POPULISMO E POPULISTI (XVIII)

di NICOLA R. PORRO ♦

Le idee, gli idoli e l’eclissi dell’ideologia

In un precedente articolo mi sono associato a quanti, e sono ancora molti, non si rassegnano ad archiviare la storia della sinistra. Tutti, non senza qualche scetticismo, auspichiamo una ripartenza che chiami in causa l’esausto e demotivato Pd.  Senza pretese di dettare la linea a chicchessia, ho cercato di segnalare alcune criticità vistose. Questioni legate all’organizzazione del partito (piaccia o non piaccia: il solo rimasto sulla scena), alle strategie di comunicazione e alla produzione delle leadership. Il necessario ripensamento della macchina e del suo funzionamento non può però prescindere da una aperta e coraggiosa riflessione sul pensiero della sinistra e sulla sua capacità di affrontare con successo i nuovi, inquietanti scenari. Bisogna tornare senza soggezione, io credo, a ragionare di idee e valori. Allo scopo mi varrò di contributi eterogenei, anche di studiosi non omogenei alla cultura progressista che hanno tuttavia il merito di affrontare senza inibizioni o timori reverenziali questioni di natura ideale e culturale troppo a lungo trascurate.

Il rischio di una prolungata eclissi del pensiero riformatore – quello che continua a credere che la propria missione consista nel “cambiare lo stato di cose esistente” – va affrontato con radicalità, ma anche con metodo. Essendo consapevoli che già tematizzare la questione dell’ideologia segna una cesura rispetto al pensiero populista, secondo il quale la post-modernità (qualunque cosa si intenda con questa ambigua espressione) avrebbe cancellato la necessità di sistemi di coerenze valoriali e ideali e, con essi, le obsolete opposizioni che strutturavano le identità antagonistiche: destra vs sinistra, conservatori vs progressisti.

2_lunaMarx copia

Mi scuso della pedanteria, ma dobbiamo prendere le mosse dall’etimologia. Parole come idea e ideologia rinviano a una stessa matrice. Nel greco classico εἶδος (eidos) significa forma, aspetto, mentre εἴδωλον (eidolon) può essere tradotto con rappresentazione, ma anche con simulacro. Il tormentato destino delle ideologie sembra essere annunciato da questa ambivalenza semantica. Una rappresentazione è il prodotto di menti impegnate a comunicare, e possibilmente a socializzare, una visione del mondo. Un simulacro allude invece alla possibilità di narrazioni dell’inganno. Questa constatazione aveva ispirato, agli albori della modernità, il filosofo inglese Francesco Bacone (1561-1626). Il suo programma epistemologico(cioè la ricerca di cosa possiamo conoscere per vero) presentava implicazioni politiche ancora perfettamente attuali. Oggi come allora si tratta, infatti, di liberare la mente umana dagli idola, i pregiudizi o le impressioni fallaci che annebbiano la vista rendendoci incapaci di vedere e comprendere il nuovo. Oggi come allora il Sistema Mondo attraversa una fase di transizione accelerata. Allora il declino dell’ordine feudale e l’evoluzione della società di corte preludevano alla prima ondata della globalizzazione, che culminerà nella rivoluzione industriale. Oggi stiamo transitando dalla seconda alla terza ondata della globalizzazione. Dalla rivoluzione digitale, che ha azzerato il costo del trasferimento delle idee, si sta per passare alla grande trasformazione che riguarderà la mobilità umana in tutte le sue accezioni (migrazioni, trasporti a distanza, velocità dei contatti) producendo inevitabilmente un diverso ordine mondiale.

3_Bacone

Forma, rappresentazione e simulacro costituiscono perciò costrutti limitrofi cui la Storia e la Politica conferiscono senso, dando per l’appunto forma a ideologie. Per un’ideologia si può sacrificare la vita. Oppure possiamo sbarazzarcene liquidandola come pura arte del sospetto e dell’inganno. Per mettere ordine nell’intricata questione, il filosofo britannico individuava quattro distinte tipologie di idoli. Le prime due – quella della tribù (gli inganni indotti dalle limitate capacità dell’umano intelletto) e quella della spelonca, in forza della quale, come nel mito platonico della caverna, la nostra psiche individuale genera involontariamente l’errore – non hanno una diretta attinenza con la sfera pubblica e la politica. I due idola rimanenti, invece, – quelli della piazza (idola fori: inganni che discendono dagli equivoci indotti dalla comunicazione verbale, dalle sue convenzioni e artifici linguistici) e quelli del teatro, che rappresentano il prodotto deliberato di un’invenzione in grado di affascinare, sedurre o terrorizzare lo spettatore –, posseggono invece una natura propriamente politica.

È da questa ambiguità di significato che discendono l’anatema lanciato qualche secolo dopo – nella stagione incipiente della modernità industriale – da Marx (1818-1883) contro l’ideologia “falsa coscienza della borghesia”, come più avanti la diffidenza che condurrà Karl Mannheim (1893-1947), il fondatore della sociologia della conoscenza, a classificare minutamente le ideologie per meglio indagarne la genesi, le trasformazioni e gli usi funzionali a differenti sistemi di potere. Spietatamente critico verso le ideologie, Mannheim esalterà tuttavia, nel suo Ideologia e Utopia (1929), la funzione sociale di quest’ultima, necessaria a preservare il desiderio di trasformare il mondo per migliorarlo.

4_Mannheim

Applicando Bacone, Marx e Mannheim a Giggino Di Maio, a Matteo Salvini, ad Alessandro Di Battista o al loro comune maestro Steve Bannon, avremmo a disposizione una quantità sterminata di esempi tanto di idoli della piazza quanto di idoli del teatro. La narrazione della piazza populista è infatti efficace quando riproduce all’infinito stereotipi di tipo manicheo (noi-loro, buoni-cattivi, onesti-disonesti), assecondando “ciò che la gente vuole sentire”. Quest’abdicazione strumentale alla responsabilità della politica concorre a produrre un senso comune conformistico, ispirato esclusivamente dai sondaggi d’opinione. In questa operazione gli idoli della piazza lasciano il posto a quelli del teatro, cioè alla deliberata manipolazione e falsificazione dei fatti. Anche uno studente del primo anno di Sociologia sa infatti benissimo che, in un sondaggio d’opinione, una griglia di domande abilmente costruita può fortemente orientare le risposte nel senso desiderato, per esempio ricorrendo a risposte chiuse di tipo dicotomico (bianco-nero, giusto-sbagliato, d’accordo-non d’accordo ecc.) che non prevedono modalità alternative di risposta. Ma soprattutto: quand’anche le risposte esprimessero ciò che viene ritenutovero e giusto dagli intervistati, ciò obbligherebbe a dare seguito a qualunque tipo di opinioni, comprese quelle dettate da interesse personale, disinformazione, emotività o pregiudizio? Abbiamo idea delle conseguenze terrificanti di una simile opzione, che – come negli auspici di Grillo o di Davide Casaleggio – dovrebbe preludere alla pura e semplice soppressione degli istituti parlamentari? Anche Hitler e Stalin, Pol Pot e Pinochet avrebbero raccolto consensi plebiscitari nei sondaggi d’opinione e avrebbero a loro volta premiato con un entusiastico likele fantasie dei populisti nostrani.

5_testanelbuco

Mi viene in mente, in proposito, un breve pamphlet di Karl Popper, che nei primi anni Novanta aveva criticamente indagato gli effetti sociali e le responsabilità educative della televisione (Popper K.R. e Condry J., Cattiva maestra televisione, Reset, Milano 1994). Il filosofo tedesco raccontava un episodio istruttivo di cui era stato protagonista. Nel corso di una conferenza aveva segnalato i rischi derivanti a un pubblico di bambini dall’esposizione frequente a programmi televisivi dominati dalla spettacolarizzazione della violenza. Dalla platea lo interruppe un signore, che si qualificò come programmatore televisivo, sostenendo che si deve sempre “offrire alla gente quello che la gente vuole!”.  Aggiunse sgarbatamente che il punto di vista esposto dal filosofo era tipico di uno snob, di un pedante professore, di un intellettuale incapace di interpretare gusti e sentimenti del popolo. Popper replicò pacatamente che gli indici di ascolto forniscono solo indicazioni di preferenze all’interno di produzioni che non prevedono offerte alternative. Anche perché le reti in competizione tendono a contendersi gli ascolti esasperando l’appello alla “pancia” del pubblico anziché promuovendo un’offerta di qualità che si rivolga alla “testa”. Tale da esigere un confezionamento più sofisticato e un’audience da conquistare, anziché limitarsi a catturarla, in funzione dell’indice di ascolto del programma. Ciò che valeva allora per la fruizione televisiva vale ancora oggi per i dilemmi della politica. Non è giusto scaricarli sui destinatari dell’azione politica: le ragioni della democrazia non coincidono necessariamente (anzi, raramente coincidono) con le opzioni “più popolari”. E non è lecito equiparare il popolo all’audience di un programma tv o al panel di un sondaggio d’opinione.

6_Popper

Nella democrazia – scriveva Popper (ibidem: 16-17) – non c’è nient’altro che un principio di difesa dalla dittatura, ma non c’è neppure nulla che dica che la gente che dispone di più conoscenza non debba offrirne a chi ne ha di meno. Al contrario la democrazia ha sempre inteso far crescere il livello dell’educazione… [altrimenti basta] aggiungere dei sapori forti, che sono per lo più rappresentati dalla violenza, dal sesso dal sensazionalismo…spezie più forti sul cibo preparato perché il cibo è cattivo.

Gli argomenti di Popper sono purtroppo più che mai validi oggi, in un sistema della comunicazione rivoluzionato dai nuovi media e in un universo della politica reso irriconoscibile dalle insorgenze neo-populiste. La vera minaccia è ancora rappresentata principalmente dal venir meno degli anticorpi democratici. Capiamo meglio, così, perché i leader populisti, oggi più di allora, coltivino il disprezzo delle competenze e si crogiolino nella contemplazione di un selfie che restituisca a platee – imbelvite o adoranti secondo la reazione provocata dallo stimolo – l’immagine di giovanotti di pochi studi convinti di essere stati chiamati per diritto divino a “scrivere la Storia”. È “quello che vuole la gente”, bellezza!.

7_maschere

Analogamente, il vecchio Bacone, descrivendo gli idoli del teatro, sembra aver anticipato la possibilità di manipolazione delle coscienze pianificata nei laboratori professionali della disinformazione, ben noti a tutti i leader populisti al potere e in cui pare eccellere la Russia di Putin. Sovranisti di tutto il mondo unitevi! Lo scambio di amorosi sensi fra populisti xenofobi occidentali ed eredi dell’autocrazia orientale rappresenta allo stesso tempo un programma politico e una strategia pianificata di cattura del consenso: un inquietante laboratorio di sperimentazione della post-democrazia (o un ritorno in panni cyber al proto-fascismo, come paventato da O’Toole). Le campagne di fake news, la costruzione di database a scala planetaria contenenti potenzialmente ogni tipo di informazioni su ciascuno di noi, la strategia dei troll, le pratiche di intimidazione telematica e tutto il fondo limaccioso che affiora di tanto in tanto dalla melma del web, gettano ombre sinistre sul futuro della civiltà. E temo di non esagerare.

8_freak

Gli idoli della piazza e quelli del teatro sono vivi e lottano insieme ai populisti di ogni sfumatura di nero, di giallo o di verde. Proclamare l’eclissi delle vecchie ideologie, quasi fossero corazze medievali esibite in una sfilata di Armani, è parte integrate del gioco. Proclamarsi “né di destra né di sinistra” costituisce l’imbroglio intellettualmente più subdolo. Perfettamente funzionale, però, a tenere insieme un’alleanza di potere che, come nel caso italiano, può nello stesso giorno minacciare i diritti civili a Roma e riconoscere i matrimoni omosessuali a Torino, annunciare l’abbandono della Tav (“lo dicono i sondaggi sull’elettorato M5s!”…dobbiamo dare quel che vuole la gente, o no?!) e pretendere finanziamenti straordinari per le grandi opere al  Nord, denunciare una Rai popolata soltanto da “raccomandati e parassiti” e brigare per attribuire ai propri corifei le più ambite poltrone del servizio pubblico. Basta non essere “né di destra né di sinistra” e tutto diventa magicamente possibile. Anche ostentare crocefissi e coroncine del rosario in funzione di marketing politico, riuscendo per una volta a far perdere le staffe persino ai prudentissimi prelati italiani.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Attualizzando l’insegnamento filosofico, insomma, non vi è nulla di criminale nel difendere le ragioni di sistemi di pensiero dotati di coerenze, significati e valori che, per convenzione, abbiamo a lungo chiamato ideologie. Bisogna evitare piuttosto di gettare il bambino con l’acqua sporca. Se un’ideologia si fa sistema chiuso, catechismo o strumento di manipolazione delle coscienze significa che ha semplicemente esaurito la propria missione: lo stesso Marx ebbe a esclamare “io non sono un marxista!”. Cosa ben diversa è sostituire a un sistema di idee un pacchetto di slogan, a una riflessione critica uno sberleffo o una pernacchia perché “alla gente piace così”.

In questo scenario turbolento, la sinistra italiana deve vestire i panni dell’umiltà. Riconoscendosi nel crudo ritratto, e nell’implicito accorato appello, che le ha rivolto il poeta Franco Marcoaldi:

Una tribù battuta, dispersa, dissanguata dai suoi stessi mille tradimenti: eppure ancora viva per la più elementare delle ragioni. E cioè che, in un mondo sempre più terribilmente ingiusto e diseguale, a qualcuno – a molti – viene spontaneo, naturale opporsi ad ogni forma di ingiustizia.

10_Marx

È a quei molti desiderosi di giustizia che si deve fornire una risposta, non certo ai saccenti maestrini del nuovo populismo o agli energumeni della xenofobia montante. Ma la costruzione di un nuovo progetto non può prescindere dalla definizione di un’identità. È da poco in libreria in versione italiana un brillante pamphlet di Mark Lilla dedicato alla questione (L’identità non è di sinistra, Marsilio, Venezia 2018). Lilla è uno storico delle idee che si propone di indagare le ragioni della crisi che ha investito la sinistra Usa, sconfitta da un populista ritenuto “impresentabile” come Trump. La sua analisi interessa però anche l’Europa e altre aree del mondo dove le forze progressiste arretrano o stentano a riconciliarsi con una visione democratica della globalizzazione. Può sembrare una battuta, ma a parere di Lilla il 9 novembre 2016 gli americani hanno eletto, nella persona di Trump, il primo presidente “bianco” della loro storia. Trump, infatti, si è rivolto senza inibizioni all’elettorato etnicamente maggioritario di un grande e composito Paese, intercettando le paure di uno sconfinato ceto medio e sfidando senza infingimenti la narrazione democratica dell’integrazione. Ha gestito la piazza e costruito il proprio teatro trasformando il politicamente scorretto in un’arma per il successo perché ha colto il punto debole degli avversari.

Questo slideshow richiede JavaScript.

A parere di Lilla, infatti, le ultime generazioni di progressisti occidentali avrebbero smarrito l’idea forte del bene comune e gli stessi principi della cittadinanza sociale ripiegando su una sorta di idolatria dei diritti, sempre più trasformati in una costellazione molecolare di micro-rivendicazioni di identità. Si sarebbe così affermato in forma strisciante un modello culturale erede molto più dell’individualismo di massa, predicato dalla destra reaganiana quarant’anni or sono, che della tradizione della sinistra del lavoro. La classe operaia bianca ha infatti tributato un plebiscito a Trump, così come tanta parte degli operai italiani si sarebbe indirizzata un anno dopo ai partiti populisti. L’universo elettorale dei democratici americani si è invece via via disintegrato, perdendo – anche per effetto di trasformazioni sociali e culturali indagate superficialmente – il senso di una missione e di un destino comune. Le straordinarie mobilitazioni promosse fra gli anni Sessanta e i primi Duemila dai pacifisti, dai movimenti delle donne e da quelli dei neri – in nome di poderose identità collettive– sono state relegate in una memoria lontana. L’agenda politica della sinistra è stata sempre più condizionata da rivendicazioni dettate da rappresentazioni micro-corporative dell’identità.   Privilegiando le quali si è smarrita la condivisione di valori come la cittadinanza e l’appartenenza a una Nazione nata da una rivoluzione.

Questo slideshow richiede JavaScript.

L’intuito animalesco del mercante ha permesso a Trump di avvertire il collasso incipiente della narrazione progressista. Ha potuto così risfoderare un armamentario trito e ritrito di risentimenti, stereotipi, vecchi e nuovi pregiudizi, catturando un elettorato disorientato, bisognoso di ancorarsi a qualcosa che assomigliasse a una promessa di sicurezza. Ancora una volta, ha “dato alla gente quello che voleva sentirsi dire”. Una tecnica che, nel caso italiano, ricorda a onor del vero più il Berlusconi degli anni Novanta che i mediocri leader populisti del presente. I progressisti identitari americani, secondo Lilla, avrebbe insomma assolto la funzione degli apprendisti stregoni, indirettamente legittimando la narrazione populista e sovranista di Trump e dei suoi omologhi europei. Negli Usa, tuttavia, non pochi ancora si chiedono se una candidatura come quella di Bernie Sanders, altrettanto capace di Trump di attingere al repertorio populista – declinandolo però in una narrazione alternativa, a tinte radical-socialiste -, non avrebbe avuto più chance di vittoria di quella di una signora Clinton, percepita come la perfetta icona della casta di potere.

13_Sanders

Per Lilla è comunque fondamentale rigenerare il pensiero della sinistra respingendo un’idea di società segmentata, esasperatamente distinta per razza, sesso e genere. Il fronte democratico – rinunciando a una politica che serva soprattutto da ombrello per interessi settoriali – deve riappropriarsi di un’idea di cittadinanza alta e condivisa. Un’idea popolare in senso proprio, da non confondere con la subdola retorica del cittadino alimentata – di qua e di là dell’Oceano – dalla propaganda populista.

Ogni passo avanti di una coscienza identitaria di sinistra – scrive – ha fatto fare un passo indietro a una coscienza politica di sinistra. Senza quest’ultima non si può avere nessuna visione del futuro dell’America.

Il dibattito sull’identità risente peraltro negli Usa di matrici etico-culturali in parte specifiche. Lo stesso Lilla, ad esempio, sottolinea l’eredità delle comunità religiose evangeliche, la tradizione di sette e congregazioni esasperatamente gelose della propria identità in contesti etnicamente, religiosamente e culturalmente compositi. E perciò particolarmente sensibili ai cosiddetti “diritti di tutela” per minoranze esposte a diverse forme di emarginazione (comprese quelle prodotte da un diverso accesso al “capitale sociale”) e caratterizzate talvolta da un’intransigenza morale ai limiti del fondamentalismo.

14_ombrelli

La questione identità – che rinvia alla voce latina idem (lo stesso) e per estensione alla categoria politico-culturale dell’idem sentire –, attraversa però anche il contesto europeo e italiano. La rivista Il Mulino ha ospitato, fra il giugno e il luglio 2018, un articolato dibattito sull’identità della sinistra e sul “che fare?” per il Pd e la sinistra italiana, con interventi di studiosi come Carlo Trigilia, Salvatore Biasco, Gianfranco Pasquino, Davide Allegranti e altri. Il richiamo alla questione dell’identità è stato ricorrente. La formula sconta però un’ambiguità: possiamo riferirla tanto alla cultura delle identità/diversità (sulle orme della critica di Lilla) quanto al tema dell’identità ideologica del partito (Consunta? Superstite? Rigenerabile? Biodegradabile?). Dovessi rischiare una sintesi del dibattito sviluppatosi sul Mulino, direi che prevale anche da noi l’esigenza di distinguere fra cultura riformista e progressista, da un lato, e multiculturalismo acritico, dall’altro. I diritti non possono insomma rappresentare solo rivendicazioni parziali espunte dall’interesse collettivo bensì costituiscono un aspetto cruciale di un più vasto sistema di responsabilità sociale che include i doveri ed esige eguaglianza di opportunità. Elementi di profilo ideale e valoriale che devono essere recuperati senza confonderli con un qualche programma di governo.

La discussione è non solo intrigante ma anche impegnativa e indispensabile alla riflessione teorica sulle prospettive. La riprenderemo ben presto.

NICOLA R. PORRO