Tutti idonei! Ovvero: noi e Mbappè

di GIULIO BIZZAGLIA ♦

A margine del successo planetario della recente Coppa del Mondo di calcio, manifestazione capace come poche altre di celebrare il trionfo dello spettacolo sportivo, può colpire, magari infastidire il riportare l’attenzione sul discorso dello sport praticato (altra estremità del continuum sport visto – sport agito che costituisce un campo d’analisi tanto imprescindibile quanto equivocato), ma il contrappasso che si profila è troppo invitante per lasciarlo cadere.

Una tesi di partenza: nell’offerta delle moderne, diffuse pratiche del corpo, negli sport pulviscolari del terzo millennio, è saltata per sempre la prescrizione implicita (allo sport di prestazione) che richiedeva l’idoneità alla pratica, nella prospettiva dell’uomo al servizio dello sport – p. e.: per giocare a basket si deve essere alti –; ora il rovesciamento c’è stato, adesso il paradigma dello sport al servizio dell’uomo trova solo resistenze residuali.

Oggi, lo sport come diritto[1] prescinde totalmente da ogni idoneità perché declinabile nei confronti di ciascuno. Uno sport per tutti (meglio, uno sportpertutti) che è esattamente il contrario di uno sport uguale per tutti, non richiede requisiti particolari, pertinenze esclusive di questa o quella classe sociale, economica o antropologica. È uno sport dallo statuto genuinamente democratico che trova nella pratica stessa, molto più che nel suo esito, la sua giustificazione, il suo senso. Include tutti, non escludendo alcuno. Il tanto usato aggettivo: esclusivo (abusato nella pubblicità più becera, quella che cerca di far presa sul consumatore agendo sulla leva del desiderio piuttosto che sulla sua intelligenza di cittadino), andrebbe usato con molta parsimonia, se non addirittura bandito tout-court. Perché esclusivo è un marchio (falso) che propone il darwinismo sociale come modello imprescindibile, glamour, da perseguire perché garantisce vantaggi – a chiunque sia in grado di pagarli, ovvio; e qui è palese l’ammiccamento, dove si  allude al fatto che noi apparteniamo certamente alla élite, non alla massa degli esclusi. È qui chiaro come un sistema basato sulla performance, con alla base continui passaggi selettivi, non possa rappresentare il modello utile a interpretare tutto il fenomeno sportivo. Perché, relativamente alla pratica sportiva, noi siamo noi, e Mbappé, e Griezmann, e Pogbà, e… sono altra cosa: un prodotto tecnico ad altissima specializzazione filtrato attraverso processi di selezione attenti (e forse, in parte, anche fortunati); parti di un meccanismo di successo celebrato pochi giorni fa lungo i Campi Elisi con orgoglio e (neanche a dirlo) grandeur.

Nello sport che coniuga diritti, ambiente, solidarietà, ci proponiamo invece programmaticamente di accogliere chiunque, nessuno escluso. “Nessuno escluso” è legato inscindibilmente, a doppio filo, con il concetto e l’essenza dello sportpertutti, luogo nel quale tutti i corpi sono idonei.

1 Sonosempreostacoli

Nella scuola, luogo di concretizzazione del diritto all’istruzione (non dimentichiamolo mai), per aumentare la platea dei praticanti sport si dovrebbe mandare in soffitta la vecchia logica della rappresentanza (giovanile, studentesca) che scimmiotta il sistema campionistico e quindi esclude tutti, meno i più bravi. Il diritto al movimento delegato alla rappresentanza: un ossimoro, perché i diritti non sono mai delegabili. O sono vissuti, agiti in prima persona o sono negati nei fatti.

L’appartenenza tifosa, l’adesione a una squadra, un colore, una maglia deve essere studiata e riconsiderata, perché condiziona fortemente la pratica sportiva, la sua fruizione. Dobbiamo studiarne e comprenderne gli effetti positivi (ci sono, certo) ma anche quelli negativi, e non sono pochi.

L’odierno sistema dei mass media propone e riproduce costantemente un modello di sport che ha bisogno di narrazioni mitopoietiche, di gesta e prestazioni alte, fuori dall’ordinario, quindi extra-ordinarie.

Ogni occasione di sport (quasi sempre di spettacolo sportivo) viene etichettata come evento; la cosa però non è neutra, perché ha delle conseguenze:

  • se tutto è straordinario, evento, meraviglia, per assuefazione presto nulla lo sarà (lo è) più;
  • se ci rapportiamo sempre e soltanto con espressioni eccezionali, con performance di altissimo livello, ogni altra esperienza diventa banale, insignificante, pur esprimendo magari ottimi, apprezzabili livelli tecnici;
  • l’esercizio fisico agito viene spesso vissuto come imitazione del gesto visto, idolatrato, anche a causa della magniloquente cifra narrativa dei media: “i nostri eroi… i nostri idoli…” . Tutto questo produce uno scollamento dalla realtà, una insensata svalutazione della espressività motoria comune.

In questo clima culturale non si struttura un realistico insieme di riferimenti, capace di accogliere e accettare espressioni tecnicamente alte e meno alte, gesti sapienti, validi, forti ma anche altri più grossolani, magari impacciati; misure e tempi ordinari, non da primato.

Le conseguenze della mancata strutturazione, della costruzione di un sistema aperto, liberale, capace di accogliere positivamente tutto quanto può accadere nella pratica, in un range che va dalla vittoria alla sconfitta, solidale verso gli altri e verso se stessi, sono assai pesanti, perché:

  • se ci si aspetta solo la vittoria, il successo, l’eccezionalità, la delusione sarà inevitabile, il disappunto enorme. Si elabora allora un’intolleranza verso l’esito probabile ma inatteso (perché non considerato come accettabile), che verrà percepito come un’offesa inaudita, inaccettabile;
  • se si è giovani praticanti, la mancata accettazione di ogni esito non vittorioso si trasforma in alto rischio di drop out;
  • se si è tifosi border-line, scatta la ricerca di un risarcimento da parte degli autori dell’infrazione (affiora qui l’autolesionismo del “devi morire” rivolto agli avversari, visti non come indispensabili competitori ma come nemici da annientare);
  • se si è persone distanti dall’universo del movimento, magari non avvertite culturalmente rispetto alla problematica sport/corpo/attività fisica/tifo, si guarderà con sufficienza a tutte le espressioni motorie quotidiane, ordinarie. Oppure, più semplicemente e drasticamente, si etichetterà lo sport come qualcosa da evitare.

3 Bambino skate, Corso, Roma, 3 2010 copia

Le statistiche inerenti le pratiche motorie e sportive riferiscono costantemente, da oltre un ventennio, di un 40% di cittadini italiani totalmente inattivi. Parliamo di oltre 24 milioni di persone che non contemplano possibilità alcuna di agire il corpo, anche perché si percepiscono come inidonee alla pratica. La grande sfida dello sportpertutti consiste esattamente nella confutazione di questo principio: nelle pratiche motorie odierne, tutti i corpi, tutte le persone sono idonee, nel loro stato, qualunque esso sia.

In questa accezione, lo sport si fa ancella, strumento al servizio della persona, deideologizzandosi nel profondo per guadagnare, finalmente, uno status più elevato, quello di diritto di cittadinanza del quale tutte e tutti devono poter godere. In questa prospettiva, lo sport entra a far parte, a buon titolo, delle pratiche di solidarietà.

GIULIO BIZZAGLIA

 

 [1] Qui si intende lo sport nella sua accezione moderna, di sistema sub-culturale che occupa una parte importante nel vissuto di una enorme quantità di persone. Un diritto culturale ormai imprescindibile, ancora in attesa, però, di realizzare una piena consapevolezza di sé.