seppur con punti di vista diversi , tale non avrebbe potuta essere in quanto soggetta preventivamente alle obbligatorie approvazioni legislative oltre che a quelle politiche e istituzionali, va detto che nessuna città può permettersi di avere , nel cuore del proprio insediamento urbano, una area ad alto rischio ambientale i cui proprietari, in questo caso il gruppo tedesco Heidelberg Cement ora e la famiglia Pesenti prima ,hanno colpevolmente ignorato.

Quello che però lascia disorientati è l’atteggiamento, del tutto irrituale e assolutamente pragmatico che l’attuale amministrazione cittadina sta assumendo nei confronti dei lavori, iniziati da circa due mesi, di bonifica delle aree e delle strutture affidati, dalla proprietà, ad una impresa bergamasca.

La stessa amministrazione che della trasparenza e del coinvolgimento dei cittadini attraverso la cosiddetta democrazia diretta ha fatto uno dei baluardi politici, foriera dei numerosi consensi ricevuti in questi anni.

La stessa amministrazione che oggi si rifugia in un ostinato e imbarazzato silenzio, rotto solo, per ragion di stato, dalla tanto rassicurante quanto vaga dichiarazione del 04 settembre scorso nella quale si asserisce, con toni ottimistici, che:

Durante i colloqui la proprietà ha comunicato che a breve inizierà i lavori di demolizione e di bonifica degli impianti rimasti. Italcementi quindi valuterà, se le condizioni saranno ritenute favorevoli, il conferimento del sito al fondo immobiliare, il cui regolamento verrà varato a breve, dopo il via libera di Bankitalia, per poter poi dare il via alle operazioni di apporto al fondo stesso. Appena le tempistiche saranno meglio definite sarà fornita puntuale comunicazione alla città, sottolineando che la demolizione dei manufatti di Italcementi rappresenta un cambiamento epocale per Civitavecchia e un’occasione che la città saprà sicuramente cogliere. Annuncia infine di aver chiesto alla proprietà di coinvolgere il più possibile l’imprenditoria locale e le sue professionalità, a partire dalla cooperativa degli ex lavoratori Italcementi”

( cit. da TRC Giornale del 04/09/2018)

Ad oggi risulta, viceversa, che la proprietà ha sì iniziato i lavori di bonifica, ma attraverso una società non locale, con buona pace delle imprese cittadine che, qualcuna pur in possesso di importanti qualifiche ambientali in tema di smaltimenti, non sono state minimamente interpellate e tantomeno coinvolte, come del resto gli ormai dimenticati operai ex Italcementi mai realmente al centro dei pensieri di una amministrazione variabilmente rancorosa.

Da tutto questo si evince come la pochezza istituzionale e politica di questa Giunta, unita ad un naturale propensione al pressapochismo sia, viceversa, la garanzia per atteggiamenti e comportamenti arroganti da parte di chi negli ultimi anni, ha approfittato della incapacità manifesta alla difesa e alla tutela dei propri concittadini e del proprio territorio.

Il riferimento ai gestori delle centrali elettriche, agli armatori, ai grandi gruppi industriali e commerciali, nonché ai personaggi che sistematicamente hanno inquinato il tessuto sociale, civile, culturale e imprenditoriale di questo comprensorio e continuano a farlo, non è puramente casuale.

Per ultimo voglio citare il libro che ha, parzialmente, dato spunto al titolo di questo articolo e che ritengo possa essere una ulteriore occasione di riflessione, se non altro per la testimonianza che ci consegna:

Il Silenzio della Polvere. Capitale, verità e morte di una storia meridionale di amianto

 di Antonello Petrillo

La storia (vera) di una piccola città del Meridione dove, all’inizio degli anni Ottanta, centinaia di giovani sotto i venti anni vengono reclutati ed assunti da una impresa creata appositamente per decoimbentare, senza alcun tipo di dispositivi di protezione, e sempre a mani nude, l’amianto presente nell’intero parco rotabile delle Ferrovie dello Stato (elettromotrici, vagoni merci e passeggeri).

L’indagine socio etnografica di URiT (Unità di Ricerca sulle Topografie sociali) ha ricostruito, attraverso le biografie quest’ultimi, le omertà e i silenzi delle istituzioni, del ceto politico locale e di chi aveva la responsabilità di controllare e vigilare. Il tutto in nome di un archetipo diffuso, anche oggigiorno, nel quale alcuni territori, economicamente e socialmente deboli, vengono identificati per localizzare attività produttive pericolose e altamente inquinanti. Dei molti che si sono ammalati gravemente, pochissimi sono sopravvissuti.

La nostra terra, la nostra città, noi stessi siamo, più o meno inconsapevolmente, i protagonisti di una storia analoga. Con un epilogo che si prospetta ancora più drammatico.

DARIO BERTOLO