POPULISMO E POPULISTI (XVI)

di NICOLA R. PORRO 

Dopo la caduta. La coscienza infelice del Pd

La vulnerabilità della sinistra italiana ed europea alla sfida dei populismi rappresenta il sismografo di una crisi che non va ridotta alle contingenze. L’affermazione di un governo populista in un Paese leader come l’Italia non è la causa del problema, bensì il più serio e allarmante dei suoi sensori. La stagione della democrazia dei partiti è alle nostre spalle. Collettori per oltre un secolo di convinzioni, lealtà e concreti interessi sociali, essi sembrano aver smarrito la capacità di dare ordine e significato al conflitto attraverso le tradizionali opposizioni destra-sinistra, conservatori-progressisti. Delegittimata dall’astensionismo, sconfitta elettoralmente dalla demagogia populista, convertita a un leaderismo mediatico estraneo alla sua cultura, la sinistra ha subito anche in Italia una pericolosa quanto rapida metamorfosi. Questa parabola era stata avvertita in anticipo da politologi del calibro di Robert Dahl (1915-2014) e Norberto Bobbio (1909-2004). Entrambi preoccupati che alla perdita del potere ordinativo dell’opposizione destra/sinistra facesse seguito non una qualche forma più evoluta e partecipata di mobilitazione politica bensì la regressione al più antico e primitivo degli antagonismi: quella fra popolo ed élite. O meglio: fra un’élite emergente, che si arroga il diritto di interpretare e rappresentare la volontà popolare, e un’élite di governo, degradata nell’immaginario pubblico a mera sopravvivenza di un potere delegittimato.

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Per questa scuola di pensiero, il punto di maggiore criticità per un partito che ancora si definisce “di massa” è rappresentato dall’incapacità di produrre una leadership estesa e in grado di contrastare con argomenti e passione la narrazione populista che tende a delegittimarla. Per venire alla crisi del Pd, la causa del fallimento di Renzi andrebbe perciò ricercata non tanto nei limiti e negli errori del personaggio quanto piuttosto nella modesta qualità politica del gruppo dirigente che lo sosteneva e che ne era stato beneficiato (C. Carboni, “Democrazia e partiti. La notte delle élite e l’alba populista, Il Sole24ore del 20 luglio 2018). 

 

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Questa rappresentazione, centrata su ruolo e strategie di leader in competizione, si ispira alla scuola elitistica italiana del primo Novecento, pur senza condividerne l’ottica conservatrice. Gli elitisti avevano elaborato una impietosa, ma per molti versi anticipatrice, dissezione dei processi di costruzione e decostruzione del potere. Soprattutto Gaetano Mosca (1858-1941), definendo già in uno scritto del 1884 la “classe politica” come un attore che tende a riprodursi in forme camaleontiche e a emanciparsi, secondo le proprie convenienze, dagli imprinting ideali, potrebbe fornire ancora spunti stimolanti all’analisi dei populismi. Mosca descrive il ceto di governo come una minoranza mossa dall’impulso a comandare una maggioranza. Per farlo deve camuffare la propria ansia di esercitare il comando come una missione ispirata ai più nobili intenti del governo (il bene comune, i diritti dei cittadini, la lotta alle disuguaglianze, la difesa di identità e valori minacciati e via blaterando, l’occhio rivolto alle tematiche più immediatamente remunerative sul piano del consenso). In questa prospettiva, la vecchia opposizione destra/sinistra potrebbe  benissimo riprodursi a breve nella forma di un antagonismo fra due populismi (scenario non improbabile nel caso italiano) o in quella di un fronte populista sfidato da élite democratiche capaci di raccogliere la sfida con sufficienti probabilità di successo. Questa visione “asettica” del conflitto politico non è peculiare dell’elitismo conservatore novecentesco di scuola italiana. Un sociologo radicale come Charles Wright Mills (1916-1962), scrivendo all’indomani della Seconda guerra mondiale il suo capolavoro L’élite del potere, sosterrà tesi non dissimili documentando i singolari processi di fusione del potere nel caso degli Usa. Pensava al caso di Eisenhower, il primo leader militare eletto alla presidenza dello Stato. Ma fenomeni di fusione personale del potere li ritroveremo nella presidenza Reagan (l’attore cinematografico che si fa trascinatore politico) e commistioni “fusionali” fra grandi ricchezze e governo sono rinvenibili nei casi dei Kennedy e della famiglia Bush. La parabola di Trump, come già quella di Berlusconi in Italia, rappresenta a oggi il più esemplare epilogo della tendenziale fusione di élite del denaro, appello populista e potere politico.

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È però soltanto a partire dai primi anni Ottanta, quando Crawford B. Macpherson (1911-1987) scrive La vita e i tempi della democrazia liberale (Il Saggiatore, 1980), che nell’opinione pubblica dei Paesi democratici si insinua il principio populista per cui lo scopo della democrazia si limiterebbe alla pura e semplice registrazione dei desideri del popolo quali sono. Negando ai partiti il diritto-dovere di contribuire a definire i desideri come potrebbero essere e, con esso, la possibilità per l’opinione pubblica di sperimentare cosa potrebbe desiderare di essere. I populismi, infatti, rifiutano qualsiasi funzione etico-pedagogica della politica che esuli dalla critica della casta:  la retorica del cittadino va di pari passo con una deformante caricatura dell’idea di cittadinanza. Nel tempo di messaggi veicolati e amplificati dai nuovi media (prima la tv, poi il sistema onnipervasivo dei social e della comunicazione digitale), il mercato politico non ha più necessità di élite autorevoli. L’autorevolezza e la competenza politica sono anzi dipinte come prerogativa dei potenti  e subdolo strumento della loro perpetuazione. Secondo Macpherson si recidono così le radici stesse della democrazia rappresentativa. Non è un caso, del resto, che un ambiguo richiamo alla democrazia diretta – sino a proporsi di aprire il Parlamento “come una scatoletta di tonno” (Beppe Grillo) o di programmare l’abbandono stesso dell’istituto parlamentare (Davide Casaleggio nel luglio 2018) – percorra in Italia il discorso di quell’ala del populismo che, senza evidentemente conoscerli, evoca Rousseau, il pensiero anarchico e gli ottocenteschi fautori del socialismo utopistico.

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La sedicente democrazia del popolo, opposta a quella degli odiati partiti – Nadia Urbinati, occupandosi del M5s in un’ottica vicina a quella di Dahl e Bobbio, ne ha correttamente classificato la filosofia politica come antipartitismo – diffida di leader autentici, forniti di carisma e di una visione culturale. Li preferisce telegenici e comunicativamente efficaci. Analogamente, uno spazio politico sgombero dai partiti, dalle competenze politiche e dal fardello dell’autorevolezza, non tollera cinghie di trasmissione o corpi intermedi. Le une e gli altri divengono anzi un fattore di condizionamento e di disturbo per l’azione di leader costruiti entro bolle di consenso mediatico, convinti di saper intercettare istanze e percezioni popolari “per quello che sono” e contestualmente inclini a manipolarle e indirizzarle ai propri fini. La democrazia perde così quella istanza emancipatoria e pedagogica che, un secolo prima, aveva fatto sognare a Gramsci un proletariato divenuto “classe generale”, capace non solo di rappresentare ma anche di educare e guidare la massa indifferenziata del popolo. La sinistra del Novecento ha usato non di rado i repertori propagandistici del populismo ottocentesco (noi-loro, sfruttati-sfruttatori, masse popolari incontaminate vs borghesia ingorda e parassitaria ecc.), ma il suo progetto politico non ha mai abdicato, come nei populismi del XXI secolo, a una qualche funzione etico-pedagogica.

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Mauro Calise, concentrandosi in un articolo già richiamato sul precario stato di salute del Pd, ha evidenziato le gravi carenze dei gruppi dirigenti del solo partito sopravvissuto (sebbene in codice rosso…) all’impatto frontale con i nuovi populismi. Quella che descrive è un’aristocrazia burocratica, incapace di ripensare, aggiornare e coniugare le tre dimensioni chiave dell’organizzazione, della comunicazione e, appunto, della produzione di leadership. Questioni squisitamente politiche ma che necessitano di strumentazioni tecniche e delle capacità di gestirle strategicamente. Bisognose, perciò, di competenze professionali ispirate all’innovazione e di programmi orientati alla quantità e alla qualità dell’offerta organizzativa.

Nel caso del Pd, peraltro, non è stata sperimentata nell’ultimo turbolento decennio alcuna innovazione organizzativa di sostanza, a parte qualche estemporanea trovata lessicale, come quella di ribattezzare circoli le vecchie sezioni nel totale disinteresse degli stessi iscritti. Indagini mirate, come quella condotta qualche anno fa sul tessuto associativo da Fabrizio Barca, sono state svogliatamente applaudite e prontamente riposte nei cassetti. Un settarismo rissoso ha assorbito le energie dei gruppi dirigenti e disamorato i militanti. Per brevi periodi il carisma intellettuale di Veltroni e poi l’energia attivistica di Renzi riusciranno a rianimare una base ridimensionata nei numeri ma ancora pronta a mobilitarsi. La narrazione veltroniana non si tradurrà però in riforma del sistema partito. Quella renziana si arenerà in una celebrazione egocentrica, non priva di inutili asprezze, che farà dimenticare anche i meriti della sua stagione di governo. La tentazione di preferire, come nel modello populista, la fedeltà al capo rispetto alla qualità dei candidati nella selezione delle leadership avrebbe fatto il resto. La rottamazione – espressione sgradevole ma potentemente evocativa -, anziché rinnovare mentalità e leadership, si esaurirà nell’ostracismo agli avversari interni e nella promozione di carriere non sempre meritevoli di essere incentivate. Si affermeranno oligarchie di giovani rampanti (quelli che Calise ha chiamato i micronotabili), peraltro destinati a invecchiamento precoce. Il partito che era nato per rigenerare e contaminare le pratiche d’azione e lo stile politico della democrazia italiana presenterà tutti i difetti e pochi dei pregi dei partiti di massa che ne erano stati gli incubatori.

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Paradossalmente, proprio la comunicazione rappresenterà un anello debole del sistema Pd in versione renziana. Il ricorso compulsivo alla messaggistica online apparirà subalterna al modello grillino del non-partito telematico. Risulterà perciò poco efficace per un ambiente più permeato, malgrado tutto, di storia, cultura e memoria e meno facilmente manipolabile dalle strategie di marketing politico. Senza dimenticare, a proposito di tecnologie e competenze, come dopo oltre vent’anni di primarie non esista un database dei milioni di cittadini che vi hanno preso parte. Ciò mentre il sistema Casaleggio perfeziona incessantemente, con procedure rigorosamente aziendali ed in coerenza con un programma di demolizione della democrazia rappresentativa, una macchina da guerra digitale pensata a misura della predicazione populista e di un’immaginaria democrazia diretta. Le sedi deserte dei circoli Pd si popolano raramente, solo quando aspiranti dirigenti e relative truppe sono impegnati a contendersi un partito che non sanno o non vogliono rinnovare. Si è sbiadito col tempo anche l’appeal dei mitici “esterni”. Portatori (non sempre disinteressati) di competenze utili a gestire una stagione di successi amministrativi locali, il loro ruolo si sarebbe andato anch’esso consumando nella seconda decade del Duemila sotto l’urto della demagogia anticasta dei populisti. Il corto circuito fra infatuazioni passeggere e diffidenze preconcette, insieme alla criminalizzazione demagogica delle professionalità, avrebbe disintegrato un circuito di intelligenze e di competenze lasciando strada libera ai fedeli feudatari di piccoli leader, piloti di go kart chiamati a guidare bolidi di Formula 1 dal motore sfiatato. Quella che con orrendo neologismo si chiama infrastrutturazione tecnologica del sistema stenta a tenere insieme sociale e virtuale. Si discetta sul profilo ontologico di Facebook o di Twitter anziché attrezzarsi a servirsene al meglio, emarginando chi per età e formazione abbia maggiori difficoltà ad accedervi mentre gli smanettoni di talento emigrano presto, inevitabilmente, verso occupazioni più gratificanti.

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Per invertire la rotta, insomma, occorre riconoscere preliminarmente che l’organizzazione di un partito, come qualsiasi altra, è una macchina: sono i militanti a conferirle priorità, strategie, valori e finalità. Contro il feticismo tecnocratico e contro la presunzione politicistica bisogna umilmente sforzarsi di connettere il vecchio e il nuovo. La rete non basta se si perdono per strada le relazioni comunitarie, il sostegno delle associazioni, quel poco del sistema di terzo settore sopravvissuto ai tentativi di cancellarlo, pervicacemente perseguiti prima da Berlusconi, poi dai cinquestelle e alla fine, con spudorata aggressività, dalla Lega di Salvini.

Sperimentazioni inedite e percorsi innovativi possono certamente generare valore aggiunto. Anche in politica è fondamentale adottare buone pratiche e far tesoro di successi inattesi. Tutto va però socializzato, verificato, messo alla prova. A questo serve un’organizzazione che voglia agire come un sistema a rete, cosa ben più complessa della semplice adozione di procedure digitali. Occorre restituire il primato a un progetto ideale e culturale ambizioso. Forse serve un tagliando anche per innovazioni di successo ma ormai in affanno, come le primarie. Le quali sono tali solo se selezionano candidati a incarichi pubblici. Eleggere un segretario di partito deve tornare a essere prerogativa di iscritti e militanti e il confronto va condotto sulla base di programmi (che tipo di partito intende costruire il candidato?). In alternativa, se si opta per primarie aperte, il voto degli iscritti deve pesare di più (almeno il doppio) di quello di elettori occasionali o di simpatizzanti autodichiarati (Pasquino G., Valbruzzi M., “Un Pd da ricostruire oltre le primarie”, Il Mulino online del 23 luglio 2018).

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Dopo ogni congresso, dopo ogni tornata di primarie, occorre poi impedire – come prevede lo statuto della Spd tedesca – che i comitati elettorali dei candidati alla segreteria si trasformino in correnti strutturate, gruppi permanenti di pressione e negoziazione, fortilizi autoreferenziali. Ricostruendo contestualmente una cultura politica e una presenza visibile sul territorio Esaurito il tempo delle vecchie scuole quadri, non si può però rinunciare ancora a scuole di politica che allevino dirigenti e non solo galletti da combattimento mediatico. Dove magari approfondire senza preventive autoassoluzioni le cause della crisi, le ragioni strutturali delle crescenti disuguaglianze, un’idea di Europa che sfidi la demonizzazione distruttiva dei populisti senza rinunciare all’esercizio della critica e alla legittima rivendicazione degli interessi nazionali.

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Nemmeno mi pare utile trastullarsi ancora con le formule linguistiche (come lo chiamiamo? Fronte? Rassemblement ? chi più ne ha più ne metta…). L’importante è chiudere la stagione dei cerchi magici, delle candidature paracadutate, delle conventicole chiuse. E combattere a viso aperto l’illusione del “partito leggero”, affidato al carisma di un leader che si rivolge a tutti e perciò non parla a nessuno: solo pochi ricordano ancora il nome delle formazioni politiche generate – parliamo di pochi anni or sono – dalle fugaci “discese in campo” di leader come Montezemolo, Passera, lo stesso Monti. Si pensa che movimenti di opinione, pur votati a nobili cause – penso alla formazione europeista della Bonino o alla riemersione carsica delle forze ecologistiche –, siano sufficienti a surrogare ruolo e funzioni di un partito materialmente identificabile, presente nel territorio, fisicamente vicino a persone in carne ed ossa? O si continuerà a mimare quella caricatura del “cittadino” disegnata ad arte dalla propaganda populista non per rigenerare ma per demolire la trama sociale della democrazia?

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NICOLA R. PORRO