POPULISMO E POPULISTI (XIX)

di NICOLA R.PORRO ♦

La favola sciocca: globalismo e sovranismo

Il richiamo dell’identità si fa più forte nei momenti di crisi e di transizione perché permette di rifugiarsi in un’appartenenza che ci rassicura, sia essa etnica, religiosa, linguistica, culturale, nazionale o localistica. Difficile da definire, essa trasmette tuttavia l’illusione di possedere una consistenza granitica, autoevidente: è assertiva, taken for granted, dicono gli inglesi. Informe, controversa, plasmabile, duttile o coriacea a seconda delle convenienze di chi la invoca, rappresenta un ingrediente formidabile di mobilitazione emozionale. Agisce sull’immaginario in funzione della propaganda politica esattamente come l’eccitazione del desiderio rispetto alla pubblicità commerciale.

Nel caso dei populismi nazionalistici a forte impronta leaderistica, esempi di grande interesse provengono dal contesto latino-americano. Figure come l’argentino Perón o il cubano Fidel Castro condensano gli ingredienti costitutivi del populismo in forma identitaria. L’appello carismatico riproduce ed enfatizza la logica alto-basso, popolo-élite. Il culto del capo (lider maximo, caudillo) si accompagna a strategie di fidelizzazione e a una mobilitazione permanente contro le trame e i soprusi dei nemici esterni e interni, indispensabile per costruire emotivamente l’opposizione noi-loro. La rappresentanza sociale è prerogativa delle organizzazioni collaterali, spesso strutturate in forme paramilitari. Le istituzioni rappresentative, in assenza di una reale dialettica governo-opposizione, sono declassate a un ruolo formale.

La figura dei leader rivoluzionari, sostenuti da un vasto consenso popolare, non va però confusa con quella dei capi golpisti. Questi ultimi sono quasi sempre esponenti delle gerarchie militari – come il cileno Pinochet – pervenuti al potere con la violenza e grazie al sostegno di potenze straniere. Il lessico e la retorica del nazional-populismo sono peraltro ampiamente presenti in entrambe le varianti del populismo latino-americano.

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credito: fotografia di Olivero Toscani

I leader populisti presentano dunque fortissimi tratti comuni, a dispetto delle ideologie professate. Perón, come prima di lui il turco Atatürk,si ispirava a una versione rivisitata del fascismo italiano. Castro al più dogmatico dei marxismi. In America latina conserva grande popolarità l’ideologia anti-colonialistica e l’utopia panamericana di Simon Bolivar. Questo paradigma, costruito su una posticcia o artefatta mitologia dell’identità, si è affermato in antichi avamposti del colonialismo europeo: contesti politico-sociali fragili, etnicamente e/o culturalmente compositi, dove la narrazione populista della Storia ha surrogato un sentimento di appartenenza nazionale privo di radici profonde ma facilmente eccitabile fino all’isteria nazionalistica. In questi casi esemplari l’uso populista dell’identità ha dato forma a casi esemplari di comunità immaginate come quelle descritte da Anderson (2018). Spesso ha inventato di sana pianta una tradizione inesistente (Hobsbawm e Ranger, 1994) – come le corna vichinghe o le ascendenze celtiche per la Lega di Bossi – mescolando con disinvoltura ingredienti politici eterogenei e persino stridenti. Sempre ha prodotto nella sfera dell’immaginario collettivo una narrazione di sé e del nemico intrisa di aggressività e vittimismo, come nell’esempio del radicalismo islamista. Ingredienti, va detto, che ricorrono in tutte le narrazioni nazionalistiche, non ultima quella del Risorgimento italiano. La rivendicazione identitaria può dunque sortire tanto la proliferazione incontrollata dei particolarismi subculturali, denunciata da Lilla nel caso Usa, quanto il rigetto di pacifici processi di integrazione sovranazionale, come nel caso della Brexit e dell’offensiva sovranista in corso contro la UE.

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Si tratta con tutta di evidenza di effetti di ritorno, solo apparentemente paradossali, dei processi di globalizzazione. Non per questo meno pericolosi. Si pensi alle vicende che fecero seguito negli anni Novanta alla fine della Guerra fredda e dell’ordine bipolare quando l’Europa assistette attonita alla traumatica disintegrazione dell’impero sovietico e al sanguinoso conflitto etnico che avrebbe smembrato la ex Jugoslavia. È cronaca recente la riemersione delle cosiddette Nazioni senza Stato. Si pensi al fenomeno del separatismo catalano, al surreale regime di convivenza fra separati in casa che presiede in Belgio ai rapporti fra fiamminghi e valloni e al ritorno di fiamma della questione irlandese e di quella altoatesina, prevedibile conseguenza quest’ultima delle irresponsabili sparate sovraniste della Lega. A ben vedere, ciò non è privo di una sua logica perversa. Per il nostro Salvini, ad esempio, non c’è nessuna contraddizione nell’aver militato (come “comunista padano”!) sul fronte del secessionismo nordista per poi mettersi alla testa di un fronte nazional-sovranista che sta calamitando tutti i vecchi arnesi della destra xenofoba. La stella polare è sempre la stessa: contribuire alla disintegrazione del sistema di coesione sovranazionale rappresentato dalla UE, individuando in esso e nello Stato ad essa asservito i capri espiatori di ogni nefandezza. Fatte salve, ovviamente, le provvidenze comunitarie lucrate dagli agricoltori padani e i benefici generosamente elargiti alle autonomie locali a guida leghista dal regime nazionale delle autonomie.

Il M5s, per legittimare il matrimonio di convenienza con una forza sempre più ostentatamente anti-europeista e anti-sistema, non può che balbettare banalità circa il presunto esaurimento della vecchia opposizione destra-sinistra. Dominato dal protagonismo mediatico della Lega, l’incauto Giggino Di Maio sembra non accorgersi che il suo scombinato vascello rischia di naufragare fra gli scogli di Scilla e Cariddi: rinnegare le promesse redistributive incautamente avanzate in campagna elettorale o rendersi responsabile del dissesto del bilancio pubblico? La Lega, che i sondaggi danno col vento in poppa e certo non preoccupata di un possibile show down elettorale, può al contrario proseguire tranquilla la propria campagna elettorale permanente. Attizzare il risentimento anti-immigrati, eccitare sentimenti fascistoidi, legittimare il ricorso alla difesa armata e verificare il gradimento del cocktail dando vita al teatro dell’intransigenza sono operazioni elettoralmente redditizie. E a costo zero.

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Per comprendere come mai la questione dell’identità sia divenuta così centrale nel discorso pubblico e così funzionale al progetto populista occorre assumere un sguardo di più lungo periodo sul fenomeno della globalizzazione. Non si può infatti negare, senza nulla concedere alle farneticazioni sovraniste, che siamo realmente nel vortice di trasformazioni epocali dagli sviluppi non del tutto prevedibili. Ha provato a indagarli l’economista Richard Baldwin in un saggio recente, intitolato La grande convergenza. Tecnologia informatica, web e nuova globalizzazione (Il Mulino 2018). Basti qualche accenno. Nel 1820, quando si può convenzionalmente datare l’avvio della globalizzazione economica del pianeta, i Paesi dell’attuale G7 (alcuni come l’Italia e il Canada non ancora pervenuti al rango di Stato Nazione) disponevano insieme del 20% del prodotto lordo mondiale. Il loro prodotto interno lordo pro capite era più o meno equivalente a quello dei Paesi asiatici e medio-orientali: ancora a metà Ottocento la Cina era più ricca della Gran Bretagna, massima potenza coloniale europea.

Nel 1990, all’apice della seconda fase della globalizzazione, le sette potenze industriali accumulavano il 60% del Pil globale e la distanza rispetto a quello pro capite del resto del mondo si era fatta siderale.Quella che Baldwin chiama la stagione della grande divergenza si era aperta negli ultimi due decenni del XIX secolo. Le potenze emergenti avevano beneficiato soprattutto della drastica riduzione dei costi di trasporto a distanza delle merci resa possibile dalla rivoluzione industriale. Essa consentiva di impiegare a vasta scala l’energia del vapore e del motore a scoppio, muovendo locomotive e bastimenti e dando vita a un sistema produttivo di tipo industriale in continua espansione. Processi favoriti dal lungo periodo di pace che fece seguito, dopo il Congresso di Vienna (1815), alla turbolenta stagione napoleonica. Nel segno dell’egemonia occidentale si produsse così, in pochi decenni, un radicale rovesciamento dei vecchi equilibri commerciali, delineando un’inedita gerarchia della ricchezza e del potere fra gli Stati.

Questa prima stagione della globalizzazione – la periodizzazione suggerita dall’economista Baldwin è in parte diversa da quella, più sensibile agli aspetti politico-sociali del fenomeno, proposta da altri studiosi – si concluderà un secolo dopo, quando le tecnologie digitali dell’informazione e della comunicazione abbatteranno in tempi relativamente rapidi, con la Internet Revolution i costi del trasferimento delle idee e delle conoscenze, dando vita a una seconda fase della globalizzazione.

Fra gli anni Novanta del XX secolo e oggi si registra però una parziale inversione di tendenza nei rapporti di forza. Il Pil totale dei Paesi G7 scende sotto il 50% mentre sale proporzionalmente quello dei Paesi emergenti. Non si tratta però di un riequilibrio armonico. La velocità delle tecnologie dell’informazione e la loro accessibilità incoraggiano le imprese multinazionali a trasferire a basso costo nelle nazioni in via di sviluppo non solo il lavoro ad alta intensità di manodopera, ma anche quello ad alta intensità di capitale. Idee, strategie di marketing, know how manageriale e inedite competenze specialistiche si diffondono a scala globale. La combinazione di tecnologia di qualità e bassi salari stimola l’accelerata industrializzazione e la crescita della ricchezza in nazioni popolose rimaste a lungo ai margini dell’economia globale. Specularmente, i Paesi egemoni conoscono una rapida deindustrializzazione che sta già producendo effetti sociali rilevanti. A trainare la crescita dei Paesi emergenti si candida una superpotenza emergente come la Cina, forte di un mercato demograficamente sconfinato e di un sistema dirigista di controllo dell’economia e della società.

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Si sviluppa l’idea che l’Occidente e il Giappone possano essere sfidati sul loro stesso terreno, mentre si allarga la forbice fra i Paesi periferici e i Paesi ricchi, acuendo ancora le disuguaglianze sociali a danno dei meno fortunati. La fuga dalla fame, dalla povertà e dalle guerre di globalizzazione provoca una massiccia pressione migratoria, che peraltro non si indirizza principalmente verso l’Europa o gli Usa, come sostiene la narrazione del populismo xenofobo: il 92% dei migranti da Paesi africani, ad esempio, si è indirizzato nel 2017 a Paesi dello stesso continente. Il fenomeno acquista tuttavia drammaticità, soprattutto in Europa, per l’interazione con il concomitante collasso della natalità: lo scenario descritto dalla propaganda populista è quello di una guerra incipiente che opporrà Paesi ricchi e vecchi a a invasori giovani e famelici. Baldwin definisce invece le dinamiche macro-economiche di medio periodo come un’inedita grande convergenza, in termini di potenziale produttivo e livello di reddito. Quello che gli sembra prendere forma è piuttosto un conflitto fra grandi sistemi in competizione, che può condannare, da una parte, i diseredati dello sviluppo e, dall’altra, le democrazie europee prive della massa critica – demografica, produttiva, commerciale – per sopravvivere isolatamente nella competizione globale. Una sempre più stretta e solidale integrazione europea rappresenta perciò la sola risposta possibile alla sfida della terza globalizzazione, che interesserà principalmente la mobilità umana in tutte le sue forme possibili.

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Le suggestioni sovraniste, rivendicando il diritto dei popoli europei a schiantarsi inermi – vasi di coccio fra vasi di ferro – contro il muro della competizione globale, hanno già colto successi, come la Brexit, di cui avvertiremo presto le conseguenze materiali.

Persino fra i Paesi fondatori della UE, tuttavia, i populismi xenofobi sono in vistosa crescita. Dilagante è il loro successo nei Pesi dell’Est – la cosiddetta area Visegrad –, decisi a lucrare tutti i possibili benefici dell’integrazione calpestando i princìpi costitutivi del progetto europeista. Alla fine la causa (l’obiettivo ridimensionamento del ruolo dell’Europa nella cornice della competizione globale) è stata scambiata per l’effetto di scellerate politiche di rigore imposte dai Paesi forti e da misteriosi burattinai. La sola possibile soluzione – più integrazione, più solidarietà, più convergenza fra i Paesi del continente e le loro economie – è stata spacciata dai sovranisti di ogni tribù per il problema: la causa di tutti mali. Un sistema complesso come quello della UE – 28 Paesi, decine di diverse lingue nazionali e un sistema di doppia rappresentanza politica (per Stati nazionali e per affiliazioni di gruppi parlamentari) – è del resto un bersaglio comunicativamente vulnerabile. Tanto la Russia di Putin quanto gli Usa di Trump hanno tutto da guadagnare dal fallimento del progetto europeista, già incrinato dal disincanto crescente che ha fatto seguito alla più lunga crisi economica del dopoguerra e a una pressione migratoria inedita, seppure indebitamente drammatizzata. L’Italia è stata chiamata a sopportare politiche finanziarie di rigore, necessarie ma talvolta accompagnate – da parte dei maggiori Paesi partner – da un’enfasi predicatoria ordo-liberista che riproduceva stereotipi stantii sul nostro Paese, dimenticando la capacità di “resilienza” di cui il Paese aveva dato prova in circostanze anche più drammatiche. Il dividendo politico del disincanto sarà incassato dai (ri)nascenti movimenti populisti (V. Castronovo, L’Europa e la rinascita dei nazionalismi,2016). I quali riusciranno ad accreditare la rappresentazione di un Paese allo sbando per colpa dei partiti di governo, di un’opposizione imbelle e di una classe politica tutta compromessa e corrotta. Rappresentazione sempre presente nella vulgata cinquestelle, alla quale va tuttavia riconosciuto il merito di aver paradossalmente restituito attualità a quella questione morale sollevata già negli anni Settanta da Enrico Berlinguer.

Si deve però ascrivere a esclusiva responsabilità dei nuovi populismi – in entrambe le varianti su piazza – il fatto di aver accreditato una narrazione falsa e fuorviante delle cause della crisi. L’abnorme debito pubblico che fa da zavorra alla nostra economia non è infatti in alcun modo addebitabile alle coalizioni di diverso colore che hanno governato l’Italia della Seconda repubblica. Si era accumulato prima, fra gli anni Ottanta e i Novanta, per effetto di politiche di bilancio, espansive ma prive di adeguate coperture, che avrebbero imposto devastanti svalutazioni competitive della lira. Di queste stiamo ancora pagando il prezzo a ogni stormir di spread e a ogni aggiornamento del rating. Proprio l’appartenenza all’area monetaria comune e le politiche della Bce ci hanno risparmiato guai ben maggiori.

Si è insomma soffiato per fini di propaganda sul fuoco di un sentimento confuso, bisognoso di identificare un capro espiatorio invece di costruire soluzioni condivise. La retorica opposizione fra globalismo sovranismo non spiega né definisce alcunché: è una favola sciocca utile solo a trasformare in parodia la grande sfida della globalizzazione.

Solo l’europeismo democratico – che nulla ha a che spartire con la caricatura che ne propone la propaganda sovranista -, rispettoso delle differenze e capace di tradurle in risorse a beneficio di tutti, può misurarsi con successo con le sfide del mondo globale.

Quella europea non è d’altronde una condizione disperata: unita la UE rappresenta un mercato di quasi mezzo miliardo di cittadini, con livelli di istruzione e di reddito, di welfare e di qualità della vita invidiati dal resto del pianeta. Abbiamo da spendere straordinarie risorse culturali, scientifiche, tecnologiche. Siamo eredi di una cultura millenaria, che ha conosciuto miserie e grandezza, crimini e luminose conquiste. Abbiamo dato vita al colonialismo, partorito ideologie totalitarie e causato guerre sanguinose. Ma l’Europa ha anche fatto da incubatrice a un’idea universale di civilizzazione, fissato la tavola dei diritti dell’uomo, sviluppato l’etica della responsabilità, coltivato l’arte e la conoscenza come beni comuni. Di questo grandioso sistema culturale l’Italia è stata parte integrante e qualche volta guida.

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Gli artisti del nostro Rinascimento hanno costruito un patrimonio comune di cui si è fatta custode l’intera Europa. Leonardo fu maestro nelle corti francesi. La rivoluzione scientifica di Galilei ebbe un esemplare respiro europeo. Ispirata dall’intuizione eliocentrica di Aristarco di Samo, uno scienziato greco del III secolo a.C., e dal polacco Copernico, si sarebbe sviluppata grazie al danese Tycho Brahe e al tedesco Keplero, per confluire qualche decennio dopo nel programma scientifico dell’inglese Newton. La musica di Verdi, pur intrisa di un patriottismo appassionato, fu capace di emozionare e commuovere popolo ed élite quando riuscì a creare un pubblico europeo. All’Europa si rivolgeva l’appello di Cesare Beccaria per invocare quel principio dei diritti intangibili che avrebbe ispirato il pensiero giuridico europeo. Dal confino di Ventotene fu lanciato l’appello a costruire l’Europa perché l’umanità non dovese conoscere mai più l’orrore dei totalitarismi. L’Italia è stata grande quando è stata creativa, tollerante, coraggiosa e aperta al mondo: è stata grande quando è stata europea. Perché dovremmo rinunciare a una sfida ambiziosa che possiamo vincere insieme agli altri popoli d’Europa per inseguire un sovranismo astioso e provinciale che guarda alla Storia con lo specchietto retrovisore delle identità particolaristiche, dello sciovinismo di villaggio, delle piccole patrie? Vogliamo davvero arruolare il nostro Paese nell’esercito dei perdenti della globalizzazione?

NICOLA R. PORRO