Alien Covenant e altri disastri, ovvero il tradimento di Omero.

di FEDERICO DE FAZI ♦

«Ehi, Federico, guarda che ho trovato a meno di un euro sulla pay-TV» mi dice mio padre, segnando col cursore del televisore la copertina di Alien Covenant.

«Non so, papà» dico io. «Dicono che non sia granché…».

«Vabe’, il regista è Ridley Scott, non può far schifo. E poi a me Alien piace» sentenza lui, avviando la riproduzione.

Sia chiaro, io sono uno spettatore di bocca buona e mi sono fatto piacere certi film di qualità infima che altri con gusti non proprio eccellenti avrebbero detestato. Però l’ultima fatica di Scott ha scatenato in me sentimenti di fastidio tali da sfociare a tratti nel disgusto. Disgusto non per le scene forti (che del resto sono cosa buona e giusta in un film di quel genere) né per cattive scelte registiche (fotografia e sonoro eccellenti, inquadrature perfette, effetti speciali allo stato dell’arte), ma per la storia e per le tematiche che avevano in certi tratti picchi di squallore madornali.

Personaggi teoricamente qualificati che agiscono nella più totale incompetenza e con una stupidità che fa desiderare la loro morte prima di quella prevista dall’intreccio del film o dialoghi irrealistici che dovrebbero in teoria portare a riflessioni profonde ma poi scadono nella banalità più scontata.

Mi viene da pensare a quale spreco possa essere mettere del materiale così potente come la creatura creata da Geiger e un comparto tecnico così spettacolare in mano a una narrazione così scialba.

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La storia in sé ha un discreto potenziale, con un buon colpo di scena e delle premesse interessanti e spero di non rovinare la sorpresa a nessuno riassumendola per sommi capi qua sotto.

La nave spaziale Covenant trasporta personale e materiale necessario per fondare una colonia su un nuovo pianeta. Un brillamento solare causa ingenti danni all’astronave, inducendo il comandante in seconda (il capitano è deceduto nell’incidente) a fermarsi nel pianeta più vicino che, provvidenzialmente, ha un ecosistema (sospettosamente) simile a quello terrestre. La squadra di ricognizione si imbatte presto in un patogeno che infetta due membri e causa la nascita dei primi alieni. Il vettore che collega la nave alla superficie viene distrutto nel maldestro tentativo di uccidere gli alieni in questione e i superstiti sono costretti ad avventurarsi nell’ecosistema ostile del pianeta. Le loro peregrinazioni terminano quando un misterioso individuo li conduce in una città morta, disseminata di cadaveri pietrificati.

Il misterioso individuo si rivela essere un androide (presente in ogni missione) di nome David, proveniente da una spedizione su un pianeta popolato dalla stessa razza degli antichi abitanti della città morta. Unico sopravvissuto (gli eventi sono narrati in Prometeus, film precedente nella saga), l’androide ha preso insieme all’unica superstite della spedizione la nave di questi alieni. La nave schiantandosi ha ucciso la compagna di David (protagonista di Prometeus) e ha liberato nell’atmosfera lo stesso patogeno che ha ucciso i due membri della spedizione coloniale. Si scoprirà poi che in realtà è stato David a uccidere la sua compagna di viaggio e ad infettare gli abitanti del pianeta col patogeno, arrivando a creare con esso la creatura xenomorfa protagonista dell’omonima saga.

Con l’inganno, David ucciderà diversi membri dell’equipaggio, ma grazie alla prontezza dell’eroina del film e all’intervento di Walter, l’androide “buono” membro dell’equipaggio di colonizzazione, i superstiti riusciranno a tornare rocambolescamente alla nave madre.

Nel finale si scoprirà con prevedibile sorpresa che in realtà David ha preso il posto di Walter e che ora intende usare la nave e le persone che trasporta al fine di creare una colonia per le sue creature.

La storia è intrigante e può senza dubbio funzionare, ma gli espedienti che fanno da propellente alla stessa sono sconcertanti per gli stessi motivi che ho detto prima, vale a dire un’incoerenza di fondo nelle azioni e le scelte dei personaggi che sembrano dettate dall’esigenza di rispettare i cliché del genere. In definitiva la narrazione procede prevedibile, noiosa e priva di pathos, mentre le emozioni che si provano maggiormente (oltre al legittimo e sacrosanto senso di perturbamento per le creature mostruose) sono la noia e lo sconcerto per la sciatteria con cui la storia procede.

Mi è venuto da pensare a quanti film ho visto ultimamente in cui dell’ottimo materiale in termini di soggetto sia stato buttato al vento da una sceneggiatura di scarsissimo valore e la risposta è stata: troppi.

Mi sono chiesto allora come fosse possibile che quelli che dovrebbero essere i nostri equivalenti contemporanei di Omero e Virgilio, i nostri narratori di storie e di saghe epiche, abbiano perso la capacità di raccontare storie che siano degne di essere raccontate. In cosa si sbagliano? Cosa dovrebbero fare invece?

Forse quello che manca a questi uomini (e donne) è l’umiltà di tornare sui loro passi e capire da dove tutto è cominciato, ma soprattutto quali sono quelle cose che rendono certe storie ancora degne di essere raccontate e altre no.

Se siete volenterosi come lo sono io, voglio cominciare un viaggio in cui confronterò la storia mal raccontata dello sventurato equipaggio della Covenant con la saga più antica mai scritta nell’emisfero occidentale: il Ciclo omerico.

A differenza di altri testi antichi come la Bibbia, l’Iliade e l’Odissea non hanno come pretesa principale quella di raccontare una Verità rivelata, bensì solo quella di raccontare una storia, vale a dire di intrattenere. Gli eroi di questi racconti erano dei modelli di riferimento per chi li ascoltava, certo, ma nessuno aveva la pretesa di dire che fossero mai realmente esistiti o che il loro comportamento fosse il paradigma assoluto del comportamento dell’uomo virtuoso.

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Ma l’Iliade e l’Odissea non hanno solo questo primato. Esse sono storie che raccontate ancora oggi hanno ancora qualcosa da dire sia a chi vuole semplicemente sentire una storia, sia a chi vuole imparare su come raccontare una storia. Al pari dei loro protagonisti, questi due poemi possono essere ancora presi come modello per chi voglia cimentarsi in una narrazione.

Non fraintendetemi, non posso minimamente salire in cattedra e dire come si debba o non si debba raccontare una storia. Voglio proporre solo delle riflessioni, non tanto sull’aspetto stilistico con cui una storia viene narrata, quanto sull’aspetto tematico.

Si potrebbe infatti pensare che le tematiche siano secondarie all’intreccio, alla trama o alla cifra stilistica di una narrazione, ma le tematiche sono invece i semi su cui la storia si basa e, se ben nutrite, esse crescono fino a divenire quei pilastri che danno coerenza e stabilità a ciò che viene raccontato.

Le tematiche sono alla base del mondo narrativo che vogliamo creare e lo sorreggono come fossero fondamenta. Ogni elemento tangibile della narrazione è in realtà la traduzione di una ragione seminale che sono le nostre tematiche.

Esse nascono prima della psicologia dei personaggi e rendono questi credibili prima ancora che vengano scritti. Le loro azioni, i loro pensieri e le loro interazioni sono figli delle tematiche che abbiamo scelto per loro.

Per tematica non intendo il tema di una storia, vale a dire l’argomento che attraverso la narrazione si vorrebbe esporre, ma quell’insieme di elementi più o meno evidenti che di volta in volta vengono. affrontati dalla narrazione.

Che sia un aspetto morale, psicologico, scientifico o filosofico, la tematica è quell’argomento che viene affrontato nella nostra storia, oppure meglio, il significato che ha una parte della nostra storia.

Il primo argomento che sarà affrontato in questo ciclo di articoli sarà una tematica a me molto cara: la Fede.

Virtù teologale insieme alla Speranza e alla Carità, indica la capacità dell’uomo di sapere che esiste qualcosa al di là di quello che vede o sente. Spesso questo termine è stato abusato, portando a confonderlo con altri elementi ad esso congruenti ma che sono in realtà affini alla cultura, alla religione e alla superstizione.

Dirò come secondo me gli antichi cantori che oggi rispondono al nome di Omero hanno affrontato questo tema e che cosa, sempre secondo me, hanno ancora da insegnarci, per poi analizzare alcuni degli errori commessi nell’ultima pellicola di Scott e come potrebbero essere evitati.

Che rapporto c’è tra Fede e fiducia?  Tra Fede e cultura religiosa? Come agisce un personaggio senza fede e come agisce uno che invece la fede ce l’ha?

Ne parlerò nel prossimo articolo.

FEDERICO DE FAZI