“Per sentirsi qualcuno”     

di STEFANO CERVARELLI 

Lo sport ed i suoi contenuti educativi

Questo articolo sullo sport non parlerà di sport, o meglio non lo farà per buona parte, per poi rincontrarlo verso la conclusione, al termine di una breve riflessione proprio sul tema proposto nel titolo: sentirsi qualcuno.

Nell’ultimo articolo, sintetizzando, ho detto che l’espressione, alla fine, non è che il risultato di una realizzazione; ora c’è da dire che sentirsi qualcuno, essere qualcuno, non è semplicemente che esibizione, la voglia di farsi vedere di fare notare, verrebbe da dire, la propria realizzazione.

 E per sentirsi qualcuno quante cose fanno le persone e in particolare i giovani.

C’è da riempire uno spazio, lo spazio “dell’importanza”, del bisogno di essere non solo visti, ma notati proprio nell’attività, nelle iniziative scelte per sentirsi qualcuno.

Purtroppo, spesso, ci sono scelte che si allontanano da questo discorso e rispondono a ben più tristi esigenze e richiami.

Perché ci si droga? Perché si è complessati, insicuri, senza un preciso indirizzo nella vita? Perché la vita di ogni giorno fa spavento? Perché si comincia a fumare? Perché le ragazze mettono il rossetto di nascosto dei genitori? Perchè tagli di capelli strani? Perché ci si veste in modo apparente ed in certi casi in modo audace?  Perché ci si ricopre il corpo di tatuaggi dai disegni sempre più bizzarri alla ricerca di un’originalità che non soddisfa mai?

Tante le domande e tante le risposte possibili. Ma forse ce ne è una molto semplice: per sentirsi “diversi” (con il risultato che alla fine si torna ad essere tutti uguali). Ma mentre scrivo mi viene in mente una cosa: ma non sarà che quello che ho detto è sbagliato? Non sarà proprio la diversità a mettere paura ed allora si fanno le cose che fanno gli altri per sentirsi uguali agli altri? Affido la risposta a gente più qualificata di me nell’argomento, io ritorno al mio modesto articolo nel quale, tra poco, rientrerà lo sport.

Ma se ho detto le cose di cui sopra è perché credo che i giovani dal loro intimo ci lanciano un messaggio, un appello: ”guardatemi…  vi prego”.

Si percepisce addirittura un desiderio di attenzione tale che nel ragazzo quasi si fa strada l’idea che sia meglio essere qualcuno, in negativo, piuttosto che nessuno.

Lo asseriva, alcuni anni orsono, un esperto di problematiche giovanili il quale asseriva che appunto un giovane preferisce essere importante negativamente che non esserlo.

Sentirsi qualcuno, quanto è importante per un giovane e quante strade gli si aprono davanti per esserlo: dalle più semplici e più banali, dalle meno rischiose, a quelle più intriganti, più affascinanti, più dense di pericoli.

Ma l’adolescenza, la gioventù, è anche questo: la ricerca di qualcosa che sembra sfuggire, un qualcosa che si chiama identità.

Siamo andati lontani dallo sport, ma forse poi non tanto; proviamo a riavvicinarci.

Per prima cosa sarebbe assurdo affermare che lo sport possa curare ogni male della gioventù, della società, compresa la droga, però non è assurdo dire che lo sport può aiutare il giovane a trovare la propria identità, proponendogli un indirizzo, un ruolo.

Se c’è un anello di congiunzione con quanto detto sopra e lo sport sta proprio nel fatto che moltissimi di quelli che cercano un’identità attraverso varie forme di esibizionismo non praticano nessuno sport.

Semplice: chi fa sport ha già il suo “palcoscenico”, sa che ci sarà gente – tanta o poca – a vederlo, sa che avrà gli occhi di molte persone su di lui.

Non ha bisogno di fare gesti o scelte particolari per essere notato, ha già la sua vetrina, il suo ruolo, datogli dall’allenatore o da chi per lui.

Immagino un’obiezione:” Sono molti gli atleti che si drogano…” . E’ vero, ma questo è un discorso a parte che faremo in un altro momento, per adesso voglio dire soltanto che la diffusione massima di stupefacenti “forti” è legato al mondo professionistico, per lo più statunitense.

Ma quello non è esibizionismo, stiamo parlando di atleti ricchissimi che si esibiscono davanti a folle enormi, le cui immagini compaiono in ogni angolo degli States, celebrati in ogni occasione.  L’uso di droghe (anche pesanti) è dovuto essenzialmente a due motivi: trovare energia per affrontare una vita stressante, sotto ogni punto di vista, e migliorare prestazioni atletiche in un mondo dove la competizione e la concorrenza sono acerrime.

Ma qui lo sport non è più gioco,” è vita, morte e tasse”, come dicono negli USA per definire qualcosa che soffoca.

Anche tra sport dilettantistici purtroppo si fa sempre più largo uso di sostanze dopanti, ma questo rientra in quell’argomento di cui come detto, parleremo in seguito; ora mi accorgo che è il momento di avviarci alla conclusione.

A scanso di equivoci dico che non voglio sopravvalutare l’importanza di farsi vedere davanti ad una folla, ad un pubblico per affermare la propria identità, per sentirsi qualcuno e neanche dire che non ci siano atleti complessati.

Sono convinto però che un giovane, alla fine di ogni allenamento, svolto lontano dagli occhi della gente, in una corsa svolta nella strada tra l’indifferenza dei passanti, avrà sempre un’idea chiara di sé perché sarà stato lui il primo spettatore di sé stesso.

STEFANO CERVARELLI