LO SPORT COME MEZZO DI “ESPRESSIONE”.

di STEFANO CERVARELLI 

Una domanda che potrebbe sembrare banale è questa:” Perché si fa sport?”

E molteplici possono essere le risposte: “Per divertimento?” “Per beneficio fisico”? “Perché lo sport è palestra di vita?” “Perché – come abbiamo visto – i genitori sognano un campione?” “Perché lo sport può costituire un mezzo per soddisfare la voglia di affermazione?” “Guadagno?”.

Difficile dire quale motivo potrebbe prevalere sugli altri ma, a parere mio, ce ne è un altro per cui un giovane sceglie di fare sport: esprimersi.

Sì, esprimersi, al pari di qualunque forma d’arte.

Anche perché il gesto sportivo non richiede particolari approfondimenti e conoscenze culturali, ma trova il suo senso, la sua soddisfazione proprio per quello che si riesce a fare con il proprio corpo: controllarlo, guidarlo, armonizzarne i movimenti, in molti casi anche con l’aggiunta del controllo di un oggetto.

Questa capacità determina una soddisfazione interna accompagnata – a qualunque età – da una manifestazione di gioia esterna che dimostra quanto il soggetto in questione tenga a quel gesto, a quell’atto. Negli Stati Uniti hanno una definizione un po’ particolare per definire un gesto tecnico perfettamente riuscito:” Swett spot”, luogo dolce.

Recentemente di questo luogo dolce ne abbiamo avuto un grande esempio: il record sui 100 metri fatto registrare da Filippo Tortu, ragazzo non ancora ventenne e primo italiano a scendere sotto i 10” battendo il precedente record di Mennea.

Tra i due adesso ci sono 20 cm di differenza che in una gara di velocità sono metri.

Avete visto la sua soddisfazione? Pensate che l’avrebbe barattata con qualunque altra cosa?

Ha compiuto un’impresa storica e, in quella impresa, c’è la sua realizzazione fatta di duro lavoro, di sacrifici, di gestione quotidiana delle capacità e continua ricerca delle possibilità del suo corpo.

Immaginate poi un giovane tennista che passa ore intere ad imparare un colpo che sembra non riuscirgli mai. Pensate al momento in cui riuscirà a fare quel colpo: il lavoro, la fatica scompaiono, il suo corpo, la sua testa sarà invasa dalla gioia dall’emozione: ha creato un colpo, vive un momento di sua completa realizzazione. Niente lo potrà convincere che ci sia qualcosa di paragonabile ad un colpo vincente nel tennis, come in qualunque altro sport; la soddisfazione sportiva supera, in molti casi, anche quella scolastica.

Non credo che i giovani comincino a fare sport avendo in testa medaglie d’oro e ricchezza; non sempre si può parlare di divertimento perché nel processo di apprendimento tecnico ci sono dei momenti, dei periodi, dove è dura non farsi vincere dalla noia (qui sta anche la bravura degli istruttori).

 A tale proposito voglio raccontare un episodio.

Quando iniziai a giocare a basket eravamo una leva abbastanza numerosa, il nostro istruttore era Giorgio Vercesi. Di palloni ce ne erano pochi, due, tre al massimo. Quando arrivava il momento di fare gli esercizi di tiro, Vercesi ci metteva in fila e noi aspettavamo pazientemente il nostro momento di tirare.  Finalmente arrivava, Giorgio reiterava pazientemente le indicazioni tecniche, noi tiravamo e poi di nuovo in coda. Non era certo quello uno dei momenti più divertenti del nostro giocare a basket ma senza dubbio ha agito da spartiacque tra chi aveva tanta voglia di imparare a giocare e chi di questa voglia ne aveva poca, tant’è che molti, avvicinatesi al basket perché in quel momento era la novità in città, hanno poi lasciato.

Allora, per tornare al discorso di prima, se non si pensa alle medaglie, ai soldi, se invece si vince la noia che sempre è in agguato – pensiamo alle numerose “vasche” percorse dai nuotatori la cui unica “compagnia” sono le righe sul fondo della piscina, oppure al lungo e meticoloso lavoro di ripetizione che richiede la ginnastica in generale, allora perché si fa sport? Qual è la motivazione ultima? Qui torniamo a quanto detto all’inizio: realizzarsi. Il giovane atleta potrà anche non riuscire nello sport intrapreso, ma, per lui, già mettersi alla prova, esplorare le capacità del proprio corpo sarà qualcosa che l’accompagnerà per tutta la vita. Riflessi negativi? Frustrazione per non essere riusciti? Attenzione, qui non stiamo parlando di capacità agonistiche tali da farne un campione pronto per le alte competizioni (D’altra parte, anche in altre forme espressionistiche del proprio talento, non tutti hanno raggiunto alte vette).

Qui stiamo parlando di relazione con il proprio corpo, ossia compiere un gesto in base, in armonia, in sintonia con le proprie capacità. Io mi esprimo così, il mio fisico è capace di questo, questo riesco a fare, questo accetto, ma è opera mia. Le soddisfazioni che si traggono certo non sono uguali per tutti, ma chi se la sente di dire chi, tra Ronaldo e un bambino della leva di calcio, trova più soddisfazione a fare un goal? Espressioni diverse.

In altre parole, lo sport è attività valida perché permette, a qualunque età, in qualunque condizione, di esprimersi con quello che appartiene solo a noi, che è nostro: il proprio corpo.

L’esprimersi poi si realizza anche attraverso il senso di appartenenza ad un gruppo. Questo vale specialmente per i bambini.

Per loro uno dei momenti più belli, emozionanti per esempio è la consegna della maglia: la loro prima maglia. Indossarla è l’atto ufficiale di appartenenza alla squadra, al gruppo. Non la toglierebbero mai. La maglia significa:” Anch’io gioco insieme agli altri, faccio le partite!”.

Ho visto bambini piccoli del minibasket correre avanti ed indietro per il campo ricevendo la palla pochissime volte, eppure saltare, esultare per un canestro realizzato di compagni, essere pieni di entusiasmo: era il canestro fatto dalla propria squadra, esprimeva la propria capacità.

Poi il bambino cresce ed ecco aumentare e quasi “trasformarsi” l’importanza del lavoro degli istruttori.

Un delicato aspetto del loro compito è quello di aiutare il giovane, entrato nella fase adolescenziale, a far sì che la sua caparbietà, la voglia d’imparare non cali, sebbene i suoi tentativi di fare bene qualcosa di nuovo non diano subito dei frutti. L’istruttore dovrà agire sulla fiducia e sull’autostima del ragazzo affinché si renda conto che solo ripetendo, imparando poco alla volta, riuscirà a compiere quello per cui si sta impegnando e di conseguenza ad esprimere le proprie capacità.

E’ un lavoro difficile. L’istruttore infatti non deve dimenticare che il ragazzo o la ragazza, in quello che fa, cerca soddisfazioni che se non sono in assoluto, devono esserlo in rapporto alle sue capacità, al suo fisico, alla sua personalità, perché, come si usa dire, sempre nel mondo sportivo americano – ma credo non solo lì: ”…se per riuscire una volta, bisogna fallire mille volte”, l’atleta dovrà essere certo che  il  suo momento magico, il suo….. swett spot arriverà: l’espressione.

STEFANO CERVARELLI