SULLE ORME DI SAM PECK – SCISCIAÙ (Storie del Rio Jauaperi) – BRASILE, AMAZZONIA (I)

di GIANCARLO LUPO ♦

 

Testi di Giancarlo Lupo e Alfonso Prota
Foto di Riccardo Scibetta

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L’Arrivo al porto. Uomini indaffarati in catena di montaggio si rimbalzano le casse di birra che poi vanno a imbarcare. Il Vencedor è un battello fluviale di legno bianco e blu, ha una pancia larga e alti parapetti, tre piani, il sottocoperta. Al primo piano sono stese le amache, strette su due file, perpendicolari alla direzione del battello. Un arcobaleno di corde e intrecci: ogni amaca diversa dall’altra. Al secondo piano, a poppa il cucinino, i cessi ai lati. Al terzo piano, una tettoia che copre il bar, tavoli e sedie. Un ambulante vende succo di maracuja, il frutto della passione.

Il Battello parte puntuale, alle 17.00. Davanti a noi un ponte lunghissimo collega le due sponde. Manaus e dall’altro lato Novo Airao. Il romorio costante del battello ci accompagna e ci allontana dal porto, lentamente. Gli insetti iniziano ad avere dimensioni importanti. Solchiamo acque nere, lasciamo indietro nuvole addensate e scure, la luce ci stupisce. Poi il vento si fa robusto, il cielo diventa grigio, si chiude improvvisamente. Cirrocumuli e fiume hanno lo stesso colore, avvolgono tutto in una cappa plumbea. E l’acqua è in ogni dove, sotto ci accompagna, sopra cade fitta, il vento spinge tavoli e sedie verso poppa. La tempesta tropicale e il fragore dei tuoni. Aspettiamo che la pioggia finisca, sotto la tettoria del bar. Dopo circa un’ora ritorna il caldo umido e debilitante. Vicino al parapetto soffia un po’ di vento, rinfresca.

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Beviamo birra, calda, nel bar del battello, sotto la tettoia. Un grappolo di schiaffi collettivi, su spalle e braccia, Pium e zanzare ci funestano. Scendiamo giù e al secondo piano un russio incessante spinge al sonno. “Quanto tedio c’è nella parola avventura!

 

«Chegada! Chegada!» No, la ragazza che ci ha svegliato in realtà si è sbagliata, nessun arrivo. È solo l’ora della colazione, del cafè della manana. Caffè zuccherato, con latte, cioccolato, pane, uovo, margarina, patate e tapioca.

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L’Acqua del Rio stamattina sembra meno scura, ma forse è solo un gioco di luce. La vegetazione in questo fiume ha tempo di marcire e rilascia acidi che uccidono larve di zanzara. C’è poca malaria e dengue qui. Il fiume è larghissimo, increspato. Ai lati si stende una vegetazione fitta, spuntano isolotti qua e là. Sentiamo un tonfo sordo. Forse abbiamo preso un ramo. Lungo il fiume Jauaperi, affluente del Rio Negro, un labirinto di arbusti e alberelli affiora dalle acque. Tantissime farfalle svolazzano sul ciglio del fiume. Il doppio luminoso e liquido nel manto acquoso moltiplica le fronde, confonde gli alberi.

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Il Rio Jauaperi ha visto scorrere il sangue. Per secoli le sponde del fiume sono state contese da indigeni e caboclos. Fucili contro armi bianche. Malaria contro peste. Si sono combattuti a furia di ferro e malattie. Da un lato del fiume vivono i waimiri atroari, dall’altro lato, dove ci dirigiamo noi, si stende il villaggio Xixuau. Oggi condividono stessi nemici e battaglie simili, fra loro non scorre più sangue. Solo qualche legno desolato e marcio ogni tanto attraversa il fiume.

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La Scultura di legno ci accoglie, all’ingresso del villaggio. Quasi bidimensionale, forse rappresenta una india. Probabilmente è stata intagliata dai waimiri atroari, i vicini indigeni dello Xixuau. Ghedi l’ha trovata che galleggiava nel fiume. Ghedi è stato il primo del villaggio a entrare all’Università. Ha frequentato le scuole a Novo Airao. Vuole diventare ingegnere e ritornare a lavorare per la comunità. La famiglia viene da San Pedro, a circa quaranta chilometri da qui, sempre sulle sponde del fiume. Ghedi ha sei fratelli e ventisei anni. A tredici un cancro gli ha deturpato il volto. All’ospedale di San Paolo gli hanno asportato parte del tumore. Era benigno. I medici gli hanno detto che togliendo tutto il gonfiore c’era il rischio che perdesse un occhio. Ha deciso di tenerselo. Tanto è solo un fatto estetico. Ghedi ricorda ancora che il caffè, nell’aeroporto di San Paolo, costava tantissimo.

 

La nostra Maloca è una capanna di legno, una palafitta circolare a cui si accede attraverso alcuni gradini ricavati da un solido tronco d’albero. Il tetto ha un’intelaiatura a ombrello di castagno, con una copertura di foglie di palma intrecciate. C’è un porticato di tronchi d’albero attorno alla piattaforma della veranda. L’impiantito è formato da assi di legno perfettamente tagliate; attraversando una passarella si arriva ai bagni. Nel villaggio ci sono diverse maloche, mentre attorno si stende la Foresta primaria, vergine. Siamo in una preistoria senza tempo, vitale, in penombra.

Mangiamo. Succo di frutta, fagioli, riso, tortino di uova e patate, farofa (di manioca) e un pesce, tucunaré. La preistoria mette fame.

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Igàpo, la Foresta sommersa, un territorio soggetto a inondazione, una costellazione di isole dai confini mutevoli, tra braccia di fiume e acquitrini. Dopo la siesta in amaca, Ghedi ci guida in canoa, dentro l’igàpo. Ghedi è a prua, seduto in punta, piedi incrociati, dritto sul busto, in mano un piccolo remo di legno, manico basso, impugnatura, pala a forma di foglia. Sferra due colpi a destra per virare a sinistra, due colpi a sinistra per virare a destra. Mantiene la rotta. Percorriamo il Jauaperi. La vegetazione è a strati fitti e verticali. Felci, arbusti, chiome basse. Un groviglio di rami e foglie che cadono e marciscono in acqua. Ghedi spezza i rami per segnare la via. Qui si orientano coi rami e con le forme della Foresta. Non si vede niente. Gli alberi aruba immersi nell’acqua, nascondono le bestie. I frutti sono grosse uova, lunghe e marroni, le tartarughe ne sono ghiotte.

GIANCARLO LUPO

 

N.d.R. – L’autore delle foto, Riccardo Scibetta, ha usato una vecchia macchina Polaroid e ha volutamente esposto le foto alla luce dell’Amazzonia giocando anche sull’invecchiamento del tempo..