ALIEN E OMERO: COMPETENZE, RUOLI E RESPONSABILITÀ Parte 2

di FEDERICO DE FAZI ♦

Benvenuti in quest’ultimo nostro incontro di riflessioni tematiche che, dall’eccellente lavoro degli aedi antichi che si firmano come Omero, passa per quello pessimo di Ridley Scott e dei suoi sceneggiatori fatto con Alien Covenant. Nell’incontro precedente mi sono soffermato sull’aspetto delle competenze e dei ruoli nell’Iliade e nell’Odissea e di come il contrasto tra questi due elementi sia un eccellente motore per le vicende narrative. Questa volta mi addentrerò in un mare ben meno navigabile.

In Alien Covenant vi sono numerosi punti in cui l’attrito tra la competenza e il ruolo sono così forti da essere stridenti quanto un’unghia che gratta l’ardesia.

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la discesa sul pianeta in Alien Covenant

I nostri protagonisti scendono su un pianeta alieno, che ha sì un’atmosfera respirabile, ma è comunque sconosciuto. Non siamo più ai tempi di Odisseo, quando il massimo della preparazione erano una spada e dei doni da portare ad eventuali ospiti. In un futuro dove è possibile attraversare distanze interstellari in uno stato di ibernazione criostatica e l’Uomo, disabituato ormai al contatto con la natura, ha sviluppato di sicuro potenti allergie a polveri e pollini, il minimo che ci si possa aspettare è che si scenda su un pianeta con indosso tute di protezione ambientale, per evitare il contatto con eventuali patogeni presenti nell’atmosfera. Ovviamente il contagio avviene, causando l’infezione di due membri dell’equipaggio e la nascita di altrettanti pericolosi alieni.

Nel tentativo di ucciderne uno, la squadra esploratrice apre poco saggiamente il fuoco nel deposito munizioni del modulo di atterraggio, distruggendolo e privandosi della possibilità di fuggire.

La prima incongruenza di tutto questo sta proprio nel fatto che un gruppo di esploratori, palesemente civili, non abbia nessun tipo di protezione ambientale, ma porti con sé armi chiaramente pensate per uccidere altri esseri umani.

Le premesse del film vorrebbero farci pensare a un gruppo di coloni diretti verso un pianeta brullo da terraformare (quindi con atmosfera potenzialmente inadatta alla vita umana), ma da come sono equipaggiati verrebbe da pensare più a una forza di occupazione, armata con fucili d’assalto ed esplosivi. Qual è il loro ruolo e che competenze hanno?

Non sono coloni/esploratori, perché non hanno il minimo protocollo di sicurezza nei confronti di un ambiente alieno, né sono veri soldati, perché non hanno l’addestramento necessario per realizzare che non si apre il fuoco nel deposito munizioni dell’unico mezzo che può riportarli alla nave che orbita sopra le loro teste.

Per fare un paragone, gli uomini di Odisseo sono guerrieri e navigatori, abituati a combattere ed andare per mare. Sanno bene che in mare vige una legge che tutti gli uomini rispettano e, quando si fermano su un’isola per rifornirsi, rispettano il protocollo del navigatore, portando doni per l’ospite (che per la legge del mare e di Zeus non può rifiutare richieste di ospitalità) e armi per cacciare ed eventualmente difendersi da un indigeno ostile.

Di norma qualunque navigatore dell’epoca avrebbe agito così, sapendo che tra uomini di mare si rispettano delle regole. Il problema è che gli incontri di Odisseo superano le competenze sue e dei suoi uomini.

Essi non si aspettano di incontrare una torma di giganti antropofagi (i Lestrigoni), che affonda una flotta lanciando pietre, né un mostro di una decina di metri con un occhio solo e nessun rispetto delle leggi di Zeus, tanto meno una maga che con i suoi intrugli può trasformare gli uomini in maiali. Si tratta di prove che vanno ben oltre il loro ruolo e le loro competenze, ma proprio grazie alla duttilità di Odisseo, i suoi compagni remano lontano dalla costa dei Lestrigoni e accecano il malvagio Polifemo.

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Odisseo e Polifemo, di Arnold Bocklin

Quando però il pericolo è prevedibile, anche i marinai possono sviluppare delle competenze che possono aiutarli a superarlo. Come quando, presso gli scogli delle sirene, gli uomini di Odisseo si tappano le orecchie con la cera mentre il loro comandante, proverbialmente curioso, si fa legare all’albero della nave per ascoltare il canto senza essere di intralcio ai rematori.

Come gli aedi della tradizione omerica hanno fatto, anche Scott e i due sceneggiatori, Logan e Harper, avrebbero potuto giocare sull’imprevisto e sulla possibilità di incontrare nello spazio pericoli ben al di là delle comuni aspettative. Gli ipercinetici xenomorfi delle prime sequenze o la follia omicida e perversa dell’androide David possono essere senza dubbio annoverati come incontri di questo genere, ma le spore contaminanti che causano l’escalation di situazioni catastrofiche non lo sono di certo.

Potete capire che far partire una storia da premesse così deboli e poco convincenti è l’equivalente della similitudine biblica del voler costruire una casa sulla sabbia.

Nei nostri incontri precedenti, in cui ho parlato del binomio irrazionalità e razionalità, ma anche di Fede e fiducia, ho affrontato il discorso dell’inettitudine del Comandante della spedizione coloniale, il quale per un’incompetenza che in certi punti tocca le vette della stupidità, porta il suo equipaggio verso morti via via più terrificanti. Rischierei di ripetermi, dato che queste dissertazioni sono ridondanti per loro stessa natura (alla fine rivediamo la stessa storia più volte da diverse angolature), quindi mi soffermerò solo su di un aspetto.

Vi è un momento in cui l’androide folle David si frappone tra il Comandante, armato di fucile d’assalto e la creatura aliena che ha appena decapitato un membro dell’equipaggio. Non so a quanti dei miei lettori sia capitato di essere responsabili di altre persone, ma per la mia esperienza personale si è portati, quando questo succede, ad agire con un atteggiamento ben diverso da quello di un subalterno, compiendo scelte più oculate e previdenti, magari non curandosi della propria incolumità o della poca popolarità che queste scelte possono avere.

Il Comandante invece agisce senza raziocinio, lasciando che la sua curiosità abbia il sopravvento su ogni tipo di prudenza o responsabilità. Ho già descritto, parlando delle tematiche dell’irrazionalità e della razionalità, quanto questa sequenza non abbia alcun senso e, nell’ottica con cui la stiamo affrontando adesso, il senso lo perda completamente.

Il Comandante infatti non è più un singolo individuo: il suo ruolo lo rende il principale artefice del destino dei suoi compagni ed è in suo dovere fare di tutto per preservarne l’incolumità. Questo non vuol dire che sia infallibile e che non possa compiere errori di giudizio, ma allo stesso tempo dovrebbe essere in grado di capire quando la vita degli uomini che gli hanno affidato la fiducia e il comando è in pericolo e agire di conseguenza, raggruppandoli e cercando in tutti i modi di metterli al sicuro, invece di andarsene in giro con l’artefice della morte di uno dei membri del suo equipaggio.

Affermo a ragion veduta che i personaggi umani di Alien Covenant sono individui senza né arte né parte, privi di ruoli e competenze. Non c’è posto in questa narrazione per questo genere di tematica, a eccezione del fatto che lo spettatore probabilmente è molto più competente di qualunque membro di quell’equipaggio di sedicenti coloni spaziali, rendendo le vicende del tutto implausibili.

Diversamente possiamo vedere la tensione dei due androidi, il fedele Walter e il ribelle David, come un ottimo terreno di coltura per una narrazione di questo tipo, in quanto al secondo dovrebbe spettare un ruolo per il quale ha competenze di gran lunga superiori. A differenza di Walter, infatti, David somma all’efficienza psicofisica superiore degli androidi la capacità di essere creativo, vale a dire di costruire cose che non ci sono o di modificare quelle già esistenti. Egli è un demiurgo a cui spetta il ruolo del servitore, una condizione ben più esasperata di quella di Odisseo stesso.

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locandina del film Alien Covenant, raffigurante l’androide David.

Ma le vicende dei due androidi sono completamente fuori luogo. Esse infatti occupano solo una parte minoritaria dell’opera e, come ho già avuto l’occasione di affermare, stonano con il resto della narrazione al punto da non averne posto e, se possibile, ridurne ulteriormente la credibilità e la sopportabilità.

Con quest’ultimo capitolo termina questo ciclo dedicato alle tematiche narrative, sperando di avervi interessato e soprattutto non avervi annoiato.

Nel lasciarvi, vi invito a riflettere su tematiche narrative che avete visto affrontare bene o affrontare male in altre opere e magari condividere le vostre riflessioni.

Un’ultima cosa: parlando di ruoli, al pari del nostro Odisseo, gli aedi omerici avevano innumerevoli competenze, al punto da essere anche eccellenti scrittori di fantascienza. Vi lascio con il brano dedicato alla forgiatura delle armi di Achille, in un tripudio di automi, mantici meccanici e metalli forgiati con tecniche sopraffine.

E, così detto, surse di presso all’ancudine il mostro
gagliardo, e trascinava, movendo, le gracili gambe.
Poscia, lontano dal fuoco i mantici pose e gli arnesi
del suo lavoro, e tutti li chiuse in un’arca d’argento:
con una spugna, poi, si deterse ben bene la faccia,
ambe le mani, il collo gagliardo ed il petto villoso,
cinse la tunica, strinse lo scettro massiccio, e a pie’ zoppo
fuori dall’ uscio mosse: con lui pur movevano ancelle
sculte nell’oro, che in tutto sembravano vive fanciulle,
perché senno entro i petti racchiudono, e forza, e favella,
e sperte sono, in grazia dei Numi, nell’opere belle;
e ansavan sotto il peso del loro signore. E movendo,
questi, vicino a Teti, sede’ sopra il lucido trono,
e a lei prese la mano, le volse così la parola:
« Tètide, qual cagione t’addusse alla nostra dimora,
o riverita e cara? Di rado venirci solevi!
Dimmi che cosa brami, ch’ io bramo di farti contenta,
se pure io far lo posso, se cosa è che compiersi possa ».
[Teti chiede a Efesto di forgiare nuove armi per Achille]
E a lei [Teti] così rispose l’artefice sommo ambidestro:
« Sta di buon animo, e più non t’affannino questi pensieri:
cosi lungi potessi tenerlo, nascosto alla Morte
abominata, quando lo giunga il suo fiero destino,
come egli avrà belle armi, che niuno fra i tanti mortali
potrà restare senza stupor, come le abbia vedute ».
Detto così, la lasciò, e ai mantici fece ritorno.
I mantici eran venti: soffiavano dentro i crogioli.
fuori spirando soffi gagliardi, più forti e più leni,
ora per secondare la fretta d’ Efesto, ora l’agio,
come volea l’Ambidestro, per compiere a punto il lavoro.
Poscia nel fuoco gittò l’ indomito bronzo, lo stagno,
e l’oro prezioso, l’argento gittò: sovra il toppo
quindi piantò l’incudine grande; e il possente martello
nell’ una mano strinse, con l’altra impugnò le tenaglie.
Ed uno scudo, prima di tutto, fe’, grande e massiccio,
che tutto istoriò, gittandovi un orlo d’intorno,
triplice, luccicante: fregiato era il balteo d’argento.
Aveva cinque strati lo scudo; ed Efesto sovra esso
avea molti lavori condotti con fine artificio.
[…]

E poi ch’ebbe costrutto lo scudo grande e robusto,
l’usbergo costruì, più lucente del raggio del fuoco,
l’elmetto costruì ben saldo, aderente alle tempie,
istoriato, bello, l’ornò con un aureo cimiero.
Infine, costruì gli schinieri, d’agevole stagno.
Poi ch’ebbe tutte l’armi costrutte l’insigne Ambidestro,
le prese, ed alla madre d’Achille dinanzi le pose.
Ed ella si lanciò dalle cime nevose d’Olimpo,
come sparviere, l’armi recando fulgenti d’ Efesto.

Da Omero, l’Iliade, libro XVIII.

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Kylix raffigurante Efesto che dona a Teti le nuove armi di Achille.

FEDERICO DE FAZI