POPULISMO E POPULISTI (XXI)

di NICOLA R. PORRO ♦

La democrazia davanti alla sfida populista

L’itinerario nella cultura del populismo e nella politica dei populisti si conclude provvisoriamente qui. Approfittando dell’ospitalità del nostro blog, tornerò tuttavia, in maniera meno sistematica, su questi e altri temi suggeriti dall’attualità politica.

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Alcuni amici mi hanno chiesto se, alla luce dello scenario descritto, non corriamo davvero il rischio di precipitare in una democrazia illiberale. La risposta non è semplice e non può prescindere dagli scenari sovranazionali e dalle interdipendenze economiche che regolano il sistema Italia. Il sovranismo è una favola triste anche perché dimentica – come ha ricordato Sabino Cassese (“Gli Stati non sono sovrani”, Corriere della sera del 13 agosto 2018) – che i vecchi Stati sovrani, titolari esclusivi di competenze istituzionali sulla Nazione, appartengono ormai al Museo delle cere del Novecento. Al tempo dell’economia globale i mercati controllano gli Stati assai più di quanto gli Stati non controllino i mercati

Faremmo però male a sottovalutare la sfida dei populismi di lotta e di governo, trascurando indizi che sono obiettivamente preoccupanti. Penso all’offensiva – condotta dai teorici dell’antipartitismo – contro quell’articolo 67 della Costituzione che, negando il vincolo di mandato per gli eletti, tutela i parlamentari proprio dai possibili abusi delle leadership di partito. Né sono da archiviare come sortite estemporanee la critica ricorrente alla democrazia della rappresentanza o l’auspicio di una rapida estinzione degli istituti parlamentari da parte di imprenditori come Davide Casaleggio che gestiscono in forma privatistica la comunicazione politica e la selezione della leadership del primo partito italiano. E ancora: a cosa mirano baggianate come l’idea di sorteggiare gli eletti al Parlamento, quasi si trattasse di nominare i membri di una commissione di concorso o di parodiare le procedure in vigore ventisei secoli fa in seno alla ristretta élite degli aristocratici ateniesi? Tutto ciò mentre si affaccia l’idea che divengano negoziabili, sotto la spinta di minoranze di fanatici, beni comuni come la salute o i diritti ispirati ai princìpi costituzionali della laicità dello Stato. Per non parlare delle tentazioni, coltivate dalle curve ultra della destra e del leghismo, di ancorare l’Italia al blocco sovranista e anti-europeista che fa capo alle democrature e al blocco di Visegrad.

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E quale credibilità democratica può esibire l’alleanza fra forze che, dopo aver sbraitato per anni contro i governanti non eletti, candidano a premier un professore di diritto noto solo ai propri studenti e a qualche cultore della sua materia? Come non cogliere in questo deprimente panorama, attraversato per di più da una infantile concorrenza fra le forze di governo a chi la spara più grossa quanto a minacce o promesse, un preciso filo conduttore? Il solo reale punto di convergenza fra i due populismi, complici ma non-alleati, sta nel liberare gli spiriti animali dell’antiparlamentarismo, in una critica radicale delle istituzioni rappresentative che ci illudevamo appartenesse a un remoto passato della politica europea. Erede della cultura politica reazionaria, quella critica non si è mai accordata a una visione democratica del cambiamento, fosse pure legittimata dal voto popolare. Né queste pulsioni regressive (O’Toole le ha descritte come proto-fasciste) hanno nulla a che spartire con le legittime riflessioni di tanti autorevoli studiosi della scienza politica contemporanea sui nuovi possibili scenari della democrazia. Ricerche ispirate al desiderio di espandere la rappresentanza democratica attraverso strumenti e procedure da sperimentare con pazienza e prudenza. Quanto di più lontano da liturgie tecnologiche mirate a fare dei mitici “cittadini della rete” gli esecutori inconsapevoli degli interessi privati dei pochi in grado di monopolizzarne l’impiego e orientarne le finalità.

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Più di tutto deve inquietare la frequenza con cui sulla bocca dei governanti populisti ricorre la confusione fra autorità dello Stato e poteri del governo. Non si tratta di veniali imprecisioni lessicali. La separazione fra i tre distinti poteri costituzionali (esecutivo, legislativo e giudiziario) rappresenta, da Montesquieu (1689-1755) in poi, l’architrave del diritto pubblico. La confusione fra i tre poteri – per esempio quando l’esecutivo dia vita a organi giudiziari di parte, come i tribunali speciali nei regimi dittatoriali, o quando si cerchi di sottomettere agli interessi del potere esecutivo una figura di garanzia come il Capo dello Stato – è peculiare del pensiero reazionario. Le esternazioni dei leader populisti di entrambe le parrocchie non possono perciò essere liquidate a cuor leggero come innocui incidenti di percorso nella perfettamente oliata macchina della propaganda gialloverde. Quando Giggino Di Maio proclama “Adesso lo Stato siamo noi”, o Salvini decide di dilatare ad libitum i poteri del suo dicastero, sovrapponendoli a quelli della Magistratura, del diritto del mare, della stessa Marina militare, viene inferto un vulnus alla democrazia in quanto tale.

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Alto stato, ciò che allarma non è (o non è ancora) il timore di involuzioni apertamente antidemocratiche, quanto piuttosto il progressivo deterioramento della qualità della nostra democrazia. La fideistica celebrazione della iperdemocrazia del web, continuamente contrapposta alla democrazia della rappresentanza, costituisce un altro esempio inquietante. Il progressivo degrado del discorso pubblico ha già trasformato lo spazio politico nazionale in un’arena del risentimento dove plotoni di squadristi telematici possono impunemente brandire i loro randelli digitali (si veda in materia il bel saggio dedicato da Giovanni Ziccardi all’odio online, Rafaello Cortina 2016). La tempesta di tweet (tweet storm) artatamente scatenata nella notte fra il 27 e il 28 maggio contro il Capo dello Stato appena fatta circolare la farneticante ipotesi di impeachment – quasi che il doveroso richiamo alle responsabilità delle parti nella formazione del governo prefigurasse un attentato alla Costituzione – rappresenta un episodio di sconcertante gravità.  E non onorano la dialettica democratica campagne come quelle scatenate, in vista di un buon ritorno propagandistico, contro i vitalizi parlamentari e le pensioni d’oro. Campagne malate perché poco hanno a che fare con l’intenzione di sanare illegittimi privilegi. Esse riflettono e sollecitano piuttosto un sentimento di invidia sociale che si indirizza indiscriminatamente contro chi non risponda all’antropologia del militante populista e dei suoi leader. Senza forse accorgersi di riprodurre con ciò modalità tipiche della subcultura fascista, dal giovanilismo declamatorio alla demonizzazione in blocco del ceto politico (“quelli di prima” nel gergo di Giggino Di Maio). Il risultato consisterà nel deprimere ulteriormente la qualità del ceto politico. Perché esponenti di primo piano della cultura, dell’arte e della scienza dovrebbero dedicare una parte della loro vita all’interesse collettivo per essere accomunati alla categoria dei parassiti da qualche politicante di professione dal curriculum inesistente? È questo il volto forse più ripugnante del nuovo populismo e dei suoi gerarchetti.

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Mai come oggi – in uno scenario di democrazia mutilata e di pulsioni regressive – c’è dunque bisogno di un’opposizione che prima di tutto contrasti l’imbarbarimento della vita pubblica. Anche indagando se stessa e i propri errori. Merita a mio giudizio una riflessione ex post anche il mancato confronto fra Pd e M5s nella fase propedeutica alla formazione del governo. Sono il primo a dubitare che l’incontro potesse sortire un esito positivo, ma un rifiuto tanto sbrigativo ha trasmesso l’immagine di una forza della sinistra arroccata e risentita, sino a regalare un pretesto prezioso ai fautori del patto scellerato fra i due populismi. Forse un confronto di tipo istituzionale, senza pregiudiziali e senza cedimenti, avrebbe aperto qualche crepa nel fronte pentastellato o quantomeno reso più esplicite le ragioni del dissenso. Avrebbe anche rappresentato una lezione di stile per chi ricorda la meschina imboscata in streaming tesa pochi anni or sono da Grillo a Bersani in un’occasione simile.

Ho anche la sensazione che la dirigenza Pd abbia sottovalutato le conseguenze per il Paese e per gli stessi equilibri europei di un governo in cui la parte del leone la fa una destra radicale, xenofoba e anti-europeista, ringalluzzita dal protagonismo mediatico di un leader debordante, incurante di ogni limite e ben più consumato dei suoi maldestri alleati.

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Scommettere su una rapida e indolore “conversione dei barbari”, soprattutto in presenza di rapporti di forza parlamentare loro favorevoli, poteva senza dubbio rappresentare un azzardo. Il digital-qualunquismo ha la critica della democrazia rappresentativa – valore non negoziabile per la sinistra – nel proprio dna grillino e nelle sue ascendenze qualunquiste. Non è detto però che una parte consistente dell’elettorato cinquestelle, sfogato il proprio malessere in un voto di pura protesta, non fosse riconducibile a una visione più matura e responsabile della dialettica politica. Non mancano precedenti di istituzionalizzazione e democratizzazione di movimenti partoriti da una confusa e spesso maldigerita filosofia anti-sistema. Il populismo ha persino concorso, in alcuni contesti nazionali, alla costruzione delle moderne democrazie. Negli Stati Uniti di fine Ottocento, in presenza di istituzioni democratiche già consolidate, la mobilitazione contro i privilegi, e persino l’appello demagogico a rovesciare le gerarchie sociali (il basso vs l’alto), hanno obiettivamente contribuito ad allargare la platea sociale dei nascenti partiti. L’espressione populismo è stata usata a lungo, anche dalla letteratura democratica, in riferimento all’incipit della Dichiarazione di Indipendenza del 1776 (“We…the People”) senza significati dispregiativi. L’opposizione, talvolta rancorosa, ai veri o presunti detentori del potere si è associata alla fase nascente di tutti i partiti di massa europei e si è spesso riprodotta nella dialettica parlamentare. Né si può negare che tracce consistenti di populismo fossero rinvenibili nelle retoriche e nella propaganda dei partiti di massa di qualunque colore. Senza ironizzare sui no-vax, la  subcultura populista sembra aver assolto talvolta la funzione di una sorta di malattia esantematica delle democrazie di massa. Per tutto il Novecento, tuttavia, i populisti non hanno conosciuto altro destino che quello di abbandonare prima o poi il populismo. Dove le forze democratiche hanno saputo parlare al proprio popolo e rappresentare gli interessi generali, la sfida populista non ha prevalso.

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Dalle colonne di Repubblica del 13 maggio 2018 (“Come capire il populismo per batterlo”), Nadia Urbinati ha posto la domanda strategica. Come si può sconfiggere una forza magmatica, che in mancanza di meglio continuiamo a classificare populismo, ricorrendo alla più ambigua, generica e sfocata delle formule? Il populismo può rappresentare indifferentemente uno stile di comunicazione o l’evocazione di antichi movimenti libertari, la suggestione del nuovo e la riproposizione del più vieto trasformismo. Orfano di ideologie matrice, attinge però a piene mani all’archivio della cultura politica anti-sistema di ogni gamma cromatica: la demonizzazione della rappresentanza, dei partiti, delle élite; l’indebita confusione fra casta parassitaria e legittima rappresentanza politica; l’ostilità a ogni forma di intermediazione sociale, non senza regressioni a un leaderismo autoritario;  da ultimo un uso spregiudicato delle regole del vecchio gioco politico giolittiano, per cui – come nel caso delle più scriteriate mobilitazioni no-tutto – “la legge coi nemici si applica, con gli amici si interpreta”.

In tutte le sue manifestazioni, privo com’è di princìpi guida, il populismo ostenta una natura camaleontica. Inseguendo un facile consenso, cavalca tutto e il contrario di tutto. A un’osservazione ravvicinata è però facile rintracciarne i tratti ricorrenti. La critica reiterata alla democrazia rappresentativa, in particolare, separa i cinquestelle dal pensiero democratico in tutte le sue possibili accezioni, come l’anti-europeismo autoritario e a tinte xenofobe della Lega la differenzia dalle forze conservatrici aliene da tentazioni sovraniste. Sono questi aspetti del doppio populismo italiano che suscitano allarme e che non possono essere oggetto di negoziato. Segnalano però anche la fragilità di una non-alleanza di governo fondata sulla sommatoria di pure negazioni e isolata fra i Paesi leader del continente. Ciò non esime però dalla necessità di adeguare gli strumenti della critica e del confronto politico, ricercando le cause del fenomeno e approfondendone le contraddizioni.

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Prendendo sul serio la sfida dei nuovi populismi, uno dei più importanti partiti della socialdemocrazia europea, la Spd tedesca, sta investendo risorse ed energie in un vasto programma di ricerca sul tema. Ha colto l’importanza e l’urgenza di comprendere, di non accontentarsi degli anatemi, magari di liberarsi di qualche pregiudizio e di luoghi comuni (anche la sinistra, e non da oggi, ha i suoi idola). Credo che anche alle nostre latitudini bisognerebbe accettare la sfida: senza limitarsi all’analisi sociale e culturale del fenomeno ma senza neppure prescinderne.

Ciò che si colloca davvero fuori dall’orizzonte della democrazia rappresentativa, costituendo l’elemento irrisolto e più inquietante, del “discorso populista”, è però la convinzione che l’establishment costituisca una sorta di classe in sé e per sé, identificabile a priori. La “casta” immaginata dai populisti possiede un profilo ontologico in assenza di una riconoscibile identità sociologica: è data per sempre, a priori e immutabile come l’Essere parmenideo. Include inoltre non solo il ceto politico ma tutte le vere o presunte élite del potere (scienziati, intellettuali, giornalisti). In questo senso la critica alle élite condotta dai populismi italiani – e segnatamente dal M5s, ancora percorso dalle pulsioni anarcoidi del suo ispiratore – rappresenta un fenomeno a suo modo originale. La visione cospiratoria e la dominante del sospetto ricordano più le sette fondamentalistiche minoritarie che i movimenti radicali di massa. Neppure si tratta di una contestazione riconducibile all’elitismo conservatore del primo Novecento, che esprimeva piuttosto l’insofferenza verso il parlamentarismo clientelare e il trasformismo dei notabili, la diffidenza per i partiti di massa e il professionismo politico, enfatizzando all’opposto quei saperi e quell’etica delle competenze alle quali oggi qualunque scalzacani munito di mouse si sente in diritto di indirizzare la propria rabbia (senza che il Movimento tracci mai una limpida linea di demarcazione fra diritto di critica e pratica del linciaggio). Nemmeno riproduce la critica radicale alle involuzioni della democrazia presente in quella sociologia critica nord-americana che ispirerà la prima stagione del ciclo di protesta negli anni Sessanta. Critiche ponderosamente documentate alle metamorfosi del potere democratico, animate da indignazione morale ma libere da qualunque forma di fanatismo settario o di invidia sociale. È invece nella sfera di un moralismo ringhiante che si era costruita alla fine della prima decade del Duemila la narrazione grillina della casta. Espressione mutuata dal titolo di un brillante pamphlet a firma di due giornalisti di vaglia, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (La casta, Rizzoli 2007), che l’avevano però usata in un’accezione per nulla declamatoria e approssimativa come nella vulgata del nascente Movimento. In alcune delle sue campagne o nella compiacenza verso istanze pericolose  – esemplare il caso dei no vax – si avverte ancora, d’altronde, l’eco di una cultura indulgente con il messianesimo antiscientista e settario delle minoranze fanatizzate.

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L’analisi è appena agli inizi e necessita di un’osservazione più sofisticata e protratta nel tempo. La buona politica non può però rinunciare a difendere le ragioni della democrazia rappresentativa. Per farlo bisogna ripensare quelle categorie fondamentali della democrazia che sarebbe irresponsabile considerare acquisite una volta per tutte. Non si batte il populismo se non recuperando il principio di uguaglianza troppo a lungo bersagliato dalle retoriche liberiste e da un’applicazione impropria alla sfera politica dei princìpi del marketing. Oggi come sempre l’uguaglianza è tale se coniuga diritti inalienabili, pari opportunità e un principio di dignità di ciascuno depurato dall’animosità qualunquista dei nuovi populisti.

Significa poi restituire vigore a un’idea di libertà che è propria del pensiero progressista: non licenza individuale, ma diritto consapevole di esprimere una vasta gamma di opportunità e di diversità, intese come risorse da rispettare e valorizzare. La nuova “libertà dei moderni” è composta di diritti e insieme di doveri e di responsabilità condivise entro un ordinamento giuridico di ispirazione universalistica.

Infine bisogna riappropriarsi senza timidezze della critica del potere, quando questo si identifichi con istituti separati dalla società, privi di trasparenza ma inclini a limitare o condizionare il controllo democratico sul loro operato. La critica all’opacità dei “corpi separati” ha costituito un potente cavallo di battaglia di tutti i populismi, mentre si è diffusa l’impressione di una sorta di acquiescenza ai poteri “forti” da parte dello schieramento riformista. Ma l’opacità di regole e procedure va contestata a maggior ragione ai populisti, al loro equilibrismo intellettuale, alla loro etica delle convenienze.

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Quello enunciato dalla Urbinati non è un programma rivoluzionario, ma discende direttamente da quei principi che, dalla caduta del fascismo a oggi, chiamiamo democrazia costituzionale. Essi interrogano la sinistra italiana in una fase di incertezza e sbandamento, la incoraggiano a farsi paladina di bisogni sociali concreti, senza trascurare la tematica strategica dei diritti civili ma senza ridurre ad essa la propria azione riformatrice. Un partito popolare di massa rimane cosa diversa da un partito liberale. La sua promessa di emancipazione si rivolge a una platea sociale pesantemente penalizzata dalla crisi. E la caricatura grillina della casta ha fatto breccia perché si era già affermata la sensazione diffusa di un distacco fra rappresentanza politica e interessi materiali dei ceti meno abbienti. Una rivoluzione democratica, perciò, non ha bisogno di cercare nuovi profeti. Né ha bisogno di guardare troppo lontano.

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Basta rileggere l’articolo 3 della Costituzione, riscoprirne il significato emancipatorio e impegnarsi a dare attuazione non ad astrusi contratti di potere ma al solenne patto costituzionale che gettò le fondamenta della nostra Repubblica:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

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NICOLA R. PORRO