SAPER VINCERE, SAPER PERDERE.

di STEFANO CERVARELLI ♦

Dopo una lunga pausa dovuta prima alle vacanze estive e poi a problemi tecnici che hanno completamente messo fuori uso il mio computer, eccoci di nuovo qui per riprendere le chiacchierate sullo sport e sui suoi contenuti educativi.

Per farlo ho scelto un argomento che non penso di esagerare definendolo uno dei pilastri principali sui cui poggia l’intera impalcatura educo-sportivo di un giovane: “saper vincere – saper perdere”.

Quante volte abbiamo sentito e ripetuto questa espressione, a proposito dei valori dello sport.

Sembra facile… Sembra facile quando la vittoria e la sconfitta sono lì, giudici imperterriti del nostro operato, delle nostre fatiche, e anche, perché no, portatrici di conseguenze a volte determinanti nella vita, specialmente in una società ed in ambienti dove il risultato è l’unica cosa che conta?

Saper vincere, si è portati a credere che ovviamente sia più facile: quali difficoltà ci possono essere o possono sopraggiungere nel vivere il successo? Vedremo che non è così. Altrettanto ovviamente la sconfitta è qualcosa che a volte provoca un’amarezza che va oltre un normale stato d’animo, destando sentimenti oltremodo negativi.

E’ evidente che nell’accettare e vivere i due diversi risultati sportivi entrano in gioco molteplici fattori emotivi.

Una prima spiegazione si può trovare nella educazione ricevuta in famiglia, dalle aspettative alle quali il ragazzo crede di dover rispondere, mentre una componente non irrilevante è data anche dal tipo di sport praticato (individuale o collettivo).

A questo punto voglio ricordare che in queste modeste note tratto esclusivamente dello sport giovanile e dilettantistico perché, come già detto in precedenti occasioni e come è facile del resto intuire, lo sport professionistico cammina su altri binari spinto, come è dagli interessi e dalla necessità di ottenere risultati soddisfacenti. “La vittoria-come era solito dire Giampiero Boniperti – non è importante, è l’unica cosa che conta”.

Ma torniamo ai nostri giovani atleti (a proposito avrete letto l’inchiesta su Repubblica nella quale è stato intervistato il nostro amico Nicola), i giovanissimi che praticano sport sono sempre meno.

Dunque, per riprendere il discorso, voglio fare una domanda che potrebbe apparire provocatoria. Cosa è l’educazione sportiva?

Nei nostri precedenti incontri abbiamo parlato di quelli che sono i valori dello sport ossia di quelle peculiarità morali che una sana pratica dell’attività sportiva “inietta” nella nostra educazione socio-culturale. Ma l’educazione sportiva cosa è? Per prima cosa c’è da chiarire che non esiste una educazione sportiva asettica al di fuori dell’educazione ricevuta, come dicevo prima, in seno alla famiglia ed in altri ambienti sociali; l’educazione – o la non educazione – si riflette in ogni aspetto della vita e delle attività quotidiane. A scanso di equivoci voglio precisare che qui sto parlando di educazione sportiva, da non confondere con l’agonismo anche fisico, il quale è necessario per competere ed opporsi all’avversario, (ma questo è un altro discorso).

Ma allora l’educazione sportiva non è altro che semplicemente trasportare il proprio atteggiamento, il proprio “essere” di fronte ai vari episodi e nei confronti dei personaggi che si incontrano durante l’avvenimento sportivo.

Volete un esempio? Tra la formazione giovanile della Roma ed un’altra squadra, un giocatore vedendo il portiere avversario infortunato e nella impossibilità di intervenire, si è fermato rinunciando a tirare in porta. Sapete chi è questo ragazzo? Il figlio di Francesco Totti. Esempio limite, unico? La Roma avrebbe vinto lo stesso? Non lo so, ma senza dubbio un bel gesto di educazione sportiva.

Ma come si realizza poi nei fatti il concetto: “saper vincere – saper perdere” al di là della solita frase di circostanza? Per prima cosa dal mondo dello sport giovanile deve scomparire del tutto l’idea che “importante è vincere”, così non si fa il bene dei ragazzi.

Nella vittoria bisogna essere consapevoli che quella non è stata che il frutto di una momentanea superiorità: tappa di un processo di crescita; quindi non esaltarsi più di tanto e realizzare lucidamente come il successo sia arrivato (questo è un compito che riguarda molto l’allenatore, così come evitare il protagonismo, ma in questo bisognerebbe stare più attenti ai genitori che ai giovani).

Avere sempre poi il massimo rispetto degli avversari consapevoli che ci si potrebbe trovare, prima o poi, nella loro stessa situazione. Anche qui l’allenatore è chiamato a svolgere un lavoro delicato, perché pur non spegnendo l’entusiasmo e l’euforia nei giovani, deve saperli tenerli vicini alla realtà, perché la partita, o la gara successiva, potrebbe dare risultati differenti.

Nella sconfitta la prima cosa da “sconfiggere”, passatemi il gioco di parole, è il ricercare la colpa di questo in fattori esterni, questo vale sia come squadra che come singoli.

Sentirsi “vittime” degli arbitri, della sfortuna, delle condizioni climatiche o di altre cose, non è certo di grande aiuto.

Ai ragazzi bisogna insegnare che in una competizione ci sono tante situazioni con le quali bisogna fare i conti.

L’arbitraggio, per esempio, è uno di queste. Ne avrei tante di situazioni da raccontare dove il primo avversario da superare è stato proprio l’arbitro, ma l’attività giovanile serve ad educare anche a questo.

L’educazione sportiva, però, non vuol dire accettare evidenti sopraffazioni ed ingiustizie palesi, vuol dire imparare ad avere davanti a queste il giusto comportamento.

Quando si perde poi la cosa più semplice è riconoscere, al di là si quanto detto prima, il merito degli avversari.

Saper analizzare le proprie colpe e le proprie mancanze, senza drammi o ripercussioni personali eccessivamente negative. In queste valutazioni e in questi stati d’animo molto conta la differenza tra sport di squadra e sport individuale.

Nei giovani atleti bisogna coltivare l’idea che quello che conta nella vittoria, come nella confitta, è che loro, detta in parole povere, abbiamo dato il massimo e fatto il meglio di quello che potevano: la vittoria e la sconfitta fanno parte del gioco, non sono, come dicevo all’inizio, giudici inflessibili del nostro destino.

C’è un’ultima cosa che, per esperienza personale, ho auto modo di constatare essere l’ostacolo più difficile da superare verso una serena accettazione della vittoria e della sconfitta.

Questo ostacolo ha un nome “GIOCARE TUTTI “.

Negli sport di squadra il primo obiettivo è la partecipazione di tutti, coinvolgere tutti, responsabilizzare tutti, dare a tutti la possibilità di divertirsi ed esprimere le proprie capacità. Scelta difficile che fa capire come a livello giovanile, il gruppo, la squadra deve riuscire ad avere un’idea dello sport che vada oltre il risultato.

Io, per quanto mi riguarda, quando allenavo squadre giovanili, facevo le mie scelte e naturalmente ho perso partite che potevo vincere.

Ho visto atleti e atlete delusi e deluse, ma poi in seguito ho avuto l’amicizia e la stima di uomini e donne.

STEFANO CERVARELLI