CRESCERE NEL NUOVO MILLENNIO: UN PERCORSO ACCIDENTATO (seconda parte)

di SIMONETTA BISI ♦

Da un punto di vista culturale, sono scomparse le specificità dell’adolescenza: quelle che da sempre sono state le rivendicazioni giovanili – libertà sessuale, diritto alla parola, forme espressive – fanno ormai parte del patrimonio di tutte le generazioni. Perfino l’esigenza di esprimere se stessi con l’uso di materiali diversi come l’abbigliamento, la musica o altri elementi dell’esteriorità, presi a simbolo di un particolare tipo di vita, è oggi vanificata dalle leggi del mercato e dal giovanilismo degli adulti. Oggi c’è in atto l’appropriazione da parte del mercato di ogni tentativo dei giovani di esprimere se stessi attraverso le cose: mode, tendenze e novità vengono immediatamente rubate ai giovani e ai loro estri, riprodotte in serie, messe sul mercato e defraudate anche di quel contenuto di senso che le avevano innescate. Novità nate come trasgressioni diventano comportamenti di massa: pantaloni a vita bassa, piercing, slogan, acronimi, sms, chat… .  Pratiche come quella dei tatuaggi, dalla crescente diffusione, non hanno più nessuno degli scopi originari: ne fanno largo uso giovani di entrambi i sessi, e spesso anche i genitori. Il sospetto che anche qui il mercato si sia immediatamente dato da fare per mettere in moto quel circolo poco virtuoso domanda-offerta- domanda, è d’obbligo. Insomma: questa pratica che voleva, almeno nelle intenzioni, esprimere un modo per recuperare la propria unicità nella massa, una via per riappropriarsi del corpo, delle sue sensazioni, dei suoi confini, e una forma di ribellione, di protesta nei confronti delle moderne società industrializzate, ha finito per trasformarsi in un’altra moda, in un altro consumo.

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Anche il linguaggio ha subìto un cambiamento: si è rinnovato. Possiamo parlare di un nuovo linguaggio che si è esteso tra i giovani, e non solo tra i giovani. La caratteristica di questo nuovo linguaggio è che sembra essersi “ristretto”, zeppo di acronimi, sigle e slogan, ma soprattutto infarcito di fatuità, svenevolezze e parolacce. Prestiamo orecchio alle parole più ricorrenti, quelle inflazionate, che sentiamo nelle conversazioni di giovani e meno giovani (l’uso in pubblico dei telefoni cellulari fornisce una ampia base conoscitiva). Sembra di trovarsi nella valle dell’Eden: tutti vengono apostrofati con termini amorosi, con vezzeggiativi ed espressioni di affetto. “Amore (o Amò)”, “tesoro”, “bello”, “bella” sono normali modi di comunicare. E le scritte sui muri delle strade, sui marciapiedi, sui pilastri dei ponti sono pieni di frasi tipo “gattina ti amo”.  E se si chiede: come stai? “Alla grande!”, risponde chi vuole sottolineare le sue performance di successo. A questo linguaggio inflazionato, però, fa riscontro una inflazionata sfilza di epiteti, dai più corrivi ai più fantasiosi, dei quali è inutile qui fare un elenco, ma che sempre esprimono aggressività, rabbia repressa, aggressività. E questo linguaggio non è solo dei giovani, ma anche degli adulti di qualunque ordine e grado, e della televisione commerciale, sempre in linea coi tempi.

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Banalità nelle espressioni amabili, e anche in quelle volgari. Ma sono queste ultime, le volgarità, ad esprimere con maggiore vigore la presenza di un malumore di fondo: ogni occasione diventa motivo di uno sfogo esagerato della propria aggressività, con una assurda divaricazione tra i sentimenti e la loro espressione.

Il percorso verso la vita adulta e responsabile è sempre stato un percorso difficile. Tuttavia, è proprio questo percorso, la fatica delle operazioni esistenziali necessarie per uscire dalla individualità del soggetto, che costituisce l’elemento irrinunciabile per la conquista di una piena consapevolezza della propria appartenenza a una totalità. Senza la fatica di questo percorso l’esito può rivelarsi, come accade, del tutto illusorio.  La formazione di un io individuale, di un io “persona”, che non sia il mero riflesso di altre appartenenze, passa, oggi, attraverso un percorso di costruzione dell’identità più accidentato, più difficile, più ansiogeno, nella ricerca affannosa di una personale definizione.

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Come rispondono i giovani alle turbolenze degli animi, come cercano di fare fronte ad una società che confonde perfino le generazioni, come affrontano le incertezze di un percorso di crescita non lineare, in una società confusa, che viene percepita come sempre più anomica (priva di regole), a-morale (indifferente alle scelte etiche), quando non immorale (cioè corrotta)?

Se una parte della gioventù reagisce con scelte di campo a volte estreme, un’altra parte, la più consistente, si accontenta di quello che ha, si culla in una prolungata adolescenza, si allontana dalla realtà, e sceglie come soluzione il differire, il protrarre quasi indefinitamente il compito faticoso e destabilizzante di scegliere chi essere e come presentarsi.  Il gruppo di amici rappresenta il rifugio sicuro perché non c’è confronto ma condivisione, perché si è simili nel gusto e nelle idee, e il ritrovarsi nei soliti luoghi e per i soliti divertimenti dà un appiglio, offre una nota di certezza. I ragazzi del muretto, i tifosi di una stessa squadra, le discoteche alla moda, sempre con le stesse persone…. Sono tutti segni della tendenza a chiudersi, a cercare sicurezza nell’alveo di chi si riconosce come simile. Michele Serra nel suo libro Gli sdraiati (Feltrinelli 2017) ritrae i nostri giovani che dormono quando il resto del mondo è sveglio, e vegliano quando il resto del mondo sta dormendo. Sono gli sdraiati. I figli adolescenti, i figli già ragazzi. Serra racconta l’estraneità, i conflitti, le occasioni perdute, il montare del senso di colpa, il formicolare di un’ostilità che nessuna saggezza riesce a placare. Quando è successo? Come è successo? Dove ci siamo persi?

Ed ecco si riaffaccia prepotente sulla scena un incubo che pensavamo di avere lasciato alle spalle, pensavamo di avere sconfitto la protagonista degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso che tante morti provocò tra i giovani: la droga.

Non solo alcol, cannabis, tabacco ed energy drink, le sostanze più consumate dagli italiani, (Global Drug Survey 2017), anche l’eroina, oramai in vendita a cinque euro, insieme alle nuove droghe in forma di pasticche colorate stanno catturando molti adolescenti. Scivolare nell’abisso della dipendenza diventa facile, perché la droga a basso costo – sufficiente la paghetta per comprarla – viene offerta da un mercato feroce che punta perfino ai bambini. Lo sballo, sballarsi, è la parola d’ordine, quasi fosse l’unica via per scrollarsi dall’abulia, per provare sensazioni. I dati statistici sono allarmanti anche perché in progressiva crescita. I numeri parlano chiaro: 800mila studenti tra i 15 e i 19 anni hanno assunto almeno una sostanza psicoattiva illegale, 50mila ammettono di avere assunto sostanze sconosciute (dati 2016, Repubblica 21-5-18, pp.10-11).

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Si riempiono di nuovo le comunità di recupero, cresce l’allarme, genitori disperati denunciano i figli pur di farli curare. E alla dipendenza da Internet si aggiungono queste nuove dipendenze che non appartengono solo alla fasce marginali della popolazione, anche ai figli delle classe media o agiata.

Dobbiamo notare che, a differenza del passato, questi comportamenti trasgressivi non sono guidati o supportati da ribellione verso regole sociali o familiari non condivise. La trasgressività non rappresenta un attacco al potere degli adulti. Semmai, si tratta di un’espressione privata all’insegna della ricerca del piacere e del divertimento, che non intende mettere in discussione lo stato delle cose, e spesso confinata nell’area ludica del week-end.  Una scelta che appare come una risposta a un diffuso sentimento di noia, e di inadeguatezza

Consumo di droghe, abuso di alcol, sfida alla morte in folli corse in macchina o in moto, diventano così un modo di definirsi nel mondo per molti giovani già, più o meno consciamente, alle prese con la dimensione del “non senso”, generato e alimentato dalla routine quotidiana e da una normalità di facciata.

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Questi giovani, i nostri giovani, sono alla ricerca di “qualcosa” che consenta loro di assaporare sensazioni diverse.

La mancanza di qualcosa di definitivo nel centro dell’anima – scriveva George Simmel- spinge a cercare una soddisfazione momentanea in sempre nuovi stimoli, emozioni, attività esterne(D. Frisby Frammenti di modernità, Il Mulino, 1992).  E quello che ai giovani viene offerto risponde a queste caratteristiche: palestra e discoteca, stadi e concerti, luoghi esterni, luoghi per provare emozioni. La ritualizzazione del tempo liberato (il fine settimana, la vacanza) è caratterizzata da un’ampia gamma di azioni, a volte anche fortemente a rischio ma vissute come momenti circoscritti che non mettono in discussione, ma anzi rinforzano, la quotidianità.

Così, pur di ritardare il momento dell’uscita dall’adolescenza, si scoprono e si attuano vie di fuga facili e immediate, con il rischio di muovere ulteriori passi verso la sconfitta della costruzione di una identità reale e non virtuale.

Emblematico, allora, come diversi autori abbiano condiviso la preoccupazione per il pericolo presente in questo nuovo quadro sociale e familiare, ‘perfetto ed immaturo’, che toglie ogni spirito critico creando la massa. I nuovi adolescenti sono figli di quel materialismo pratico che ha come estrema conseguenza la sostanziale abulia di fronte alla saturazione anticipata di tutte le esigenze materiali. E la società crea l’abulia saturando questi giovani di beni, creando l’industria del divertimento rischioso e stimolante per ‘abulici’.

Ciò che caratterizza l’inquietudine, o meglio: il particolare tipo di inquietudine dei nostri giovani, è esattamente la perdita del tradizionale ancoraggio valoriale e l’estrema difficoltà di trovare elementi vicarianti in grado di riequilibrare la situazione. Sembra di trovarsi in una terra di nessuno, dove ciò che è stato non è più o non vale più, ma poco o nulla sembra farsi avanti per compensare e sostituire ciò che si è perso.

Si delinea una situazione magmatica, dove l’equilibrio fra permanenza e probabilità di cambiamento, si fa sempre più instabile.  In questo mondo in perenne movimento, infatti, la realtà è mutevole, e va ridisegnata e interpretata di continuo, così come devono essere di continuo reinterpretati i progetti di intervento in grado di rispondere a un intreccio variabile di realtà mescolate tra loro.

Famiglia e società sono intrecciate, ma oggi questa reciprocità può rivelarsi una stretta mortale. Il rischio di implosione esiste. Così si barcolla, e si annaspa, alla ricerca di un nuovo assetto, una ricerca che impietosamente dovrebbe escludere tutti i rimedi tradizionali, oramai ridotti a mera propaganda, a chiacchiera, a ripetizione di ciò che è obsoleto. Tutti i possibili correttivi e tutti i parziali accomodamenti sono ormai trascorsi, e la sola, unica via d’uscita sembra assumere i contorni estremi di una scommessa, di una sfida. E questa sfida, credo, si può riassumere così: capacità di mettersi in gioco e di trasformarsi. Non un generico cambiamento, come quello predicato dalla retorica politica del momento, e nemmeno un banale tributo alla buona volontà, peraltro sempre encomiabile, del singolo, Serve una mutazione collettiva, secondo le leggi di una nuova, trasfigurante e condivisa moralità. Un compito arduo, ma che dovrebbe comunque costituire un punto di riferimento ideale, un faro che illumini, e aiuti, anche e soprattutto, a livello di coppia e di famiglia, a riscoprire il senso, davvero smarrito, dell’etica, e della responsabilità.

SIMONETTA BISI