GENOVA, UNA IDEA COME UN’ALTRA

di ROSAMARIA SORGE ♦

Ci ha colti un dolore immenso per gli avvenimenti di Genova, un dolore che per noi architetti è ancora  più grande , amplificato da una serie di considerazioni che sono in parte tecniche ma prevalentemente sentimentali; dico sentimentali perché ci percorre come un sentimento di sconforto che investe tutto quello in cui abbiamo creduto. Certo noi lo sapevamo già che il  cemento armato, precompresso o meno non è eterno e ce ne eravamo accorti con la Ville Savoye di Le Corbusier sottoposta a svariati interventi di ripristino, con la Bahuaus , con la Torre di Einstein, con il grattacielo Pirelli  ma  ci eravamo altresì illusi   che si apriva un varco nel concetto di restauro tutto da esplorare e definire  e che  questo patrimonio  contemporaneo  fosse trasmettibile ai posteri per moltissime generazioni.

  Sapevamo anche che nella stragrande maggioranza dei casi il restauro di opere contemporanee non valeva la pena farlo perché un  edificio moderno non è una scultura ma  un organismo che ha senso fino a quando le circostanze non ne decretano la fine del suo ciclo vitale; il problema  infatti si pone solo davanti ad opere di indiscusso valore architettonico per le quali si rende necessario da un certo momento in poi un lavoro continuo e meticoloso che comunque in buona parte  ne snatura il senso, perpetuando una immagine irreale,   con l’intento di riappropriarci del loro valore simbolico  in quanto  ne apprezziamo  il carattere ideale ma non ne apprezziamo più  la modalità costruttiva che ha determinato il deterioramento.

 Per il ponte di Morandi  si sono cercati subito i colpevoli  e qualcuno ha rivolto qualche commento inopportuno anche al progettista del ponte genovese, sono state pronunciate frasi totalmente fuori luogo come chi ha ricordato la sua morte per suicidio attribuendola ad un tardivo ripensamento  sulla tecnica messa in atto nella realizzazione dei ponti e delle grandi strutture in genere. Un po’ come dire che Monicelli decise di porre fine alla sua vita perché rinnegava tutti i suoi film.

Morandi aveva esaltato l’uso del c.a. precompresso cioè sottoposto a compressione preventiva per aumentarne le prestazione e lo aveva utilizzato nei ponti e nei viadotti dando forma a immagini ben lontane da quelle tradizionali in un gioco di geometrie strallate su cui poggiavano travi e mensole a reggere la carreggiata stradale. Opere complesse e ardite che riscoprivano una nuova linearità.

Un ponte, come quello di Morandi, indiscusso maestro, sognatore ardito, non sfugge alle considerazioni  sui tempi del suo ciclo vitale, sottoposto a carichi dinamici enormi che stressano la struttura e sicuramente non previsti nemmeno per l’intensità del traffico odierno, infatti  era costantemente monitorato e per questo in  alcuni stralli erano stati posti in opera tiranti in acciaio, ma evidentemente tutto questo non è bastato. Io non voglio entrare in nessuna polemica  perché non serve, serve invece capire e prendere coscienza che in Italia vi è un gran numero non solo di ponti ma di interi manufatti che si stanno pericolosamente avviando alla fine del loro ciclo vitale e se non sono opere degne di essere costantemente sottoposte a quel ripristino continuo  tanto per mantenere intatto il loro valore simbolico, forse la strada meno onerosa e più pragmatica è quella della demolizione e ricostruzione secondo normative, tecnologie che ne garantiscano una durata maggiore.

Il ponte di Morandi pone una doppia considerazione a questo punto: opera dell’ingegno da salvare o manufatto obsoleto da demolire?

Io personalmente propendo per una situazione di compromesso tra le due estreme possibilità:Le necessità odierne dei trasporti impongono sicurezza e come tale va realizzato un collegamento che garantisca il massimo della sicurezza con materiali nuovi e tecnologicamente testati e con una durabilità maggiore dei 50 anni del c.a.

Nello stesso tempo penso che il ponte di Morandi debba essere ripristinato nella parte  crollata e utilizzato in condizioni di declassamento in attesa di un nuovo e più agevole collegamento e poi  demolito per ridare senso ad una periferia fortemente compromessa dalla sua presenza lasciando un po’ come a Berlino una campata a futura memoria  in un punto specifico dove la presenza  sia più incisiva ma meno invadente,monumento e  omaggio ad un sognatore.

ROSAMARIA SORGE