POPULISMO E POPULISTI (XV)

di NICOLA R. PORRO 

Fischia il vento, urla la bufera e l’ombrello non si apre 

Ho sognato la sinistra: una donna ancora attraente, sorpresa da un nubifragio durante una passeggiata. Una folata di vento le solleva maliziosamente la gonna. Ha il capo coperto da un cappello da uomo e come solo riparo un ombrellino rosso che non riesce ad aprire. Sola, smarrita nella tempesta, stenta a trovare la strada di casa. Pensa di essere stata imprudente: forse doveva dar retta al meteo, coprirsi meglio, non avventurarsi da sola in un ambiente divenuto improvvisamente estraneo e inaspettatamente ostile. E quel maledetto ombrello rosso: servirà ancora?

Fuor di metafora: la crisi viene da lontano, non è circoscritta all’orticello della politica italiana e non la si supererà rifugiandosi nelle antiche certezze o, al contrario, cambiando frettolosamente cappello. I populismi di nuova generazione sono allo stesso tempo i barometri di una crisi dell’ordine globale e uno dei suoi moltiplicatori. Le difficoltà che investono tutta la sinistra europea hanno ragioni profonde e non contingenti. Il cosiddetto turbocapitalismo ha distrutto il sistema industriale tradizionale e drasticamente ridimensionato il ruolo politico dei suoi attori sociali. Il valore ideale del Welfare si è perso nel tempo lasciando spazio a un risentimento diffuso e indistinto contro la burocrazia, la sfera pubblica, le élite. Sin dalla fine degli anni Ottanta il pensiero progressista sembra ripiegato su sé stesso, incapace di immaginare un altro orizzonte. Ha ispirato sacrosante campagne sui diritti civili ma sembra aver disertato il campo dei diritti sociali. Si sono così logorate lealtà e appartenenze. I nuovi populismi si sono avventati come sciacalli sul corpo inerte delle socialdemocrazie, come del resto sulla carcassa del liberalismo democratico. Hanno acceso a proprio beneficio paure irrazionali ed enfatizzato ad arte preoccupazioni diffuse, non sempre infondate. Denunciare la propaganda dei manigoldi, il ricorso sistematico alle tecniche della manipolazione e della falsificazione, è però servito a poco nella seconda decade del Duemila come servì a poco contro le campagne di ispirazione totalitaria fra le due guerre del Novecento.

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Alle paure diffuse occorreva fornire risposte che non si riducessero all’esorcismo o alla lamentazione. Le narrazioni fasulle dei populismi di ogni colore non sono state contrastate efficacemente ed è mancato persino un appello emotivo che mobilitasse l’indignazione, l’orgoglio, i sentimenti di solidarietà. La sinistra anti-populista non si è fatta “popolo”, del resto in coerenza con la metamorfosi socio-economica del suo elettorato. Si sono così materializzati eventi impensabili solo pochi anni or sono: la secessione britannica dalla UE, la vittoria di Trump, il fenomeno delle democrazie illiberali, l’onda montante dei populismi xenofobi nel cuore dell’Europa comunitaria, di cui l’Italia è vittima designata, complice il sovranismo autolesionista di Salvini e dei suoi.

In Italia, laboratorio della saldatura al governo di radicalismo xenofobo e gentismo grillino, il Pd ha subito una vistosa erosione del proprio consenso sociale, come hanno dimostrato le disfatte elettorali consumatesi fra marzo (politiche) e giugno (amministrative) del 2018. Ma a preoccupare è soprattutto la risposta del partito sotto scacco. Nessuna linea d’azione condivisa, nessun confronto su programmi e contenuti, un’interminabile guerra di posizione fra generali senza eserciti, l’incombente figura di un Capo che non vuole governare il partito ma non rinuncia a comandarlo. Eppure questo sarebbe il tempo per aprire una riflessione autentica e coraggiosa. Sugli esiti di quella fusione a freddo che diede origine al Pd. Sulla necessità di un pensiero capace di andare oltre l’eredità del Novecento senza rinnegarne i valori fondanti. Sulla capacità di formare un ceto politico che non rappresenti un puro prodotto di casting (modello Berlusconi) o l’esito, inevitabilmente opaco, di una lotteria telematica a conduzione aziendale (cinquestelle).

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Alla signora sorpresa dalla bufera non basterà riaprire l’ombrellino rosso, cambiare il cappello demodé o coprire pudicamente le gambe svelate dal vento. Nemmeno la sinistra potrà invocare le attenuanti generiche. Certamente l’inasprirsi delle relazioni internazionali ha giocato contro le forze europeiste e la cultura solidaristica. Sicuramente la manovra a tenaglia, condotta talvolta con argomenti canaglieschi contro l’unica forza di governo rimasta in campo dopo il 2013, ha colpito duro. E c’è da riflettere con preoccupazione sulla comparsa in campagna elettorale di tecniche della persuasione mutuate da esempi come la Russia di Putin o i consulenti di Trump.

Denunce e recriminazioni sono legittime, ma rimangono lettera morta. Il doppio populismo italiano replica i modelli stranieri. Per tutti, come aveva intuito mezzo secolo fa McLuhan, il medium è sempre il messaggio. Non conta ciò che fai, ma come lo racconti ed è patetico appellarsi al fair play contro avversari che considerano la verità stessa un optional. I tempi e i repertori sono quelli insegnati dai persuasori occulti ingaggiati da Trump. Si tratta di sollevare prima del voto una bufera di argomenti falsi mescolati a notizie autentiche (ma abilmente manipolate) per accreditare il messaggio. Dopo, a vittoria ottenuta, toni e argomenti della campagna elettorale non verranno abbandonati. Un diluvio di tweet, di fake news, di proclami sostituiranno la comunicazione istituzionale prevista dalla sintassi di ogni democrazia. È la tecnica teatralmente esibita ogni giorno da Salvini, ministro della propaganda in servizio permanente effettivo, sprezzantemente incurante di competenze, responsabilità, obblighi e persino linguaggi consoni al ruolo rivestito.

Sono segnali di un degrado crescente della sfera pubblica, ma recriminare serve a poco se non si impara la lezione e non si approntano difese e strumenti per la controffensiva. Annibale aveva negli elefanti la sua arma totale. Li scaraventò contro le attonite forze romane mettendole in rotta. Ma alla fine fu Cartagine a essere rasa al suolo da un esercito che aveva saputo vincere le proprie paure, imporre al nemico il terreno della battaglia e far tesoro dei propri errori.

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Forse non è inutile interrogare i corsi e i ricorsi della Storia, come ci ha insegnato Giambattista Vico. Già Antonio Gramsci, ad esempio, aveva liquidato nel sesto dei suoi Quaderni dal carcere il “populismo” italiano del primo Novecento come un fenomeno di travestimento. Ai suoi occhi non era altro che la destra che si camuffa da sinistra, accogliendo e declinando a proprio vantaggio anche concrete istanze sociali: il lavoro, le tasse, le domande di protezione, l’appartenenza alla comunità. Un’operazione vincente, ammoniva, se a contrastarla non ci sono un’idea e un progetto di società alternativi. Non bastava fare opposizione: occorreva piantare solidi pilastri per quella che chiamava l’egemonia culturale. Formula che indicava un processo ad ampio raggio, innescato di solito dagli intellettuali democratici e dai leader politici, ma capace di mobilitare identità, emozioni, interessi capaci di di sventare derive reazionarie senza farsi trascinare nel vortice della violenza. All’epoca le cose non andarono come Gramsci sognava. L’appello populista, che aveva diviso e lacerato la sinistra del tempo (tanto quella riformista quanto quella massimalista), sarebbe degenerato nel “nazionalismo popolare” del sangue e del suolo sfociando nella dittatura fascista. Lo stesso fascismo avrebbe mescolato elementi di populismo ideologicamente eterogenei, non esclusi quelli di matrice classista (l’appello mussoliniano all’Italia “proletaria e fascista”). Se la politica non conquista il popolo, osservava ancora Gramsci, il popolo respingerà la politica, pervertendo legittime aspettative di cambiamento e di riscatto sociale in pura e rancorosa «avversione verso la burocrazia» o in «odio per il funzionario». A prevalere, scriveva, sarà «un odio ‘generico’ ancora di tipo ‘semifeudale’, non moderno», estraneo tanto alla “coscienza di classe” marxiana quanto al progetto di egemonia (Fabio Vander “Populismo e trasformismo, la lezione di Gramsci”, Il Manifesto del 12 giugno 2018).

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Il fenomeno del populismo ambiguo, come quello che stiamo conoscendo a un secolo di distanza, appariva particolarmente significativo in Italia. Qui, infatti, la formazione tardiva dello Stato e del sistema industriale aveva rallentato la costituzione di movimenti di massa organizzati, come era stato per il sindacalismo operaio britannico. I partiti post-unitari si erano costituiti entro un orizzonte localistico e in funzione del sostegno elettorale a qualche maggiorente. Il risultato, scriveva Gramsci, fu un ceto politico composto «di galoppini e maneggioni elettorali, un’accolita di piccoli intellettuali di provincia». La stessa sinistra gli appariva popolata di «bande zingaresche» e incline al «nomadismo politico». Fenomeno proprio di quel trasformismo che a fine Ottocento Depretis aveva promosso al rango di strategia di governo. Dopo di lui Giovanni Giolitti l’avrebbe sfacciatamente identificata con “la capacità di ridurre la politica ad amministrazione”. Mentre era appena iniziato il radicamento sociale dei movimenti di massa, Gramsci poteva perciò legittimamente associare l’“apoliticismo” – “non siamo di destra né di sinistra” – all’affermazione del fascismo. E sarà proprio il giudizio sull’ “apoliticismo” a ispirare, in un articolo del 1917, quell’invettiva contro gli indifferenti che sembra applicarsi benissimo alla categoria dell’antipolitica contemporanea.

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Sarebbe tuttavia scorretto applicare l’analisi gramsciana a un contesto temporale e politico tanto diverso come l’attuale. I teorici di un possibile populismo ‘di sinistra’ – penso a studiosi come Ernesto Laclau, a politici come Jean-Luc Mélenchon, fondatore di France insoumise, o a personalità come il compianto premio Nobel Dario Fo – hanno sostenuto un’interpretazione indulgente del populismo, inteso come una potenziale risorsa per rigenerare una sinistra disorientata come la signora in mezzo al nubifragio. Soprattutto Laclau, l’occhio rivolto al contesto sud-americano, abbonda in richiami a precedenti storici in cui i populismi avrebbero rappresentato lo “stato nascente” di durature esperienze democratiche. Mélenchon ne fa lo strumento essenziale per restituire alla sinistra imborghesita la sua matrice giacobina. Nessuno ha però avallato possibili convergenze fra “populismi” democratici e movimenti xenofobi, nazionalisti e razzisti. Anche studiosi italiani, come Domenico De Masi, che avevano contribuito a elaborare il programma del M5s, hanno risolutamente preso le distanze dall’intesa con la destra leghista e dalla filosofia che ha ispirato il “contratto di governo”.

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Un’operazione quest’ultima che ha fatto emergere un aspetto meno appariscente della questione populista: il suo rapporto con quello che proprio Gramsci aveva chiamato privatismo. Dietro l’invettiva demagogica, l’intransigenza moralistica e la presunzione palingenetica si affaccia sempre l’inclinazione dell’antipolitica a considerare il potere, sebbene legalmente conseguito attraverso il voto, come una sorta di preda. Uno scalpo da agitare per giustificare ogni tipo di potenziale abuso, come nel caso di un ministro degli Interni pronto a occupare qualsiasi spazio e qualsiasi funzione nella latitanza di fatto di presidente del Consiglio riconosciuto come tale. Il costituzionalista Gaetano Azzariti ha richiamato l’attenzione sulla «gestione del tutto privata della crisi» e sul «programma di governo trasformato in un contratto tra due signori stipulato davanti a un notaio, le cui obbligazioni sono assolte da un loro fiduciario» (G. Azzariti, “La crisi politica tracima in crisi costituzionale”, Il Manifesto del 29 maggio 2018).  Populismo e privatismo, insomma, tornano a sposarsi nel governo gialloverde, come nei giorni peggiori dei governi Berlusconi. L’impudente tentativo di coinvolgere le competenze del Capo dello Stato nella questione giudiziaria legata agli interessi economici dalla Lega rappresenterà una conferma, quasi un logico corollario, di questa torsione del diritto.

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Mauro Calise (“La macchina è tutto: la sinistra non ha mai cambiato motore”, intervista di Wanda Marra, Il Fatto3.7.18) si è invece concentrato sugli antefatti del progressivo ripiegamento della sinistra (meglio: delle sinistre). Senza risalire alle radici remote del populismo italiano, indagate da Gramsci e da numerosi storici – non solo italiani – ha ricordato come l’Italia abbia conosciuto in poco più di venti anni tre sfide populiste vincenti. Prima il partito azienda di Berlusconi, poi il Movimento Cinque Stelle di Grillo e Casaleggio e infine la stupefacente innovazione di prodotto che ha trasformato la vecchia Lega secessionista di Bossi in un partito nazionalista e xenofobo guidato da un leader organico al fronte anti-europeista internazionale. Processi che, con le opportune distinzioni, non hanno risparmiato altre potenze democratiche dell’Occidente. L’elezione di Trump e il caso Brexit hanno rappresentato risposte aggressivamente isolazionistiche rispetto ai problemi reali posti da una globalizzazione governata dalle logiche del mercato più che da lungimiranti politiche di coesione. In questa cornice le democrazie “del leader” sono in qualche caso già degenerate in democrazie illiberali. È accaduto in grandi Paesi come la Russia, l’India, la Turchia. Sta accadendo nel cuore dell’Unione Europea, con il regime fascistoide ungherese a fare da battistrada. Calise isola tre elementi cruciali – comunicazione, personalizzazione della leadership e organizzazione del partito – che, diversamente combinandosi, sono perfettamente rintracciabili nel caso italiano.

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Berlusconi esercitava la sua leadership esasperando tratti personalistici alimentati da un narcisismo debordante. Disponeva però anche di una poderosa ed efficiente struttura organizzativa, che associava nella Forza Italia delle origini la potenza di Mediolanum e Publitalia con il modello mutuato dalle tifoserie calcistiche e con la struttura propria dell’associazionismo di élite (mi permetto di rinviare in materia a un mio vecchio articolo: “L’innovazione conservatrice. Fininvest, Milan Club e Forza Italia”, in L. Gallino e P. Ceri, a cura di, La società italiana. Cinquant’anni di mutamenti, Rosenberg & Sellier, Torino 2002: 541-555).

Il M5s è stato invece a lungo scambiato come il prodotto della verve iconoclasta di un professionista dell’intrattenimento come il comico Beppe Grillo. L’idea di un movimento antipartitico, a struttura leggera, capace non solo di eccitare sentimenti e risentimenti da convogliare in blocco contro la “casta” e le élite politiche, ma anche di proporsi come modello alternativo a queste, aveva però un retroterra meno visibile. Era stata la simbiosi del comico furente con un meno appariscente ma meglio attrezzato specialista della comunicazione, l’imprenditore Gianroberto Casaleggio, a dar vita a un uso verticistico della rete, contrabbandata per la terra di elezione di una nuova agorà civica. Un ferreo controllo sul movimento, la selezione dei candidati e le carriere degli eletti, la gestione delle risorse economiche, la promozione e il confezionamento delle campagne d’opinione: nulla sarebbe sfuggito all’occhio vigile del potere digitale. Per cinque anni, nella fase di stato nascente del suo movimento, Grillo, l’elevato, eserciterà poteri di fatto insindacabili sviluppando strumenti di partecipazione gregaria veicolati solo dal server. È quello che verrà battezzato leninismo digitale o centralismo cybercratico.

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Il sistema Lega è invece il prodotto di trasformazioni progressive che finiranno per snaturare l’originario paradigma secessionista di Bossi. Il suo modello comunicativo non si strutturerà mai in conformità del modello televisivo berlusconiano o del feticismo grilino della rete. Il partito, recise le radici localistiche delle origini, continuerà a privilegiare il radicamento territoriale e a costruire una ragnatela di avamposti organizzativi sul modello dei vecchi partiti di massa. Il cambio di paradigma avverrà alla fine della seconda decade del Duemila, quando Salvini, trasformerà il vecchio partito padano in una punta di diamante del radicalismo antieuropeista e xenofobo. Un caso di radicale innovazione di prodotto e di parziale innovazione di processo, che consentirà a una forza del 4% di moltiplicare esponenzialmente i consensi approfittando del declino di FI e cavalcando tutti gli umori nutriti di demagogia populista in un regime di competizione e cooperazione con il M5s. Vecchie dirigenze e antichi programmi verranno liquidati alla spiccia. Il nuovo leader concentrerà in sé tutte le risorse comunicative. I tweet del Capo diventeranno il verbo del movimento, mentre prenderà forma un paradigma ibrido, in cui all’invadenza mediaticae agli slogan di fuoco del Capo si affiancano una solida struttura territoriale e un ceto elettivo sperimentato. Nel miscuglio di campagne xenofobe, privatismo, demagogia moralista e suggestioni pauperiste che costituisce il bouquet dell’intesa di governo, antipolitica e post-politica si sovrappongono e si confondono avendo per solo collante l’esercizio di un potere la cui rappresentanza formale è affidata dai dioscuri di governo a un’innocua e defilata figura terza.

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A fronte di sconvolgimenti tanto radicali del panorama politico, riuscirà l’elegante signora nella bufera a ritrovare la strada? Saprà farsi non solo solo opposizione ma alternativa? Proverà a costruire un’egemonia, nel senso ancora attuale attribuitole da Gramsci un secolo fa? Avrà ancora bisogno di un’ideologia, o quanto meno di un rinnovato bagaglio di idee? Per quanto sembri strano, i contributi più stimolanti a questa riflessione mi sembrano provenire sinora da commentatori e opinionisti estranei alla sinistra. Ne parleremo molto presto.

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NICOLA R. PORRO