QUELL’ISOLATO TROPPO VICINO

di FRANCESCO CORRENTI

Dal mese di febbraio, non ho più pubblicato nulla su SpazioLiberoBlog, anche se in questi sette mesi, a dire la verità, mi sono occupato di molti argomenti di qualche interesse, ne ho scritto ed ho anche preparato diversi articoli per il blog, senza però concluderli in modo soddisfacente ed arrivare a spedirli. La questione è dipesa da diversi motivi. Da una parte, il fatto di continuare a raccontare vicende più o meno legate alla storia di Civitavecchia, mi è parso alquanto monotono per i lettori (per me, la questione è diversa).  D’altra parte, restando sempre nei dintorni del porto traianeo, mi sono trattenuto dal cedere all’impulso di affrontare alcuni temi di attualità, come potrebbero essere quelli che sono giunti sulla cronaca locale in seguito a “incidenti” nell’iter di iniziative di uffici pubblici causati dalla mancanza di memoria, ovvero di conoscenza, su certe preesistenze appartenenti al patrimonio storico cittadino, che fino a pochi anni fa erano di dominio pubblico. Nonostante che alla Memoria siano state intitolate un’infinità di cose benemerite, come case, osterie, blog, pagine, giornate e non so quanto altro, sembra che, al di fuori dei suoi cultori (alcuni li direi quasi sacerdoti, per la dedizione e l’impegno), altrove questa capacità di ricordare certi fatti e certe situazioni sia del tutto sconosciuta o almeno molto ridotta, corta, breve.

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Consapevole quindi di far parte – per una disposizione mentale innata e insopprimibile – del ridotto drappello dei suddetti cultori, ho voluto evitare di tornare su quei problemi, risolti nelle sedi opportune e, peraltro, egregiamente illustrati da care persone che la memoria la coltivano, la tengono in esercizio ed anzi l’aumentano, impegnate a farla ritrovare anche ai concittadini. Nella speranza che non si tratti d’una fatica di Sisifo, come diceva dei miei analoghi tentativi un illustre amico purtroppo scomparso. Comunque, ma è una scelta temporanea, ho schivato il rischio di apparire ancora una volta come un disturbatore della quiete cerebrale d’una certa parte dell’opinione pubblica. E così, eccomi qui, ora, a proporre ai lettori di SpazioLiberoBlog il testo della mia Relazione di progetto, presentata nel 2009 al Concorso internazionale di idee bandito dall’IsAM, Istituto per l’Architettura Mediterranea, per la riconfigurazione spaziale della Cattedrale del Castello Aragonese di Ischia. Lo scopo di questa idea, non è d’insegnar nulla a nessuno. Molti amici – non per nulla sono tali – hanno ritenuto queste pagine divertenti. Vediamo cosa ne pensate voi. Ma nella postfazione vi rivelerò un secondo fine, tanto per tornare alle vecchie abitudini.

Questa, qui di seguito, la relazione. «Scantonare, ecco cosa ci piace fare: fuggire via dalla pazza folla e imboccare un vicolo a caso, gettare l’occhio in un cortile, frugare tra le pietre della città alla ricerca di un’isola nascosta.» È l’incipit d’un “minuscolo scrigno di emozioni e scoperte da condividere” che Marco Lodoli (Isole. Guida vagabonda di Roma, Einaudi, p. 3) dedica alla capitale e che, regalatomi da amici anche per il suo titolo così allusivo, in questo momento, è finito sul tavolo da ping-pong intorno al quale si sta riunendo il gruppo di amici da me invitati perché interessati al concorso di Ischia. Poche persone, rispetto alle tante dichiaratesi entusiaste inizialmente. Sul tavolo, insieme alle piante e alle sezioni della cattedrale del Castello Aragonese, ho messo – per stimolare le idee – Ischia Sacra di Achille della Ragione, una decina di titoli della deliziosa collana “Pithu Esu” su Ischia, il Castello, i loro aspetti naturali, topografici, storici e quant’altro, oltre a vari opuscoli e qualche “bel tomo”, tipo L’architettura di età aragonese nell’Italia centro-meridionale curato da Cesare Cundari, nel 2007, per le Edizioni Kappa di Roma,e altro ancora.

Figura 2 pagina 2Io: Riassumendo le prime riunioni, mi pare che finora siano venute fuori delle ipotesi che ripropongono una copertura high-teach delle tre navate e una facciata a metà tra metal curtain e giardino verticale alla Blanc.

Collega di passaggio: Sentite, secondo me dovreste pensare ad una cosa del genere (legge da un settimanale che ha in mano), «un… (il rumore fattosi più vicino d’una tosaerba non fa capire le parole) …in Giappone, costruito a immagine e somiglianza di un bosco di betulle, dove la luce tremula e chiara vibra tra esili e candidi pilastri, cresciuti disordinatamente a reggere la sottile membrana della tettoia». Matthew Frederick: (leggo la n° 34 delle sue 101 micro lezioni di architettura, edizioni 22 publishing, altro minuscolo libro che mi è sembrato utile mettere sul tavolo): «Incorniciate un panorama, non mostratelo soltanto».

Una consulente: Abbiamo letto nelle “risposte ai quesiti” che il restauro degli stucchi è stato già progettato ed è in corso di realizzazione. A noi si chiede una protezione dalle intemperie. Lo stato di conservazione di questi stucchi non è dei migliori. Poggiando su una struttura architettonica in parte caduta, anche ciò che resta è in condizioni precarie. Gli interventi possono variare a seconda di quel che dell’originale struttura architettonica sarà ricostruito. In sintesi, penso che, come fase propedeutica, procederanno fissando tutte le parti precarie mediante bendaggi utili a proteggere le superfici durante la fase successiva. La pulitura comporta la rimozione dei depositi superficiali incoerenti e poco aderenti, la rimozione di attacchi biologici e di scialbi successivi, ove presenti, con pulitura meccanica o chimica.

Figura 3 pagina 2Completati la pulitura e il recupero dello strato originale degli stucchi, potranno essere portati a termine i consolidamenti in profondità. Si stuccheranno le lacune, ricostruendo solo le parti del modellato che possono aiutare la lettura d’insieme di quelle rimaste e siano utili per esigenze statiche. Utilizzando una malta simile a quella delle fratture nella sezione degli stucchi, si potrà dare un senso di ordine visivo alla interruzione e si riequilibreranno le superfici con velature. Le stuccature sulle superfici saranno fatte a tono con miscele di inerti e l’ausilio degli acquerelli. Per completare l’opera di protezione, esaltare il modellato e garantire la durata dell’intervento di restauro, si potrà valutare di stendere un protettivo finale. Bisogna quindi pensare ad una copertura impermeabile che ripari dagli agenti atmosferici, possibilmente mantenendo lo squarcio della cupola crollata, ormai appartenente alla storia e molto suggestivo.

Figura 4 pagina 3

Io: Beh, sapete cosa penso? Che qui l’unica cosa possibile è lasciare tutto come sta. Ma cosa vogliamo andare a chiudere uno spazio che è effettivamente suggestivo e affascinante proprio perché è un rudere da due secoli, una chiesa diroccata che conserva quel tanto che basta a farne vivere l’antica spazialità, che ha la straordinaria rarità, forse unicità, di certe chiese gotiche come San Galgano o Finchale Abbey, ma con un panorama impareggiabile sul mare, sul paese di fronte e sul golfo di Napoli? Forse si può pensare ad un arredo che ne aumenti la fruibilità, ma non altro…

Componente: Voglio esprimere qualche pensiero leggero prima della mia partenza. La documentazione grafica del bando era scarna, volutamente, per esaltare il senso del concorso che non richiede un progetto di fattibilità, ma solo idee. Abbiamo perciò investito del tempo per renderla utilizzabile. Il risvolto positivo é che abbiamo compreso meglio, anche per il lavoro del nostro architetto informatico, la reale situazione della cattedrale (aragonese?). Le foto e gli schizzi che avevi fatto negli anni, prima del sopralluogo, e poi durante lo stesso, con il relativo montaggio “a sequenza”, sono state la svolta per comprendere gli spazi interni e quelli esterni circostanti. Senza il tuo “geniale” montaggio molti sarebbero stati gli interrogativi rimasti senza risposta. Questa dei percorsi ricostruiti, come in un giallo poliziesco, é stata la parte più piacevole dei nostri molti incontri, oltre, logicamente, quella di una maggiore comprensione reciproca delle nostre idee sull’architettura e sulle modalità di come immaginarla. Ma nei gialli polizieschi, almeno per me, non é tanto la scoperta del colpevole la ragione della loro lettura, ma il percorso da fare per risolvere il caso. Cerco di spiegarmi meglio. Il concorso stava perdendo, negli ultimi giorni, la parte di interesse che mi aveva fatto dire sì al tuo gentile invito dì collaborazione. Non era tanto la “frustrazione” di non aver trovato una idea piacevole e da approfondire, quanto sempre più la consapevolezza che forse la cosa migliore da fare é di lasciare la cattedrale al suo destino di rudere. Mi rendo conto che, raccontata così, la scelta potrebbe essere giudicata una “eccellente” via di fuga. Ma ho passato troppi anni della mia vita appollaiato sullo sgabello davanti al tavolo da disegno per non capire quando é arrivato il momento di cambiare il percorso intrapreso e ricominciare da un altro foglio bianco. Il suggerimento da dare, ai promotori del concorso, é quello che la cattedrale é bella come appare ora e così dovrebbe restare, a meno d’una sua ricostruzione in muratura, cosa non prevista dal bando. Solo interventi di consolidamento delle murature esistenti, una “cupola” in materiali trasparenti che protegga il transetto, qualche chiusura verticale parziale, ma scorrevole, degli spazi ancora coperti (per permettere la protezione dagli agenti atmosferici e la vista delle parti prive di copertura e quelli sull’isola di fronte, sul cielo e il mare) sono le uniche cose da fare per ridare identità al monumento… Non mi sembra cosa da poco proporre questo percorso. Abbiamo sprecato troppo tempo? Non credo, i tempi per capire, a volte, sono lunghi.

Io: Tutto questo potrà funzionare bene se l’antica cattedrale riassumerà un ruolo di centralità e di polo di attrazione culturale non soltanto turistico ma anche a livello locale, per la cittadinanza.

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Oltre a rappresentare, se vi saranno intelligente integrazione collaborativa e comuni intenti fra le istituzioni pubbliche e la proprietà, una possibile e innovativa scuola di restauro che renda attuale quanto immaginato e previsto dalla Costituzione italiana. Ho iniziato a leggere, in questi giorni, il recente libro di Carlo Tosco Il paesaggio storico. Le fonti e i metodi di ricerca, pubblicato da Laterza. Esprime un giudizio sostanzialmente positivo (un po’ mi ha stupito) sul nuovo Codice dei beni culturali, evidenziando che «il patrimonio nazionale è considerato nel suo complesso come composto dai beni culturali e paesaggistici, in una visione unitaria che potremmo definire “di sistema”. In tale prospettiva (era ora!) ogni bene culturale esprime tutte le sue potenzialità soltanto se inserito nel suo ambiente di appartenenza. La definizione di paesaggio è stata di recente modificata: “Per paesaggio si intende il territorio espressivo di identità, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali, umani e dalle loro interrelazioni”. Il ruolo della storia umana è dunque riconosciuto come comprimario, a fianco della natura, per la caratterizzazione di un paesaggio». Tosco fa anche notare che un importante complemento si è aggiunto con l’introduzione della relazione paesaggistica, che riserva un’attenzione particolare ai caratteri storici del sito, ai sistemi insediativi e alle tessiture. Il primo passo da fare, come sempre, ma anche per porsi proprio nell’ottica del Codice, è di affrontare questi aspetti. Ma c’è di più. Ancora in Tosco, trovo condivisa una mia convinzione: «Per una efficace politica di tutela occorre superare una idea antiquata di valorizzazione limitata alle aree protette, come “isole” da salvare nel sistema insediativo». Il che va meditato, proprio perché siamo in una vera isola, anzi in un’isola di un’isola, o meglio sull’isola nell’isola.

Quella di Pag 5

(Quindici giorni dopo)

Componente (ritorna, finalmente, al tavolo da ping-pong, pardon, da disegno): Allora, in mia assenza, cosa avete pensato e deciso di fare?

Io: Quello che abbiamo deciso è sedimentato sulle due tavole che vedi. Ma iniziamo dal motto. ISOLE allude a insula major e insula minor, com’erano chiamati Ischia e il castello aragonese, ma soprattutto alle molte isole che ognuno conserva nella propria mente e immagina di visitare nel futuro. Sono le isole nascoste, di cui Lodoli parla nel suo aureo libricino. Ora ti descrivo le due tavole di concorso, che noi abbiamo considerato come una tavola unica e che dovrebbero essere appunto lette insieme.

  • In quella di sinistra, con lo sfondo dell’insula minor e del mare, è narrato il percorso d’accesso e quello intorno alla cattedrale in trenta Immagini ad iniziare dalla planimetria con le due isole, dal pontile che porta da quella grande alla piccola e dal giro intorno alla cattedrale. Un percorso a forma di S, che vuole essere l’inizio della conoscenza dei luoghi e, in particolare, delle vedute verso l’isolotto e da quello verso l’isola maggiore, in una scoperta progressiva, dal buio verso la luce, dal basso verso l’alto.
  • Passiamo poi a “scoprire”, quasi a svelare a noi stessi, che anche i volumi della chiesa e dei suoi spazi accessori sono un’isoletta, anzi un isolato, un piccolo territorio circondato da scale, gradinate, atri ed accessi, terrazze sul mare. Come mostra, infatti, la pianta in alto a destra della seconda tavola, a lato della ricostruzione della chiesetta originaria (l’attuale cripta) e del fotomontaggio con la cattedrale prima del cannoneggiamento navale inglese e dei crolli successivi.
  • Ci sono poi alcune coppie di immagini a confronto, con la nostra analisi dello stato attuale e la nostra ipotetica ricostruzione – abbastanza accurata – della chiesa, dei suoi spazi minori e del campanile, come l’abbiamo dedotta dalla nostra esperienza e dalle foto d’epoca. Oltre a quella dei primi del Novecento allegata al bando, di cui diamo la nostra “versione informatica” (che presenta un leggero divario nelle proporzioni della parte terminale), ne abbiamo trovate tante altre, utilissime, in Vecchia Ischia, 1898-1958. Ritratto dell’isola in sessant’anni di cartoline, a cura di Nunzio Albarelli, per i tipi di Imagaenaria Edizioni, Ischia 2006.
  • Abbiamo poi messo una cernita delle tante “idee progettuali” non sviluppate, anteriori alla decisione di mantenere il più possibile il carattere del monumento, compatibilmente con le esigenze di proteggere gli stucchi.
  • Seguono i due fogli con la proposta di progetto vera e propria: nella pianta, in rosso gli accessi, in bianco il percorso perimetrale, in giallo la zona per il pubblico degli eventi, in verde e azzurro, gli spazi di supporto e di allestimento. unici interventi nuovi, una “gabbia” in metallo e vetro strutturale traslucido a ridare completezza al campanile, in viola, e una lastra intelaiata, in arancione, “poggiata” a copertura del transetto – punto focale delle manifestazioni, decorato dagli stucchi – e ripetibile sulle lacune delle navate laterali.
  • Infine, in aliscafo, lasciandoci alle spalle le nostre isole, una folata di vento disperde le immagini delle due tavole del concorso. Come molto spesso le parole, nel nostro caso sono disegni al vento. Metafora della caducità delle idee di architettura.

Del che è verbale.

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La nostra proposta progettuale per Ischia, in conclusione, dopo molte elucubrazioni e tentativi grafici, tanti schizzi, varie verifiche strutturali, molteplici soluzioni spaziali innovative ed ipotesi di volta in volta assai ardite o tremendamente banali, melius re perpensa, fu quella – in apparenza rinunciataria ma la più coraggiosa in un concorso di idee – di lasciare tutto come sta. A questo punto, devo fare la “rivelazione” promessa. Ancora una volta, questo svelare, non significa togliere il velo (come è noto, ve ne sono di molti tipi) da un qualche “arcano”, da misteriosi segreti, da fatti occulti o da argomenti ermetici e sibillini. Si tratta solo di richiamare alla memoria cose più che dimenticate o rimosse, semplicemente accantonate. A quanto pare, nell’ultimo decennio, il ricambio generazionale – continuo e inarrestabile – e quello determinato da modificazioni dell’ordinamento o da nuovi assetti del potere politico hanno prodotto nelle istituzioni locali il completo oblio di fatti in precedenza ben noti. Il distacco temporale e spaziale da quelli che furono i luoghi della mia vita lavorativa e delle mie esperienze professionali, mi poneva il problema di sempre, nei momenti cruciali di transizione, con quella domanda resa celebre da ben altri personaggi ed in contingenze storiche ben più drammatiche: Che fare? (Что делать?)

Quando per ognuno di noi giunge quel momento esistenziale del dopo, dell’après moi, le risposte, le reazioni, sono in genere diverse, come possono essere diverse le circostanze. Non trovandoci di fronte a successioni di regni o a cadute di regimi, la normale prassi d’un tempo e la correttezza gestionale vorrebbero che l’avvicendamento di figure apicali per raggiunti limiti di età in organizzazioni burocratiche di rilevanza esclusivamente locale, avvengano – senza le ipocrite cerimonie della campanella proprie di altri livelli – con un fondamentale atto di trasmissione dal precedente al successore, dal titolare uscente d’un servizio o ufficio a quello entrante, ossia con il passaggio di consegne, che dovrebbe riguardare tutto il materiale e tutti i documenti e le informazioni necessari alla piena e corretta prosecuzione delle attività, accompagnati dall’elenco puntuale delle cose consegnate. Questo significa, in altre parole, il trasferimento tra le due figure di tutte le conoscenze necessarie al nuovo titolare per prendere il posto del predecessore, avendo la cognizione ed il possesso materiale e metaforico di tutte le «chiavi» per aprire tutte le «porte» della struttura da far funzionare. Questo, ad evitare se non proprio le déluge, il diluvio, almeno tutti gli inconvenienti, omissioni e problemi che possono presentarsi se non si conoscono meccanismi e situazioni. Dopo alcune vicende che mi hanno ripetutamente dimostrato quanto la prassi del passaggio delle consegne fosse ormai caduta in disuso, anzi ritenuta anacronistica e obsoleta, avendo avuto l’occasione – perché sollecitato – di trasferire la mia conoscenza di alcuni argomenti, ho dovuto constatare quanto risultava assolutamente sgradita e inopportuna, come fosse una ingerenza impropria, un mettere «bastoni tra le ruote», un «remare contro», addirittura una volontà di imporre la propria visione, le proprie convinzioni eretiche, forse forse anche con metodi subdoli, ricattatori, diciamo pure «mafiosi» (tanto che ho pensato di frequente di chiedere al nostro acutissimo Nicola Porro una interpretazione di questo fatto per me incomprensibile). Dato che le intenzioni, costantemente, erano state di continuare a fornire alla collettività la risorsa della propria esperienza d’una vita e dell’approfondimento specialistico delle tematiche, ci si rende conto di quanto sia inutile continuare a raccomandare comportamenti ormai niente affatto condivisi. D’altra parte, tuttavia, (affrontando direttamente i casi specifici) vedere dimenticata la storia dei dipinti celebrativi dell’Arma del Genio alle Casermette e doverne temere la distruzione mi rattristava. Così come mi sembrava assurda la questione dello scapitozzamento dei pilastri settecenteschi di Villa Antonelli lungo l’Aurelia romana. È vero che i rimproveri – alquanto stralunati – ricevuti in proposito non avevano trovato molta eco, anzi.

Ma effettivamente, continuare da tempo immemorabile a ripetere le stesse cose può stancare. Proprio ultimamente, ho ripreso a leggere un libro di Paolo Mieli, acquistato tre anni fa, adescato dal titolo, ma poi letto a spizzichi e bocconi in alcuni momenti di pausa. Eppure l’argomento è sicuramente interessante. Il titolo è L’arma della memoria. Contro la reinvenzione del passato (Rizzoli, RCS Libri, Milano 2015). In effetti è un problema importante dei nostri tempi e si inquadra perfettamente nei tentativi che vengono fatti, appunto, anche a Civitavecchia, di «evitare l’imbarbarimento che deriva dall’oblio delle cose del passato e della storia». Il libro si articola in tre filoni:

I. La memoria adulterata (storie di un continente dal passato incerto); II. La memoria frantumata (dove si parla di ebrei e musulmani, fascismo e antifascismo);
III. La memoria manipolata (quando la politica si traveste da storia). A questa lettura, si sono sovrapposti simpatici scambi epistolari (fingo che ci siamo scambiati missive manoscritte come Plinio con l’amico Corneliano, anziché e-mail, ma del resto, sempre con le mani le abbiamo scritte) con l’amico Livio Spinelli, che proprio in questi giorni ha pubblicato un interessante articolo, o forse romanzo, su quella che è una delle sue fissazioni storiche. A completare il quadro, è giunta la puntata, se possiamo chiamarla così, della scorsa settimana della rubrica di Umberto Galimberti su D di Repubblica. Quello con Galimberti è un appuntamento settimanale molto piacevole, come lo è il ritrovare a colpo sicuro la sua pagina quale ultima della rivista settimanale. Quello che accadeva un tempo – e che in moltissimi rimpiangiamo – con un altro Umberto, l’amatissimoUmberto Eco e la sua bustina di Minerva.

Il tema affrontato da Galimberti, commentando la lettera di un lettore, è quello degli stereotipi e pregiudizi. La descrizione da lui fatta, affidandosi alle parole di Paul Henri Thiry d’Holbach del 1770, trova rispondenza in molti comportamenti odierni. Non è una novità che spesso le persone sentano l’appartenenza a gruppi come un sostegno per le loro convinzioni, sia che il gruppo abbia carattere politico o religioso o sportivo, ed anche, perché no, culturale. Essere parte di un gruppo, dato che l’unione fa la forza, ci fa sentire maggiormente protetti e, semplificando le cose, gran parte dei comportamenti degli esseri viventi discendono da questo, come pure tutta la storia dell’umanità, l’origine dell’istinto associativo e l’organizzazione sociale sono caratterizzati da questa consapevolezza e, purtroppo, anche tutta la storia più tragica dalle guerre e dei conflitti d’ogni specie, dagli infiniti genocidi di tutti i tempi all’Olocausto, alle tante persecuzioni di oggi. La conclusione di Galimberti è che, per superare i propri pregiudizi, bisognerebbe cominciare a parlare proprio con le persone sulle quali abbiamo dei pregiudizi. Non è facile, come dice giustamente lui: «se abbiamo difficoltà a parlare con quelli simili a noi, come facciamo a parlare con quelli che percepiamo diversi da noi?» Ma non voglio farla troppo lunga e vengo all’argomento, al “secondo fine” di questo scritto con cui sono tornato al colloquio con gli amici del Blog. Devo dire che, per me, questo pubblicare qualcosa, esporre delle idee, dopo un periodo di silenzio, è quasi come, per un attore, tornare dopo molto tempo a «calcare le tavole del palcoscenico». In effetti, io ho avuto la ventura – grazie al ciclo Il pensiero e la scena, ideato e diretto da Ettore Falzetti (realizzazione di Ettore Falzetti e Lucia Scaggiante, contributi artistici di Simona De Leo, Monia Cappello, Rosita Zucaro), di partecipare ad una vera e propria esibizione al Nuovo Sala Gassman, una divertente storia sceneggiata con qualche irriverenza verso i noti miti della città. Il tema di oggi, invece, è completamente diverso e può apparire eccessivamente specialistico. Ma quello che vorrei trarre da questo scritto, a parte il modo di aver affrontato un concorso pubblico per un progetto di architettura, su cui i colleghi architetti (e chi vorrà) potranno esprimere il loro parere, è proprio nelle conclusioni a cui siamo giunti in quel progetto non-progetto, cioè la decisione di lasciare tutto come sta, che poi diventa e richiede, per concretizzarsi, un progetto vero e proprio ed anche molto accurato. Civitavecchia ha subito, lo sappiamo, una serie di tragici bombardamenti aerei ed altre distruzioni belliche, cui è seguita una ricostruzione scriteriata, nonostante il piano urbanistico attento e corretto predisposto fin dal 1945 da Luigi Piccinato. Demoliti i resti degli edifici bombardati ed asportate le macerie, nel lungo isolato trapezoidale posto tra il muraglione di Urbano VIII e l’antica Prima strada, apparvero le vestigia d’una serie di strutture romane, che costrinsero a sospendere la ricostruzione per procedere ad un sistematico scavo archeologico.

MURA Romane

La Soprintendenza alle antichità dell’Etruria Meridionale portò alla luce numerosi ambienti di quella che aveva costituito la fronte di Centumcellae sul porto, con murature che raggiungevano e superavano in qualche caso i due metri di altezza. Accanto a strutture di età traianea, emersero locali che erano stati realizzati in età severiana, demolendo edifici precedenti. Tra questi si riconobbe un complesso termale con pavimenti in mosaico ed ambienti absidati, una “Casa del passeggero” del III secolo. Le antiche costruzioni erano allineate lungo una strada basolata larga circa sei metri, quasi coincidente con la via Umberto I (oggi Corso Marconi) ma rettilinea, il cardo. Proprio quella ritrovata da padre Jean-Baptiste Labat, l’architetto domenicano, nel 1711, «dieci palmi sotto il selciato della via» (due metri e venti centimetri circa), quando vide «con gioia che la facciata antica della chiesa, che esisteva da parecchi secoli, non aveva altra fondazione che tale strada».

E qui mi riallaccio al nostro progetto per il concorso. Se, nel 1945 e negli anni seguenti, si fossero lasciate le cose come erano, così come abbiamo pensato fosse bene fare ad Ischia, naturalmente con i pro e i contro e soprattutto le difficoltà pratiche di un’idea, la città avrebbe avuto un’altra storia. Certamente, non possiamo sapere quali reazioni, all’epoca, avrebbe suscitato una proposta del genere. Lo possiamo immaginare. Ma un vincolo statale sui resti archeologici ed un’opera mirabile – forse troppo, per i tempi – di cristallizzazione dei resti e dei ruderi, di quell’eccezionale stratificazione di città distrutte, anzi della stessa città ripetutamente distrutta, avrebbe potuto portare ad un luogo veramente straordinario. Indubbiamente, erano necessarie personalità altrettanto straordinarie, almeno un Heinrich Schliemann, capace di sognare – come, per la mitica città di Priamo, i luoghi cantati da Omero – così da noi, le sale traianee descritte da Plinio agli inizi del II secolo e le Chamere imperiali disegnate da Leonardo da Vinci intorno al 1513, mantenendole insieme ai muri diroccati intorno a Camp’Orsino, ai resti imponenti e appena slabbrati delle sei navate berniniane volute da papa Chigi, agli horrea portuali, alle terme severiane e, soprattutto, alla cappella di Santa Ferma, all’elegante prospetto progettato da padre Labat (con le pietre del fontanone bifronte di piazza d’arme, purtroppo a coprire la precedente facciata gotica della chiesa templare) ed al «monumentale storico campanile romanico». Le emergenze, queste ultime, rimaste incredibilmente intatte e mantenutesi in piedi a lungo, a dispetto di tutti, fino ai primi anni Cinquanta. L’importanza eccezionale dei reperti, che avrebbero potuto costituire il “cuore” della città resuscitata, a ridosso del porto ed al centro del nucleo storico, non fu sufficiente ad evitare la soluzione peggiore. Oggi, quei resti sono sepolti negli scantinati dei fabbricati “ricostruiti”, tra plinti in cemento che ne sconvolgono il disegno originario, in completo abbandono e del tutto ignorati dai civitavecchiesi, dai turisti e dai crocieristi che vagano annoiati tra i tristissimi portici. Infatti, l’aspetto più grave di quegli interventi, oltre all’insensato aumento del numero di piani degli edifici, in deroga allo strumento urbanistico, a soli fini speculativi, è stata la demolizione dei maggiori e più significativi monumenti cittadini, venendo così a compiersi un duplice assurdo storico, con la scomparsa totale dei due simboli più rappresentativi di Civitavecchia, nel disprezzo assoluto degli affetti familiari, dei sentimenti religiosi, dei valori civici, della memoria collettiva e del patrimonio storico-artistico comune. Furono proprio le figure istituzionali – il rappresentante dello Stato con le funzioni del governo comunale ed il presule con l’autorità morale ma senza la pietas della fede, della speranza e della carità – che avrebbero dovuto difendere con ogni mezzo quei valori e quei monumenti, a concertare una brutale operazione economica di compravendita di aree e di permute a tutto svantaggio degli enti pubblici coinvolti o, a dirla giusta, vittime della manovra. Senza che nessuno, va detto con chiarezza, nessun cittadino, nessun ufficio, nessun’altra istituzione, alzasse la propria voce, prendesse in mano la penna, scendesse in piazza, per impedire in modo serio e concreto lo scempio. Il motivo – la scusa incredibile – con la quale il vescovo giustificò la sua decisione di procedere alla demolizione del complesso di Santa Maria – chiesa e convento, divenuto dopo il 1870 sede del Museo Civico, quindi proprietà comunale – e impose la ricostruzione della chiesa e del convento “fuori sito”, cioè dov’era l’antica Rocca, sorta negli anni intorno al 1000, sede del governo e proprietà demaniale divenuta nel 1930 palazzo municipale, fu che la chiesa e cioè la parrocchia più antica e venerata, era troppo vicina alla cattedrale, la chiesa dei francescani costruita secoli dopo e soggetta alla matrice da sempre.

Quell’isolato troppo vicino fu quindi cancellato, come si è detto, con la demolizione dei resti medioevali e dei secoli seguenti e con il tombamento della parte romana, poi schiacciata da otto, nove piani di lucrosa edilizia residenziale “vista mare”.

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Non si volle e non si seppe, quanto meno, operare con quel senso di rispetto (religioso e laico) che ha fatto mantenere le rovine della cattedrale accanto alla nuova chiesa, nella città di Coventry, martoriata dagli aerei della Luftwaffe, nel corso del 1940, quanto e più di Civitavecchia dalle fortezze volanti alleate tre anni dopo. Gli stessi sentimenti che hanno portato a realizzare a Hiroshima, annientata dalla prima bomba atomica, quel Memoriale della Pace che con le reliquie della città gridano al mondo l’orrore delle insensate ed inutili stragi dell’uomo.
N.B.: la proposta progettuale illustrata in queste pagine è quella elaborata nel 2009 da me, come capogruppo, con l’architetto Corrado Placidi e la consulenza della restauratrice Francesca Correnti e dell’architetto Cristiana Sgobba, per il Concorso internazionale di idee bandito dall’IsAM, Istituto per l’Architettura Mediterranea, per la riconfigurazione spaziale della Cattedrale del Castello Aragonese di Ischia, allo scopo di giungere alla definizione di una soluzione architettonica rispondente alle seguenti finalità:

1. riconfigurazione dell’invaso spaziale della Cattedrale;

2. protezione degli stucchi settecenteschi della zona absidale, delle navate e cappelle laterali dagli agenti atmosferici;

3. infrastrutturazione dello spazio interno a scopi espositivi e concertistici.

Il progetto è stato segnalato ed esposto alla mostra tenutasi nello stesso Castello Aragonese nel luglio 2009 in occasione del 14° Incontro Ischitano di Architettura Mediterranea; è stato anche esposto dal 7 al 24 maggio 2010 nella mostra nella Sala Dorica del Palazzo Reale di Napoli a cura della Sovrintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Napoli e pubblicato nel relativo catalogo. Alcuni stralci della relazione sono stati pubblicati da Corrado Placidi nel suo bel libro autobiografico Vistalago, Collana GRAU.2, Kobo Editions, Roma 2016, che è anche un eBook Bookrepublic pubblicato da Narcissus.me. Le illustrazioni della prima parte sono tratte dalla proposta progettuale sopra illustrata. Le due fotografie di pagina 8 sono di Armando Blasi, si riferiscono ai resti romani venuti alla luce nell’isolato della Prima strada e sono tratte dal volume Obiettivo Civitavecchia 1943-1993. Documenti sulla distruzione e la ricostruzione della città nel 50° anniversario dei bombardamenti, di e a cura di Francesco Correnti, OC/quaderni del Cdu, Edizioni del Cdu, Civitavecchia 1993. La fotografia di questa pagina è tratta dal sito della Cattedrale di Coventry, è di Andrew Walker (walker44), CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=21283982 e mostra la parte delle rovine lasciate come erano dopo i bombardamenti.

FRANCESCO CORRENTI