ALIEN E OMERO – IRRAZIONALITÀ E RAZIONALITÀ. COMPAGNI O NEMICI? PARTE 2

di FEDERICO DE FAZI ♦

Benvenuti nella seconda e ultima parte della nostra riflessione che viaggia tra il genio e la grazia degli aedi omerici e la goffaggine assoluta di Ridley Scott e degli sceneggiatori di Alien Covenant.

Parlando della creatura Alien nello specifico, la mostruosità creata dallo scultore svizzero Geiger è un trionfo dell’irrazionale. Essa è ricca di riferimenti impliciti al sesso e alla morte, che portano chi la osserva a percepire quella sensazione di attrazione e repulsione, orrore e fascino, che Freud aveva definito come “perturbante”.

È questa sensazione che porta irrazionalmente il malcapitato astronauta del primo Alien ad avvicinarsi tanto alle uova della creatura dal venirne aggredito e infettato.

L’irrazionale terrore che la creatura esercita, porta chi viene attaccato a rimanere paralizzato dal terrore; un espediente niente male per giustificare il fatto che il mostro del primo film attaccasse con una certa lentezza, a causa dei limiti degli effetti speciali e dell’animatronica dell’epoca.

Infine, è la razionalità fredda e spietata della compagnia che ha inviato il malcapitato equipaggio, a spingere l’ufficiale scientifico (un androide) ad esporre i suoi compagni alla minaccia aliena, anche a costo di sacrificarli tutti.

Anche in Covenant l’altalena tra razionale e irrazionale dovrebbe fornire quella serie di espedienti che portino la trama dove dovrebbe andare. Peccato che questo meccanismo si inceppi irrimediabilmente.

Durante la prima parte del film (del quale porto la sinossi nel primo articolo di questa serie), i poveri malcapitati della spedizione coloniale subiscono prima l’infezione e poi l’attacco dei primi mostri xenomorfi. Vi sono in questo momento alcune incongruenze di comportamento, che magari può sembrare sprovveduto da parte di uomini e donne che in teoria dovrebbero avere perlomeno un addestramento militare di base. Ma avrò occasione di affrontare meglio questo discorso nel prossimo articolo. Ad ogni modo, il momento in cui veramente si percepisce un forte stridore per quanto riguarda il concetto che sto affrontando in questo momento si ha nella seconda parte.

Immagine 1

L’Isola dei morti, di Arnold Böcklin

I nostri vengono accolti in una città morta che ricorda un quadro di Böcklin a cui viene aggiunto il tocco inquietante di Geiger. Il loro anfitrione è l’androide David, il quale gli assicura che non c’è nulla da temere e l’equipaggio si fida, a torto, di lui.

Ora, l’unica scusante che possiamo dare ai nostri protagonisti è quella di essere abituati a pensare agli androidi come esseri privi di malizia e degni di fiducia sopra ogni dubbio. Tuttavia questo costrutto razionale non può essere sufficiente a giustificare quello che succederà nelle scene successive.

I nostri malcapitati, dopo aver perso due compagni in una maniera degna del peggiore degli incubi, si trovano in un luogo buio, dall’aspetto inquietante, probabilmente freddo e che non presenta alcun genere di muratura o struttura di tipo difensivo. Vi ricorda qualcosa? La vostra cameretta quando eravate bambini.

Per quanto i vostri genitori potessero dire che non ci fosse nessun mostro dentro l’armadio, appena spente le luci le ombre si allungavano e l’immaginazione creava mostri di paura.

I bambini non sono creature totalmente irrazionali e dopo un po’ si rendono conto empiricamente che probabilmente la loro cameretta è un luogo relativamente sicuro dove addormentarsi.

Ora però immaginatevi di trovarvi nella situazione dell’equipaggio della Covenant. Nella loro condizione chiunque diffiderebbe della sua stessa ombra e farebbe di tutto per aggrapparsi all’unica sicurezza che ha, vale a dire la coesione del suo gruppo, possibilmente armato.

I nostri protagonisti invece decidono di disperdersi e bivaccare ognuno per conto suo. Addirittura una si allontana per fare un bagno e rilassarsi.

Scott avrebbe potuto escogitare qualsiasi escamotage per separare il gruppo di protagonisti, dalla necessità di creare un ponte radio per comunicare con la nave in orbita a una macchinazione dell’androide malvagio David, più forte e veloce di un essere umano e quindi capace di prendere chiunque di sorpresa. Invece la narrazione sembra voler scadere nel più dozzinale degli espedienti, valido magari in film dove i protagonisti sono adolescenti chiusi in una casa e non un gruppo di esploratori spaziali su un pianeta ostile.

Il mostro alieno ovviamente entra dentro la città morta e uccide la donna che aveva deciso di fare il bagno. Il cadavere decapitato viene trovato dal comandante della spedizione, il quale uccide l’alieno, nonostante David si dimostri chiaramente contrario alla cosa, frapponendosi tra lui e la bestia.

L’androide allora decide di attirare il comandante in una trappola: chiede quindi al comandante di seguirlo per dargli spiegazioni e lo conduce in un laboratorio pieno di macchine anatomiche e aborti sotto formaldeide che avrebbero fatto la gioia di certi capricciosi nobili del barocco napoletano o spagnolo. David spiega quindi che è stato lui a modificare le creature perché raggiungessero la forma che hanno adesso e che ora le sue sperimentazioni sono allo stadio finale. Conduce quindi il comandante davanti a un gigantesco uovo e gli chiede di guardarci dentro perché “non c’è nessun pericolo”. Ovviamente il comandante viene infettato dalla creatura che di lì a poco completerà il suo sviluppo larvale all’interno della gabbia toracica del poveretto.

Immagine 2

Le macchine anatomiche custodite nella Cappella di san Severo a Napoli.

Non voglio soffermarmi su come possa essere paradossale quanto avviene nella sequenza che ho appena descritto. Mi sembra di rimarcare sull’ovvio. Voglio invece parlare di quando Odisseo si presenta di fronte a Circe. Ella ha già accolto i suoi compagni e lui è consapevole di cosa è successo loro quanto il comandante di Covenant sa che la sicurezza millantata dal suo anfitrione ha portato alla morte uno dei suoi uomini.

Odisseo non viene accolto in un luogo sinistro e spettrale, ma in una dimora ben più accogliente e da qualcuno decisamente più attraente, che gli offre cibo e acqua freschi dopo mesi di navigazione. Odisseo però non è erratico come Achille: egli conduce ragione e istinto nella stessa direzione. Egli è curioso e vuole sapere quali segreti nasconde Circe, ma allo stesso tempo ha paura, avendo già affrontato i terribili cannibali Lestrigoni e Polifemo. È tuttavia determinato a portare i suoi compagni a casa o almeno a strapparli dalla loro condizione così avvilente. Odisseo quindi rifiuta le lusinghe di Circe, estrae la spada e la minaccia finché non ha la prova sicura e inconfutabile che lui e i suoi compagni sono al sicuro. Sono certo che se Circe avesse tentato anche solo di prendere tempo, l’eroe non avrebbe esitato a ucciderla.

Vi sono personaggi come Achille, che ascoltano razionalità e irrazionalità a tempi alterni, a seconda di quale sia stimolata maggiormente, ed altri come Odisseo, che invece sembrano galleggiare perpetuamente in equilibrio tra le due, al punto che risulterebbero noiosi se non fossero protagonisti di mirabolanti e immaginifiche avventure. Sia Achille che Odisseo sono personaggi coerenti che rispondono a stimoli coerenti. Come si sarebbero comportati al posto del nostro comandante?

Entrambi, mossi dal timore o dal senso di responsabilità, avrebbero cercato di mantenere il gruppo coeso, innanzitutto, evitando quindi il disastro successivo. Posti di fronte alle lusinghe dell’androide, l’uomo razionale avrebbe forse accettato le sue spiegazioni ma, dopo aver compreso le responsabilità di David nella creazione dei mostri, avrebbe potuto agire in due modi: aprire il fuoco contro l’androide, valutandolo come pericoloso o per lo meno difettoso, oppure avrebbe semplicemente deciso di non fidarsi di lui, valutando per induzione che il suo ripetere: «Non c’è pericolo» sia frutto di un gravissimo difetto di valutazione, se non di una vera mala fede. In quest’ultimo caso si sarebbe allora aperto uno scenario interessante, nel quale David avrebbe magari potuto aggredire il comandante, forzandolo ad entrare in contatto con l’infezione aliena. Questa possibilità avrebbe forse salvato almeno parte del film e me lo avrebbe di sicuro reso più godibile.

La nostra dissertazione è quasi finita, ma voglio ancora divagare su un ultimo aspetto, che sono gli déi.

Nelle opere del ciclo omerico e nei loro epigoni, molte delle decisioni dei mortali, razionali o irrazionali che siano, sono dettate dagli déi, che appaiono in sogno, sussurrano tra le ombre, prendono l’aspetto di altri mortali, oppure influenzano direttamente le emozioni dei personaggi.

Ho fatto un piccolo esperimento, togliendo queste ingerenze divine dai brani dove compaiono e ho scoperto che in realtà esse sono facilmente sostituibili ai ragionamenti consci e inconsci che tutti noi facciamo.

Baricco ha fatto già un’operazione simile con l’Iliade, togliendo ogni riferimento alle divinità e restituendo comunque intatta la potenza e l’autenticità dell’opera originaria.

Nell’Odissea troviamo l’elemento divino molto più preponderante e togliere gli déi richiederebbe un’operazione ben più intrusiva per salvaguardare il valore della narrazione.

Ma pensiamo al rapporto tra Calipso e Odisseo. Odisseo è posto di fronte a due decisioni, entrambe razionalmente inaccettabili: rimanere per l’eternità chiuso nella gabbia dorata di Calipso, rischiando di impazzire di noia e solitudine millenarie fino a desiderare la morte, oppure attraversare il mare su una zattera, affrontando le sofferenze legate alla morte per acqua o, peggio ancora, per sete.

Bocklin, Odysseus & Calypso 1882.jpg

Bocklin, Odysseus & Calypso 1882.jpg

Calipso interviene, dimostrando a Odisseo che il mare non è invalicabile e infondendogli determinazione e sicurezza.

Quante volte però anche noi ci siamo svegliati con convinzioni completamente diverse da quelle con le quali ci eravamo coricati? Solo la nostra abitudine non ci fa attribuire questo a un intervento divino.

Vi saluto agganciandomi al prossimo argomento di riflessione, che riguarderà il rapporto tra ruoli, competenze e responsabilità. Lo faccio con il bellissimo brano della supplica di Priamo ad Achille nel momento in cui gli eroi si tolgono la maschera e, scoprendosi uomini, danno dignità a tutto quanto hanno dovuto sopprimere nel nome del freddo, folle e spietato calcolo della guerra.

Ma Priamo prendendo a pregare gli disse parola:

«Pensa al tuo padre, Achille pari agli dei,

coetaneo mio, come me sulla soglia tetra della vecchiaia,

e lo tormentano forse i vicini, standogli intorno,

perché non c’è nessuno che il danno e il male allontani…

Ma io sono infelice del tutto, che generai forti figli

nell’ampia Troia, e non me ne resta nessuno…

ma Ares furente ha sciolto i ginocchi di molti,

e quello che solo restava, che proteggeva la rocca e la gente,

tu ieri l’hai ucciso, mentre per la sua patria lottava,

Ettore… Per lui vengo ora alle navi dei Danai,

per riscattarlo da te, ti porto doni infiniti.

Achille, rispetta i numi, abbi pietà di me

pensando al padre tuo: ma io son più misero,

ho patito quanto nessun altro mortale,

portare alla bocca la mano dell’uomo che ha ucciso i miei figli!».

Disse così, e gli fece nascere brama di piangere il padre:

allora gli prese la mano e scostò piano il vecchio:

entrambi pensavano e uno piangeva Ettore massacratore

a lungo, rannicchiandosi ai piedi di Achille,

ma Achille piangeva il padre, e ogni tanto

anche Patroclo; s’alzava per la dimora quel pianto.

(Omero, Iliade, LibroXXIV, vv. 485-512, trad. R. Calzecchi Onesti).

Immagine 4

Priamo supplica Achille per la restituzione del corpo di Ettore, di Bertel Thorvalsen.

FEDERICO DE FAZI