L’INCONSAPEVOLEZZA (L’OSCURITÀ È ARRIVATA N.1)

 di SIMONETTA BISI ♦

L’inconsapevolezza

I can’t take this shit no more
I can’t take this
I can’t take this shit no more
I can’t take it … no more

[…]

(Underdogs, The coup)

 È uscito oramai da un anno il mio libro La maggioranza sta. I conformisti del XXI secolo, nel quale ho tentato di rappresentare come “idealtipi” alcuni tratti di quella maggioranza che negli ultimi decenni in Europa, e non solo in Europa, ha determinato, e sta determinando, uno scivolamento verso quelle che io vedo come possibili derive autoritarie.

Mi riferisco a quelle donne e a quegli uomini che nell’agire conforme – cioè nella logica mercantile della società occidentale – credono di trovare qualcosa di più di un effimero, momentaneo appagamento. Una maggioranza ripiegata su se stessa, autoconfinata nel proprio gruppo a voce unica, poco incline a occuparsi degli altri, dei diversi, degli outsider. Una maggioranza che non coglie le incoerenze e contraddizioni che contraddistinguono il modello sociale dominante ma, con le parole di Fabrizio De André: “… sta recitando un rosario di ambizioni meschine/ di millenarie paure/ di inesauribili astuzie/ coltivando tranquilla l’orribile varietà delle proprie superbie.”

Cover del libro

 Nell’analisi che ho condotto – basata sull’osservazione diretta, su interviste e su dati statistici – ho enucleato alcune caratteristiche dei nuovi conformisti che, a mio avviso, esprimono tutte un disagio latente: vite apparentemente ben adattate sono preda di rabbia e turbamenti che si manifestano sia nel comportamento sia nel rapporto con gli altri. Per esempio: i tratti narcisistici che si esprimono nella manipolazioni dei corpi così come nei disturbi dell’alimentazione, la solitudine di un numero sempre maggiore di persone causata dalla disgregazione della comunità umana sostituita da quella digitale, l’anomia digitale, soprattutto nei giovani, le nuove e antiche paure che sono più psicologiche che reali (De Rita parla di povertà psicologica) e le vite inquiete dei “nuovi filistei”, per i quali il lavoro non è un mezzo per vivere dignitosamente, nemmeno un valore, ma l’arena in cui si combatte e si risponde al martellante incitamento alla competitività.

Rimandando al mio testo per una più compiuta informazione, ritengo tuttavia utile evidenziare alcune conseguenze dei vissuti di molti uomini e donne del XXI secolo. Vissuti che si riflettono nelle “nuove credenze”, pronti a inseguire chi promette un non ben definito “cambiamento”, formula magica a prescindere dai contenuti.

Ci troviamo di fronte a un paradosso: proprio nel momento storico in cui è smisuratamente aumentata la possibilità di essere informati su tutto o quasi tutto, proprio in questa epoca caratterizzata da un ininterrotto e quotidiano viaggiare di notizie e conoscenze che dovrebbero renderci più comprensibile il concetto di complessità, accade il contrario. Anche tra le élite politiche si è imposto un pensiero riduttivo, dominato da criteri tecnico-economici. Via via che la complessità del mondo aumenta, il pensiero dominante appare sempre più incapace di comprenderla.
Il contesto non solo non aiuta, non stimola, non incoraggia a pensare ma di fatto, con vari accorgimenti e l’uso sapiente dei media e della pubblicità, non offre neanche il doveroso stimolo e incoraggiamento a farlo.

Sottoposti a una nuova economia psichica, ed esposti a una mutazione culturale che ha trasformato i sistemi di rappresentazione collettiva – effetto del connubio tra sviluppo delle tecnoscienze e logica liberista – si è esteso un sentimento infantile di onnipotenza che ha azzerato ogni riferimento a quei contributi fondanti delle generazioni precedenti. La fragilità degli apparati simbolici degli individui e dei gruppi non può non produrre vissuti soggettivi di malessere, come confermano gli studi attuali di psicanalisti e psicologi.  L’elemento forte di questa pervasiva e generalizzata sensazione di disagio risiede nella non consapevolezza: qualcosa non va, è vero, si avverte una pena da qualche parte. Sì, ma dove? La tendenza è quella di cercare la risposta fuori di sé: è colpa di qualcun altro che mi ostacola, è colpa del mondo che non va come dovrebbe, è colpa della politica…

Basta osservare, basta ascoltare, basta seguire i social network: comportamenti e pensieri esprimono una profonda mancanza di serenità, un’insoddisfazione latente, un rifiuto all’ascolto delle voci interne, al dialogo con se stessi. Ciechi davanti alle proprie contraddizioni, si tende a guardare l’altro con sospetto, ci si sente traditi e soprattutto in credito, e questi sentimenti negativi accrescono aggressività e rabbia. Pensiamo alle giornate governate dalla fretta, a vite incalzate dal “fare”, alle difficoltà di ascoltare le proprie emozioni fino a rischiare un’atonia emotiva, alla scomparsa della gratuità nei rapporti con gli altri. Sono impossibili, d’altra parte, calma e tranquillità se le fantasie che appartengono al mondo dell’immaginario, un immaginario sociale inculcato e condiviso, sono per molti irraggiungibili nella vita reale, o peggio, si svuotano del loro contenuto, relegate alla mera apparenza negli spot pubblicitari, televisivi o su carta stampata, di qualche prodotto di consumo. Cosa c’è di maggiore sgomento, per un membro della classe media, che vedersi stritolato dalla povertà di chi è senza lavoro e gli abita nella casa affianco e dall’opulenza immeritata di chi è ingiustamente posizionato su un gradino superiore della scala gerarchica?

Sentimento, emozione e narcisismo prevalgono sulla ragione, sull’empirismo e sul senso civico. Le proprie certezze si formano sull’opinione, sul credo del gruppo di appartenenza, reale o virtuale che sia. Una soluzione facile evita scelte, evita perdite di tempo, evita di pensare. Come aveva già evidenziato Cornelius Castoriadis, questa è l’epoca della montée dell’insignifiance, del “non pensiero”[1]. Bruno Montanari, nel suo articolo La politica al tempo dei robot, si dà ancora un “principio speranza”? si chiede se oggi sia ancora possibile allestire un pensiero, cioè se sia possibile per la cosiddetta maggioranza, quella a cui io principalmente mi riferisco, esercitare quella funzione cerebrale che corrisponde al “pensare”.

La risposta non è ottimistica.  Oggi il pensare ha una scarsa attrattiva: richiede tempo, riflessione, è complicato, stanca. Più immediato per l’uomo-massa rispondere con la pancia. Gli spot, con l’immediatezza della battuta, vera o falsa che sia, nota Montanari, colpiscono immediatamente nel segno: ottengono rapidità di risposta sotto forma di reazione irriflessa[2].

Così si vive una “rivoluzione anestetizzante”, che non mette davvero in discussione l’attuale ordine economico e sociale, purché venga garantita la soddisfazione dei bisogni, soprattutto materiali, messi in pericolo da presunte folle di migranti, malamente difesi da una ormai sempre più ridotta minoranza unita sotto un’unica stereotipata etichetta: i radical chic.

foto2

Quello che Simon Reynolds evidenzia con riferimento alla cultura pop degli Anni Zero nel suo Retromania[3], può essere esteso alla cultura in senso lato, incapace di immaginare un pensiero nuovo, bloccata, ancorata al passato immediato, un passato velato di nostalgia. Non solo. Pensiamo al fascino nostalgico delle rivendicazioni delle proprie specificità culturali, alle prese di posizione contro i diversi con le correlate dinamiche di esclusione, al ritorno della tradizione e del conservatorismo. Al fenomeno del cosiddetto risveglio delle religioni – o pseudo tali – alla difesa della famiglia legalmente sancita, alla battaglia contro diritti già, e a fatica, acquisiti (divorzio, aborto, procreazione assistita, unioni civili), al rinverdirsi di desuete e moraleggianti dispute, ai nuovi conservatorismi. Da più parti si riaffacciano pretese di verità assolute, spacciando troppo spesso la difesa delle cose per difesa dei valori.

In realtà, parlare di risveglio dei valori, è assolutamente improprio: ne sono rimasti i nomi, simulacri, simboli vuoti, parole di facciata che servono più ad alzare barriere che ad accogliere le (eventuali) pecorelle smarrite. Continua a prevalere un modo conformista di pensare, di parlare e di agire, una spinta alla passività piuttosto che all’iniziativa. Sempre più si tende a rassicurare se stessi adattandosi ai modelli di vita socialmente condivisi, quasi a garanzia di conforto e di gratificazione. Continua a prevalere una condizione generalizzata di infantilità: il mercato alimenta rapidi e voraci entusiasmi, destinati in breve tempo alla delusione, offrendo in continuità nuovi oggetti di piacere; la televisione alimenta una dimensione favolistica che induce a credere in mondi immaginari; personaggi dello sport e dello spettacolo alimentano miti impossibili, favorendo mimetizzazioni in altri da sé. Dominati da un senso di onnipotenza simile a quello dei bambini, come bambini i nostri, numerosi, cittadini normali reagiscono con sentimenti quali gelosia e invidia, ribellione e litigiosità. Superficialità, irrequietezza, tensioni si avvicendano, sentimenti diffusi di indifferenza, malinconia, rabbia cercano antidoti e li trovano nella virtualità dei social network, con il rischio che questa funzione vicariante diventi pervasiva e possa portare su strade inquietanti e sbagliate. Se volessi definire in breve l’essenza, lo zoccolo duro dell’attualità, direi che tutti gli elementi, pur nella loro ovvia diversità e portata, tutti in un modo o nell’altro ci parlano di una condizione di progressiva deresponsabilizzazione. Prevale l’ambiguità, e nell’incertezza si lascia aperta ogni possibilità: come decidere? Su che basi? Su quale progetto? A chi dare ascolto? Forse alla “rete”? La rete: non aiuta la comunicazione online. Non aiuta inseguire voci e notizie, né l’interfaccia con gli amici virtuali ha la capacità di aiutare la riflessione, di prendere consapevolezza di se stessi e del mondo in cui si è immersi.

La rete disperde, è quasi l’opposto di quella società descritta da Charles Taylor concepita come un insieme di pratiche e di istituzioni inscritte su uno sfondo comune di significati condivisi. E gli eventi sono per lo più plan events, anziché meaning events, cioè dotati di significato. La raggiunta centralità del soggetto, che ha in sé il proprio fine e che definisce ‘valori’ riferiti unicamente al sé, è l’aspetto debole dell’individualismo. Vivere ripiegati solo in se stessi, immemori degli interessi degli altri e della società, non funziona più. Nelle tre nuove forme di disagio, sintetizzabili in: individualismo (perdita di significato), razionalità strumentale (eclisse dei fini), dispotismo debole (perdita di libertà), questo terzo elemento, che Taylor, riprendendo Toqueville, chiama soft despotism, produrrebbe una perdita di libertà, in contrasto con quella libertà insita nella definizione e nella pratica dell’individualismo[4]. Ma, in questo caso, è proprio la tendenza a chiudersi nella vita privata, a cercare solo ciò che ci è utile, che porta all’alienazione dalla vita pubblica, alla delega politica, alla non partecipazione, all’accettazione di un governo che:

…. sarà mite e paternalistico. Potrà persino conservare le forme democratiche, con elezioni periodiche. Ma di fatto ogni cosa sarà governata da un potere immenso e tutelare, su cui gli uomini avranno ben scarso controllo[5].

Cosa fare per tirare fuori le persone dalla prigione in cui si sono a forza infilati?

Voci nobili, che tentano di riportare l’umanità su un terreno diverso, sollecitando un recupero dell’interiorità, della solidarietà, della moralità ci sono, ma nel clamore mediatico si perdono, si sfilacciano. Voci poco ascoltate, e se condivise, condivise solo a parole. Parole al vento, parole che non trovano eco, disperse in mezzo a mille altre voci, parole che si fermano solo un minuto nelle coscienze, subito inondate da messaggi contrari, messaggi incalzanti, che sovrastano ogni buona intenzione. Se così non fosse, avrebbero una presa reale, almeno tra chi si professa cattolico, le parole di Papa Francesco, i tanti suoi richiami alla solidarietà e all’accoglienza.

SIMONETTA BISI

[1] C. Castoriadis, “Contre le conformisme généralisé” in Le Monde diplomatique, agosto 1997.
[2] Bruno Montanari, La politica al tempo dei robot, si dà ancora un “principio speranza”?, Filosofia in Movimento 2018, http://filosofiainmovimento.it
[3] S.Reynolds, Retromania. Musica, cultura pop e nostalgia del passato, Isbn edizioni, 2011.
[4] Cfr. C.Taylor Il disagio della modernità, Laterza, Torino, 2006, e la sua analisi sociale che evidenzia la mancanza di riferimenti di senso, di un nuovo orizzonte di significato, di una nuova individualità fondatrice del suo significante.
[5] Id. p.13