SULLE ORME DI SAM PECK – Messico, Chiapas (I)

di GIANCARLO LUPO ♦

Foto di Riccardo Scibetta

A 10 anni dalla rivoluzione zapatista (prove per un turismo surreale)

Antefatto uno: La popolazione indigena, discendente dai Maya, il 1° gennaio del 1994 opera il famoso levantamiento: una vera rivoluzione per chiedere il riconoscimento dei loro diritti allo stato messicano del Chiapas. La ribellione, nello specifico, è contro l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti-Messico e Canada. Gli indigeni si organizzano nell’Ezln, Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (movimento armato, almeno inizialmente, clandestino, marxista), il cui più famoso portavoce è stato, per molti anni, il subcomandante Marcos.

Antefatto due: Carlos Fuentes fa dire al poeta filosofo Manuel Zamacone nell’ombelico della luna. “Non si può raccontare il Messico. Si deve credere nel Messico. Con passione, con rabbia, con totale abbandono…”

“Il Messico è l’unico paese al mondo dove si può fare il turismo rivoluzionario,” dice Ramon. Io penso all’eventualità che in Italia le brigate rosse avessero organizzato villaggi turistici, o in Afghanistan, Al Qaeda avesse organizzato campi vacanze.

Ramon, trentaquattro anni, due figli. Viaggia con la sorella Bor, undici anni, e il promesso sposo di lei, José, suo coetaneo. Sono Maya Lacandon. Vivono nel fitto della foresta, vicino al tempio di Burampak. Vengono a Cristobal de Las Casas, capitale del Chiapas, per vendere collanine e orpelli vari, prodotti con materiale di scarto.

“Se io vado nel campo zapatista,” continua a raccontare Ramon in uno spagnolo molto scolastico, “il governo messicano può arrestarmi. Se lo fate voi turisti, siete protetti.”

Non c’è astio nelle sue parole. Solo consapevolezza. In Messico esistono due tipi di cittadini, di serie A (messicani ricchi e turisti) e di serie B (tutti gli altri). Lui appartiene alla seconda categoria. Ha avuto la possibilità di imparare a leggere e a scrivere, grazie alle scuole che gli zapatisti hanno organizzato nei campi della foresta. Inoltre ha sempre amato parlare con i turisti stranieri; è la base del suo lavoro, ed è riuscito a imparare tanto da loro. Ramon conosce tutti i nomi delle squadre di calcio italiane.

Salutiamo lui e la sua famiglia perché abbiamo un appuntamento all’Enlace Civil, davanti alla chiesa di Santo Domingo, nella piazza in cui ogni giorno si tiene il mercato. Ci accoglie Enrique, un ragazzo proveniente dal Tabasco a cui diciamo che vorremmo fare una donazione di vestiti alla comunità zapatista. Risponde che sarebbe meglio se fossimo noi stessi a portare gli indumenti. Potremmo dormire nell’accampamento di Oventick con i guerriglieri.

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Ci sono tanti tipi di turismo: culturale, gastronomico, sessuale. Non avremmo mai pensato potesse esistere anche il turismo rivoluzionario, per certi versi un turismo surreale.

Partiamo il giorno dopo. Da Cristobal de Las Casas prendiamo il colectivo, l’autobus impolverato e pieno di gente diretto a Bochil. Nel fitto della foresta Lacandon, alberi di verde acceso e strade dissestate. All’interno del bus salgono peones coi vestiti laceri, i cappelli giganti, le rughe di sole sul volto; a volte salgono su con sacchi da cui escono fuori zampe di galline e polli. Un tale entra dentro con un cane pulcioso.

L’autobus porta direttamente a Oventick, uno dei cinque punti di incontro sociale politico e culturale dell’autonomia zapatista. Prima si chiamavano “aguacalientes”, dal 2003 si chiamano Caracoles (che in spagnolo significa chiocciola). Il campo di Oventick è stato creato nel 1996 dal Sub Comandante Insurgente Marcos e dal manipolo di comandanti che combattono al suo fianco.

Entriamo da subito nel mondo surreale.

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Parlando con la gente che viaggia con noi apprendiamo che avremmo risparmiato tempo e denaro se invece del colectivo, che fa numerose soste, avessimo preso il taxi, dividendo le spese in tre. Certo, presentarsi in un campo zapatista in un taxi avrebbe destato qualche legittimo sospetto sulla nostra indiscutibile fede rivoluzionaria. Cento volte meglio dividere il viaggio con pueblo, animali, pulci e zecche varie. Ci vuole un’ora di strada per arrivare a destinazione. Dopo un’interminabile serie di tornanti accompagnati da panorami mozzafiato, che ti portano ad un’altitudine di circa 2500 metri sul livello del mare, arriviamo a Oventick.

L’autobus ci lascia davanti alla Junta Comunal. All’ingresso, un cancello sgangherato con due guardiani che a turno controllano i visitatori. Il Caracol di Oventick è quello più visitato dagli osservatori internazionali. Adiacente all’ingresso, c’è un negozio gestito dalla cooperativa delle mujeres (le donne). Vendono abiti dai colori sgargianti, coperte, fionde zapatiste e altro artigianato locale a prezzi veramente irrisori. I proventi vanno alla comunità che li destina per differenti scopi.

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Non sappiamo come comportarci. Non siamo mai stati in una società autogestita prima d’ora. Le “occupazioni della scuola” durante il liceo ovviamente non contano. Proviamo a chiedere informazioni con scarsi risultati. Gli indios del campo parlano uno strano spagnolo. Per non sapere leggere né scrivere ci confiscano i passaporti. In qualche modo riescono a farci capire che li restituiranno al ritorno. All’inizio siamo restii a cedere i preziosi documenti al primo venuto, chiediamo e proviamo a capire il perché della requisizione.

Né Ramon né Enrique ci avevano adeguatamente preparato.

“Ratito” ci dice l’indios di piantone. “Ratito” è un lemma meraviglioso del linguaggio surreale zapatista. Può voler dire “fra un attimo” e può voler dire “mai”.

Fortunatamente stavolta il “ratito” si riferisce alla prima accezione.

Entriamo in una capanna di legno e subiamo un primo interrogatorio. Nel bugigattolo sono appesi alle pareti foto e disegni zapatisti. Prendiamo posto davanti a un tavolo come se si trattasse di un esame universitario. Arrivano quattro loschi figuri con passamontagna, solo gli occhi sono visibili. Fanno parte della commissione di vigilanza. Sul lato sinistro una tenda, da cui entra un altro tizio col walkie talkie. Lo poggia sul tavolo. Sembra quasi recitare una parte.

 

L’interrogatorio verte su domande classiche per le quali siamo abbastanza preparati. Il nostro paese d’origine, i nostri nomi, le rispettive occupazioni. Fanno un cenno di approvazione quando diciamo che Rosi è infermiera e Riccardo fotografo. Accettano di farsi fotografare. Tutti e cinque in fila lungo il tavolo. Si mettono in posa orgogliosa. Marcos potrebbe essere tra loro? Nessuno può saperlo.

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Chiediamo il permesso per rimanere la notte e rispondono sì, però dobbiamo sottoporci a un altro interrogatorio. Entriamo in un’altra capanna e veniamo sottoposti alle stesse domande di prima da altre quattro persone. Stavolta all’angolo destro e all’angolo sinistro sono riconoscibili occhi femminili. Riccardo chiede se può scattare un’altra foto. Permesso accordato.

Ci danno il “Benvenuto”. Però ricordano a Riccardo che è vietato scattare foto dentro il campo alle persone che non indossano il passamontagna. Potrebbero passare guai con il governo messicano se venissero riconosciuti.

Poi svuotiamo il sacco con i vestiti che vorremmo donare e finalmente ci porgono un lasciapassare che ci permette di muoverci nel campo liberamente.

Ci indicano la nostra sistemazione, una capanna di legno e tetto di lamiera. Un tavolo al centro, due panche in un angolo, nell’angolo opposto ci sono assi di legno montati a mo’ di letto a castello.

Sono quasi le cinque di sera. Usciamo fuori ed esploriamo il territorio.

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Salutiamo una ragazza che scrive davanti a una capanna. Bionda, a giudicare dall’aspetto sembrerebbe anglofona. Le chiediamo informazioni sul funzionamento della comunità, ma anche lei è qui da pochissimo tempo. Ci porta in una stanza, scarna come le altre. Essenziale. In un angolo un cucinino, sul lato opposto due tizi stanno sistemando alcuni mattoni uno sopra l’altro, con la calce. La ragazza ci presenta uno di loro.

Si chiama Christian, americano, il veterano della comunità, qui da più tempo. Si presenta anche il suo aiutante, un giapponese di nome Koji. Arrivano altre due ragazze italiane, di Trieste: una, capelli rossi, piercing al naso, Veronica, lavora in una cooperativa, e per venire qui si è messa in aspettativa; l’altra, Barbara, biondina, parla molto poco, lavorava come parrucchiera, ora si è licenziata. Sono in giro da un mese, continueranno per altri sei mesi se bastano i soldi; stanno nel Caracol perché non pagano l’alloggio e spendono pochissimo per il vitto.

GIANCARLO LUPO