POPULISMO E POPULISTI (XI)

di NICOLA R. PORRO 

L’inganno populista. A proposito di anziani, di welfare e di migranti

Ho sostenuto in precedenti articoli che il populismo è in gran parte l’esito di una condizione anomica della società: perdita di riferimenti ai valori, spaesamento culturale, declino della solidarietà. A sua volta, la demagogia politica enfatizza il malessere sociale per lucrarne un profitto elettorale, come nel caso dell’Italia, che sperimenterà il primo governo di ispirazione populista insediatosi in un Paese fiondatore della UE. Lo compongono due forze. Una, insediata storicamente nel Nord, solletica l’egoismo sociale del ceto medio anche cavalcandone le paure xenofobe. L’altra, sostenuta dal consenso del proletariato povero del Sud e dalla disperazione dei giovani senza lavoro, alimenta una rappresentazione a tinte apocalittiche del sistema politico e della stessa vita sociale, promettendo una palingenesi (nella formula passepartout del cambiamento) affidata a politiche di improbabile attuazione. Il risentimento anti-europeo, la retorica antisistema e la rincorsa a promesse mirabolanti e finanziariamente insostenibili rappresentano il collante di un’intesa inedita e preoccupante per i suoi riflessi interni e internazionali.

I populismi sono dunque riducibili a un puro fenomeno di comunicazione ingannevole? No, la tecnica propagandistica che unisce anche qui le diverse varianti del populismo è rappresentata piuttosto dalla manipolazione strumentale di dati reali, che segnalano un altrettanto reale disagio. Il trucco consiste nell’isolare singoli aspetti di un problema particolarmente avvertito (es. la disoccupazione, i flussi migratori, le carenze dei servizi, le politiche previdenziali o gli oneri derivanti dagli obblighi UE), amplificarli e generalizzarli indebitamente individuando all’impronta il capro espiatorio ideale. Quello, cioè, che per la sua posizione istituzionale è più esposto alla responsabilità di decisioni impopolari, meno politicamente difendibile e/o meno dotato di un volume di fuoco mediatico capace di fronteggiare campagne solitamente affidate al circuito inafferrabile e facilmente inquinabile della rete. Una volta trasformata nel capro espiatorio di politiche previdenziali dolorose, ma imposte dallo sfacelo dei conti pubblici prodotto da altri, chi si preoccuperà più di difendere una seria studiosa e una persona perbene come Elsa Fornero dalle quotidiane intemerate di Salvini? Chi spiegherà a Giggino che il nostro debito pubblico si è formato negli anni Ottanta e Novanta con le politiche di svalutazione competitiva della lira da parte dei governi a guida Dc e Psi e non è un’invenzione di qualche Mario Monti, di Padoan e Gentiloni o di spietati euroburocrati?

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Forse la sola strategia di risposta alla tecnica di manipolazione propria dei due populismi consiste nel rivendicare il diritto-dovere dei disprezzati “esperti” di illustrare correttamente cifre credibili e avanzare spiegazioni non propagandistiche.

Qualche esempio concreto viene dal Rapporto Istat 2018 e da altre indagini pubblicate in queste settimane. Ci si riferisce alle aspettative di vita degli italiani, alle tendenze demografiche e al fabbisogno di lavoro straniero. Sono questioni esemplari perché suggeriscono riflessioni controcorrente e costringono a isolare problemi e priorità silenziati dalla grancassa populista.

L’Istat, con il conforto delle rilevazioni internazionali, assegna all’Italia il secondo posto nel mondo (ci precede di pochissimo il solo Giappone) per tasso di longevità e aspettative di vita alla nascita. Il 22% dei residenti ha almeno 65 anni, quasi il 7% supera gli 80 anni, la percentuale più alta d’Europa. Un Paese di ottantenni italiani avrebbe più o meno le dimensioni della Danimarca. In numeri assoluti abbiamo lo stesso numero di centenari dell’India, con una popolazione venti volte inferiore. Nessun Paese può vantare la percentuale di guarigione di pazienti oncologici certificata dall’Italia. Anche in base a queste rilevazioni l’Organizzazione mondiale della sanità ha classificato il nostro servizio nazionale al secondo posto nel mondo per efficacia sociale. Come conciliare questi dati, che descrivono un successo demografico unico al mondo, con le ricorrenti campagne dei populisti sulle carenze del servizio sanitario pubblico, le responsabilità dei saperi medici e i privilegi dei baroni della salute? Ma soprattutto, come non vedere che in questo sparare nel mucchio opera il più cinico e reazionario dei trucchi della vecchia politica? L’inganno populista consiste nel sostituire l’invettiva all’individuazione delle priorità e la demagogia alla selezione delle criticità. Si strombazza l’episodio di malasanità, non il fatto che, anche grazie ai vaccini, sia scomparsa la mortalità infantile.

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 Proviamo allora a rileggere correttamente i dati. Scopriremo che nell’Italia del terzo millennio crescono i vecchi, ma insieme diminuisce la popolazione. Ogni 1000 giovani di età inferiore ai 25 anni vivono in Italia 1687 anziani di età superiore ai 65. La classica piramide dell’età si deforma vistosamente, quasi rovesciandosi. Si osservino, in proposito, le trasformazioni indotte dal prolungamento della vita in tre contesti temporali (1957, 2017 e stima 2057), secondo le elaborazioni di Progetica su dati Human Mortality Database e Istat.

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Per il terzo anno consecutivo perdiamo circa 100mila persone rispetto all’anno precedente. Al 1° gennaio 2018 la popolazione totale ammontava a 60,5 milioni. I cittadini di altra nazionalità erano 5,6 milioni, pari all’8,4% del totale: una percentuale assai inferiore al valore medio di quasi tutti gli altri grandi Paesi europei. I problemi davvero preoccupanti non riguardano perciò i flussi migratori, da due anni in costante diminuzione, bensì la bassa natalità, la fragilità dei bisognosi di assistenza e la solitudine degli anziani. Facendo sempre meno figli, siamo molto al di sotto del tasso di sostituzione naturale della popolazione, con effetti perversi che stanno già manifestandosi su sistema pensionistico, distribuzione del lavoro e costi previdenziali. Criticità destinate a esplodere drammaticamente nei prossimi decenni quando avremo cittadini sempre più anziani e sempre meno lavoratori occupati in grado di sostenere le politiche di Welfare e di pagare le pensioni di genitori e nonni. Ben il 17,2% dei residenti lamenta già oggi carenze di sostegno sociale e gli anziani soli dichiarano di trascorrere non meno di dieci ore al giorno senza alcuna interazione con altre persone. È la faccia nascosta di quel fenomeno di anomia diffusa di cui ci si è già occupati. Lo choc demografico che interessa l’Italia è eloquentemente illustrato dalla tabella 1. Si noti come nel 2065 mancheranno all’appello 7.100.00 italiani rispetto al 2015, con una decrescita concentrata nelle classi di età produttive. 8.3 mln in meno fra i 20 e i 54 anni, 900.000 in meno fra i 55 e i 64 e ben 4mln e mezzo in più fra gli ultrasessantacinquenni.

Tabella 1 Trasformazioni della popolazione italiana
Classi di età 2015 2040 2065
Valore ass. mln % Valore ass. mln % Valore ass. mln %
0-19 anni 11.2 18.5 9.4 16.0 8.8 16.4
20-54 anni 28.6 47.2 22.7 38.4 20.3 37.6
55-65 anni 7.8 12.6 7.9 13.4 6.9 12.9
65 anni e oltre 13.2 21.7 19.1 32.3 17.8 33.1
Popolazione totale (mln) 60.8 59.2 53.7
Fonte: Ragioneria generale dello Stato 2018

Un’analisi onesta e contestuale delle dinamiche migratorie può fornire indicazioni preziose per politiche sociali che incidano nel panorama inquietante descritto dalla demografia. In Italia, come è già avvenuto in tutti i Paesi sviluppati, l’immigrazione rappresenta infatti una sfida che può tradursi in una risorsa. Un Paese che per un secolo ha riempito mezzo mondo di emigrati e che si è trasformato in tre decenni in una terra che attrae immigrati – seppure in misura inferiore agli altri partner internazionali – e che invecchia velocemente, è di fronte a un bivio. Può imboccare la strada suggerita dai populisti: respingimenti, rimpatri, qualche bella raffica di mitragliatrice contro gommoni stipati di poveri cristi. Se la scellerata operazione riuscisse – ed è materialmente impossibile – dovremmo poi reperire risorse ingentissime e crescenti di anno in anno per mantenere una società sempre meno produttiva e imponenti apparati militari “di sicurezza”. L’alternativa virtuosa punta invece a trasformare in opportunità il combinato disposto di invecchiamento della popolazione e apporto demografico di una popolazione immigrata anagraficamente più giovane e più prolifica (per qualche anno ancora) della nostra. È possibile trovare risposte civili al diffondersi di anomia, solitudine e rancore sociale valorizzando opportunità anziché fomentare vittimismo, rabbia e risentimento. Muovendo, ancora una volta, dall’esame obiettivo delle informazioni e non dai veleni della propaganda. Assai eloquente, in proposito, è il dato che sintetizza l’indice di dipendenza degli italiani, calcolato nel rapporto fra ultrasessantacinquenni e popolazione attiva (15-64 anni). La figura 2 illustra chiaramente come, senza l’apporto dei lavoratori stranieri, il nostro indice di dipendenza, il più elevato in area UE, sia alla lunga socialmente insostenibile.

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 La questione migratoria costituisce insomma un esemplare terreno di sperimentazione per politiche lungimiranti, che muovano in direzione diametralmente opposta rispetto a quella indicata dalla propaganda populista. Il caso italiano è stato tecnicamente classificato dall’Onu come un esempio di replacement migration. Vuol dire che l’immigrazione costituisce allo stato la sola risorsa capace di “rimpiazzare” i buchi demografici generati dal crollo della natalità. Il fenomeno si era delineato già fra gli anni Ottanta e Novanta quando le due dinamiche – calo delle nascite e crescita dell’immigrazione – avevano cominciato a modificare la composizione demografica del Paese. Solo questo silenzioso processo di “sostituzione” ha permesso di far fronte alle esigenze delle imprese, soprattutto nelle attività più faticose e rischiose, disertate dalla manodopera italiana. Innescando la prima fase della catena migratoria, ciò ha anche concorso a limitare e procrastinare nel tempo gli effetti perversi delle culle vuote. L’immigrazione, insomma, ha già da venti anni ridotto, senza che i populisti se ne accorgessero, l’impatto dell’invecchiamento generalizzato della popolazione e costretto a varare anche da noi misure legislative orientate all’integrazione (non parliamo ancora di inclusione!). È d’altronde incontestabile, se i capibastone populisti intenti a scrivere la Storia trovassero il tempo per leggere la cronaca, che i Paesi che hanno resistito meglio dell’Italia allo tsunami finanziario, iniziato nel 2008 e protrattosi per tutto il successivo decennio, siano stati quelli più investiti dai processi migratori. Essi hanno saputo sfruttare al positivo una dinamica pull-push: spinta alla fuga da Paesi politicamente instabili, teatri di guerra o e/o economicamente allo stremo, da un lato, e crescente domanda di nuovi impieghi lavorativi nei Paesi sviluppati, dall’altro. I demografi e i sociologi delle popolazioni sanno bene che i flussi migratori accelerano i mutamenti demografici e innescano domande sociali inedite, che spesso generano opportunità per i residenti e non solo per i migranti. Superfluo aggiungere che se il processo non è governato, è trascurato o combattuto aprioristicamente per impulso di ideologie xenofobe o per effetto di pratiche discriminatorie, l’innovazione non si produce. Nessun governo populista può risolvere problemi di questa portata dando attuazione alle proposte con cui ha rastrellato voti. Le opportunità vengono così sicuramente sprecate.

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C’è un altro aspetto cruciale della questione. Rinvia al tema dell’invecchiamento, dell’assistenza ai soggetti vulnerabili e della solitudine. La domanda di lavoro che più è cresciuta nell’Italia degli ultimi venti anni riguarda i servizi di cura alle persone anziane o non autosufficienti. Le politiche di welfare meno efficaci, perché dispendiose e di complicata gestione amministrativa, sono state quelle di sostegno alle famiglie. Si è così creato un circolo vizioso: più anziani bisognosi di assistenza (e di compagnia) e famiglie sempre più piccole a farsene carico. Una situazione che ha per di più creato un conflitto fra la sacrosanta aspirazione delle donne a lavorare, anche per aiutare i redditi famigliari falcidiati dalla crisi, e pratiche di cura. Molte famiglie non agiate, del resto, sono sostenute dalle pensioni dei più anziani. Siamo insomma in presenza di pratiche di welfare sostitutivo che intrecciano problematiche diverse ma interconnesse: politiche occupazionali, carenze dell’assistenza pubblica, rivendicazioni di genere. La domanda in continua espansione di colf e badanti stabili, nonché di nannies e baby-sitter, ha rappresentato il maggior volano occupazionale del decennio. Si è così assistito a profonde trasformazioni della vita famigliare, che hanno avuto per protagonisti principali lavoratori immigrati delle più diverse provenienze. Una rivoluzione del privato densa di rilevantissime implicazioni sociali, ma anche psicologiche, culturali e antropologiche.

Il fenomeno non è recentissimo, se è vero che già a metà degli anni Novanta l’Inps censiva centomila lavoratori domestici extracomunitari. Dato sottostimato per l’estensione di un mercato sotterraneo del lavoro di cura e che la regolarizzazione del 2012 ha vistosamente modificato. Il numero complessivo di lavoratori domestici superò all’epoca il milione di unità per attestarsi nel 2016 a circa 870mila, di cui l’88% donne e il 75% stranieri, con provenienze soprattutto da Romania (21%), Ucraina (9%), Filippine (7%) e Moldavia (6%). Le lavoratrici italiane sono cresciute di numero negli anni della crisi, occupando le posizioni lavorative più stabili e meglio retribuite.

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Le prime ricerche sistematiche sulla rivoluzione domestica prodotta dal fenomeno mostrano come l’interazione quotidiana fra lavoratori immigrati e persone bisognose di cura – nella maggior parte dei casi anziani a rischio solitudine – produca con relativa rapidità il superamento di pregiudizi e paure. Le distanze culturali si accorciano e l’integrazione nella cultura, nei costumi e nelle forme della socialità è nella stragrande maggioranza dei casi realizzata con successo e in tempi brevi. È la conferma della teoria del contatto, avanzata a metà degli anni Cinquanta dallo psicologo sociale Gordon Allport che aveva indagato nel caso americano gli effetti sulla vita quotidiana dell’interazione fra cittadini statunitensi e lavoratori immigrati. I suoi studi dimostravano come contatti intensi e frequenti – come nell’esperienza relazionale domestica – migliorassero i legami fra comunità a più ampio raggio e concorressero ad abbattere stereotipi, pregiudizi e sospetti reciproci. Ciò richiede però che si realizzino quattro condizioni, che interpellano direttamente la politica e il funzionamento del sistema sociale: (1) autorità non ostili all’integrazione e norme legali e sociali che la favoriscano; (2) relazioni cooperative fra le parti coinvolte (istituzioni, famiglie, lavoratori immigrati); (3) esistenza di obiettivi condivisi fra migranti e “locali” (per esempio in materia di tutele e diritti, di pratiche formative, di valorizzazione della cultura civica); (4) eguaglianza di status nei rapporti.

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 Ha osservato in proposito Francesco Billari (“L’aiuto alla metamorfosi demografica”, Il Sole 24ore del 1° maggio 2018) che il caso italiano risponde in buona misura al modello di Allport. Le prime tre condizioni sono state in buona parte raggiunte. Vuoi per convinzione vuoi per necessità, la produzione legislativa e normativa italiana ha facilitato la regolarizzazione del fenomeno. Sindacati e reti di volontariato hanno sviluppato e perfezionato strumenti a tutela dei diritti dei migranti e sostenuto le buone pratiche di “secondo welfare”. Rari e sporadici sono risultati i casi di conflitto culturale fra migranti impiegati nelle famiglie e loro assistiti. Meno positivo il bilancio sul riconoscimento dello status fra lavoratrici domestiche e famiglie datrici di lavoro. La questione è spinosa, da noi come altrove, perché implica un cambiamento culturale in relazione al principio di professionalità che siamo abituati a riconoscere nelle istituzioni e meno adusi a sperimentare nella sfera privata e famigliare.

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L’esempio del lavoro domestico non è ovviamente generalizzabile ed estensibile a situazioni occupazionali molto diverse, ma può nondimeno stimolare riflessioni utili.

Nel suo rappresentare un’attività di riconosciuta utilità sociale merita di essere oggetto di un’attenzione politica che ribalti la visione dei populismi. Rintracciare le potenzialità offerte dall’integrazione e dalla cooperazione significa esplorare risorse preziose per comunità minacciate da patologie sociali drammatiche: la solitudine che genera anomia, l’insufficienza delle politiche pubbliche, le difficoltà famigliari acuite dalla crisi dell’ultimo decennio. Invece di “aiutarli a casa loro” proviamo a immaginare come utilizzare al meglio l’opportunità che ci aiutino a casa nostra. Come fortunatamente già fanno.

NICOLA R. PORRO