POPULISMO E POPULISTI (XX)

di NICOLA R. PORRO ♦

Una favola triste: il governo del cambiamento

La vasta e complicata tematica del populismo non si esaurisce nell’analisi del caso italiano e non ci esime dall’obbligo della distinzione fra la categoria concettuale di populismo/i e il variegato profilo dei populisti, intesi come espressione di molteplici e variegati contesti politico-culturali. Confermandosi come fucina della sperimentazione politica europea, il sistema politico italiano consente però di isolare due possibili idealtipi del populismo. Da una parte il qualunquismo antipartitico “né di destra né di sinistra”, che Alessandro Dal Lago ha battezzato populismo digitale. Dall’altra il sovranismo anti-europeista e organico alla destra xenofoba continentale. A cementare questa surreale non-alleanza fra due non-partiti, che demanda a un contratto notarile il più politico degli atti – la formazione di un governo – sta una logica di puro potere. Nessuno dei due partner dispone di un’autonoma maggioranza parlamentare, nessuno è disposto a perdere la grande occasione. L’Italia è così il solo, fra i Paesi membri del G7 e fondatori della UE, a sperimentare la formula dei populismi di lotta e di governo.

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Nulla di demoniaco: la politica, specie quella italiana, è anche un fantasioso regno del possibile. Nulla di imprevedibile: quello di cogliere l’attimo costituisce un poderoso riflesso condizionato nelle dinamiche di potere. Nemmeno nulla di totalmente inedito. Più di un commentatore (ricordo per tutti lo sferzante articolo di Michele Prospero sul Manifestodel 27 maggio 2018) ha infatti ricondotto la vicenda alla vetusta tradizione del trasformismo. Un teatro delle convenienze che consente brillanti sceneggiature. Chi poteva mai immaginare Giggino Di Maio e Matteo Salvini mentre scrivono la Storia in diretta streaming? Proclamatisi profeti del cambiamento e protagonisti di una rivoluzione culturale, producono nei fatti la più usuale e prosaica delle dinamiche politiche: la sostituzione di vecchie élite di potere con nuove élite che aspirano al potere. Processo fisiologico in ogni democrazia e ben noto alla Scienza politica: Vilfredo Pareto elaborò più di un secolo fa la teoria della circolazione delle élite. Anche allora l’avvento di scenari inediti – talvolta cruenti, come nel caso di guerre e rivoluzioni – segnalava profonde fratture socio-culturali. Ma il rovesciamento degli equilibri e l’affermazione di un nuovo ceto politico erano ispirati a una “visione”, il più delle volte intransigente e non negoziabile nei suoi fondamenti ideologici. Altro che tramonto delle ideologie e ubicazione “né a destra né a sinistra”! Difficile invece immaginare il felpato Giuseppe Conte, impegnato a controfirmare il rogito redatto dagli amministratori del condominio di governo, nei panni di un trascinante leader rivoluzionario.

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Ancora una volta, il populismo agisce come il sensore di una crisi che si candida – con esiti ancora imprevedibili – a rappresentare la risposta contingente alla crisi stessa. L’accordo di governo che presiede alla non-alleanza fra due non-partiti non può certo avere il respiro della Storia, con buona pace del Giggino Di Maio pensiero. Ma segnala qualcosa di importante.

…Quando in una stessa compagine di governo – scrive Prospero – si intrecciano residui di radicalismi di sinistra e eredità di una antipolitica conservatrice, slanci per i diritti negati e i rancori della destra, il secessionismo del nord e il disagio meridionale, i nuovi linguaggi digitali giovanili e gli incubi senili di tipo securitario, la cantante di Clandestino e quella di Finché la barca va, il segretario nazionale della Fiom e i padroncini, qualcosa di profondo si è consumato…

Prospero evidenzia contestualmente la fragilità dell’intesa populista e l’impotenza di un’opposizione incapace di cogliere la profondità della frattura che si è consumata fra la sua leadership e il popolo della sinistra. A surrogarne le funzioni uno schieramento composito di forze sociali e culturali messe in allarme dai primi atti del populismo di governo. A mobilitarsi con più rapidità e determinazione Famiglia cristiana e Confindustria, le ONG martoriate dalle provocazioni di Salvini e la stampa d’opinione. E poi imprenditori e sindaci, presidi e pediatri. E il Pd? Risposta non pervenuta, o meglio confinata nelle aule parlamentari in attesa del dopo vacanze. Quello della sinistra sembra un sistema immunitario depresso, incapace di produrre gli anticorpi necessari a contrastare gli effetti del populismo di lotta e di governo.

Pur beneficiando di una debole azione di contrasto, il patto di potere fra i due populismi presenta tuttavia anch’esso aspetti di vulnerabilità che riflettono il profilo sociologico, prima che immediatamente politico, dei rispettivi elettorati. La non-alleanza è infatti espressione di due sistemi di interesse e di due contesti sociali e territoriali assai diversi e difficilmente componibili. Rappresentano la Lega Nord e la Lega Sud in un Paese orfano della politica, delle sue macchine organizzative e dei suoi sistemi valoriali di riferimento. Le due Leghe sono eredi illegittime di antiche subculture anti-partitiche. A dispetto del profilo postmoderno di cui si ammanta, il M5s ha mietuto consensi nel Mezzogiorno promettendo il reddito di cittadinanza e cavalcando il tradizionale plebeismo meridionale, cui aveva dato voce nell’immediato dopoguerra, in un miscuglio di di pulsioni anarcoidi e di suggestioni reazionarie, l’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, per riconoscersi dopo pochi decenni nei capipopolo della destra monarchica e neo-fascista. È impressionante osservare nella mappa del voto la quasi perfetta coincidenza fra il consenso postbellico alle destre populiste e quella che disegna il voto ai cinquestelle del 4 marzo.

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La Lega salviniana rappresenta, al contrario, un fenomeno originale di nazionalizzazione del separatismo padano dell’epoca Bossi. L’ispirazione secessionista, l’occhio rivolto agli interessi dei padroncini lombardo-veneti e alla rivolta fiscale che soffiava dall’Europa del Nord, ha solo cambiato soggetti e predicati. La Roma ladrona di Bossi diviene la Bruxelles ladrona di Salvini. Il rozzo etnocentrismo padano non si indirizza più agli italici terroni (votano anche loro…) bensì ai migranti extracomunitari, perfetto capro espiatorio per gli spiriti animali del rancore identitario. I seguaci di quelli che invitavano a usare il tricolore nel proprio bagno per finalità poco patriottiche vestono oggi senza pudore i panni di difensori dell’onore e degli interessi nazionali. Le due Leghe, tenute insieme da logiche di convenienza come nei vecchi matrimonj dinastici, non si sforzano neppure di minimizzare le differenze. Qualche furbesca sortita, come le pianificate esternazioni anti-tutto di Alessandro Di Battista nelle vesti del Che Guevara de noantri, serve piuttosto a lenire i tormenti delle truppe accampate lungo i confini anti-sistema del movimento.

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In un’ottica di medio periodo il governo del contratto populista può essere rappresentato come uno degli esiti inintenzionali di quella rivoluzione conservatrice berlusconiana che ha segnato un ventennio di storia repubblicana producendo una dinamica bipolare di competizione con l’area riformista, all’epoca pomposamente battezzata “democrazia dell’alternanza”. La formazione del Pd nel 2007 fu il prodotto di quel sistema elettorale e di quella stagione, esaurita la quale si svilupperanno dinamiche di decostruzione del sistema singolarmente simili a quelle che avevano segnato la lunga crisi maturata a cavallo fra Ottocento e Novecento. Inizialmente contenuta dai nascenti partiti di massa e dalla pratica del trasformismo parlamentare, essa sarebbe stata teatralizzata, fra il 1914 e il 1915, nella forma del nazional-populismo con la mobilitazione interventista che precedette l’entrata in guerra dell’Italia. Attraversata anch’essa da un rabbioso antipartitismo, da una retorica giovanilista e da un’infatuazione “modernista” ispirata al culto futuristico della tecnica, avrebbe fornito le munizioni simboliche e il corredo emozionale per l’avventura fascista. Il dirigibile e il manganello rappresentarono le icone dell’alleanza fra nazional-populismo e fascismo di regime come la rete e la ruspa – in un contesto fortunatamente depurato da suggestioni totalitarie – quelle dell’alleanza fra i due populismi.

Sette Sette bis e ter

Quella che si delinea è una democrazia minima: in gioco non sono le istituzioni democratiche bensì la qualità della democrazia. La sua legittimità riposa per un verso su investiture telematiche, impermeabili a qualunque controllo, e per un altro sulla delega fiduciaria al Capo. La volatilità della rete consente al populismo digitale di esibirsi nelle più spericolate acrobazie, inseguendo tutto e il contrario di tutto. La ruvida materialità della ruspa evoca l’insediamento tutt’altro che simbolico della Lega nel sistema degli interessi dell’imprenditoria settentrionale. Con qualche restyling in corso d’opera, la poco santa alleanza può paradossalmente candidarsi a riunificare il Paese solleticando la rabbia sociale e componendo l’euroscetticismo di uno dei partner con il sovranismo dell’altro. Sullo sfondo la figura di un premier poco ingombrante, preoccupato di non disturbare i manovratori ma dotato di buone maniere e di una certa padronanza dell’inglese. Per ironia della sorte, è infatti toccato a un giurista misurarsi con la quotidiana offensiva contro la Costituzione scatenata dagli amministratori del condominio populista. Bastino pochi ma non irrilevanti esempi. Il principio della fiscalità progressiva è negato dal progetto di flat tax. Lo Stato di diritto e persino il rispetto delle libertà individuali legalmente tutelate sono oggetto di continue contestazioni. Si delinea una nuova figura: quella del ministro provocatore, sensibile al richiamo di turbolente minoranze attive, spesso piccoli manipoli di fanatici cui è concesso di condizionare l’agenda politica. Non c’è che l’imbarazzo della scelta: dai no vax agli anti-tutto delle grandi opere, da chi invoca le ruspe contro i rom a chi intende fermarle ai cancelli dei grandi cantieri, dai militanti dell’integralismo religioso agli aspiranti pistoleri sino alle mille sfumature di grigio dell’anti-europeismo.

Otto Otto bis e Ter

Altro che “non siamo di destra né di sinistra”! Quello che emerge è un tentativo in piena regola di restaurazione contro il sistema dei diritti che si sviluppa in parallelo con l’auspicata disintermediazione della società. Un disegno quest’ultimo ricorrente nelle  culture politiche leaderiste, perseguito già dal primo berlusconismo e non sufficientemente contrastato dal Pd nella stagione renziana. L’offensiva contro le forze sociali organizzate, le reti di volontariato, le ONG, prosegue su tutti i fronti, di pari passo con il tentativo di screditare ruolo e funzioni del sistema della solidarietà, in un crescendo di provocazioni alla filosofia civica dei diritti.

Alzare l’asticella della sfida serve però prima di tutto a distrarre dai problemi concreti che i populisti di lotta e di governo devono affrontare. Le promesse elettorali sono difficili da mantenere, soprattutto se, confondendo comunicazione istituzionale e propaganda elettorale permanente, si sono generate aspettative sproporzionate. Alla prova del governo i vincoli di bilancio dello Stato – per un Paese che ogni anno deve trovare acquirenti disposti a comprare 400 miliardi del suo debito pubblico (mission impossible senza il soccorso delle istituzioni finanziarie europee) – si rivelano qualcosa di diverso dall’immaginario complotto, ordito dai poteri forti per tarpare le ali alla rivoluzione populista, descritto in campagna elettorale.

Lavoro: Istat, calano giovani 'a casa', -252 mila Neet

Un giovane davanti a una agenzia interinale ANSA/ FRANCO SILVI

Quella dei nuovi populismi insediatisi nel cuore dell’Europa è una favola triste. Triste è il vittimismo aggressivo che permea le loro narrazioni, triste la regressione a un discorso pubblico dominato dalla cultura del sospetto, triste l’ossessiva quanto puerile antitesi amico-nemico, triste la povertà culturale dei riferimenti. Eppure la favola triste può circolare ancora a lungo, sinché potrà lucrare sul disincanto che ha eroso il consenso alle forze democratiche e segnatamente alla sinistra. Se è vero che quasi un terzo degli elettori sindacalizzati ha votato cinquestelle, ciò dimostra che una cultura politica si è dissolta e non basta appellarsi alla crescente mobilità dell’elettorato. Se il non-partito, che veste panni libertari ma invoca (come Berlusconi) il vincolo di mandato per sottomettere i parlamentari alla dittatura dei partiti, può raccogliere consensi persino fra dirigenti e militanti delle organizzazioni sociali di massa, significa che si è consumato un divorzio drammatico fra politica e cultura. Simile a quello che Gramsci aveva paventato nelle sue riflessioni sull’egemonia, maturate negli anni della crisi del primo Novecento. Il mix fra vecchia antipolitica e vagheggiamento dell’iperdemocrazia della rete, fra impulsi securitari e concreti interessi del sistema d’imprese che fanno capo alla Lega e alla ditta Casaleggio hanno già trovato del resto convergenze precise: un maxi-condono camuffato da “pace fiscale” e la socialmente iniqua flat tax ne saranno il suggello.

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Una coalizione di non-alleati, che si professa post-politica, può insomma, a certe condizioni, addirittura beneficiare delle sue contraddizioni. Tenere insieme a Lega inseguita dagli scandali e i giustizialisti pronti a intonare a comando il coro onestà onestà, è possibile nella classica logica del patto omertoso. In un universo che si vanta di aver rovesciato i vecchi paradigmi, la contraddizione non paga pegno. Gli operai di Taranto non hanno decretato un plebiscito a chi esigeva la chiusura immediata della loro fabbrica? Quanti pensionati a basso reddito si sono affidati a una Lega intenzionata a ridurre le prestazioni sociali pur di favorire fiscalmente i più benestanti? Qualcuno si è domandato come ci si possa dichiarare ultraliberisti per il mercato interno e protezionisti verso le merci cinesi? E come si concilieranno le promesse elettorali del M5s, insostenibili in termini finanziari, con la filosofia leghista dello Stato minimo (meno Stato sociale, più Stato penale)? E, a proposito di onestà come verrà battezzato quel condono mascherato da “pace fiscale” che, pur di arraffare risorse per finanziare promesse irresponsabili, befferà i contribuenti onesti per premiare gli evasori piccoli e grandi in un Paese in cui l’evasione corrisponde al 13% del Pil nazionale? L’autunno potrebbe essere difficile, le turbolenze sui mercati potrebbero colpire di nuovo gli anelli deboli della catena, sarà problematico mantenere i conti in ordine e dar seguito a promesse ispirate a una pura logica di cattura del consenso. I populismi di governo faranno però di tutto per garantirsi la sopravvivenza. Non possono cadere sul più bello, mentre stanno scrivendo la Storia…E possono riuscirci, almeno sinché all’appello mancherà il convitato di pietra delle forze progressiste.

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NICOLA R. PORRO