Qualcuno smise di volare sul nido del cuculo

di ENRICO IENGO ♦

13 Maggio del 1978, quattro giorni dopo l’uccisione di Moro, 43 giorni dopo l’inizio del governo Andreotti di solidarietà nazionale che sanciva la collaborazione fra il PCI e la DC, 9 giorni prima dell’approvazione della legge 194, sette mesi prima della legge n.833 che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale, dieci anni dopo il Maggio francese: in questo contesto storico venne alla luce la legge 180, detta anche legge Basaglia dal nome del suo ispiratore più famoso. Secondo Norberto Bobbio fu l’unica vera riforma del dopo guerra, perché coglieva il senso della restituzione del diritto.

La legge Basaglia, prima in Europa, impose la chiusura dei manicomi. Sostituiva una legge del 1904, in base alla quale qualsiasi alienazione mentale, qualsiasi sospetto di pericolosità sociale e di possibilità di scandalo consentiva al medico con un semplice certificato e con carattere d’urgenza di disporre il ricovero in manicomio. La dimissione spettava solo al direttore dell’Ospedale psichiatrico; avverso la sua decisione si poteva fare reclamo al giudice, chiedendo una perizia. Al direttore era concessa la piena autorità e il diritto di decidere se il malato poteva comunicare con parenti o amici.

Fu quindi una rottura col passato di natura epocale ed il suo significato trascendeva il mero problema della cura psichiatrica, assurgendo a simbolo di un nuovo concetto di società, aperta, contro qualsiasi steccato o muro, in nome di valori quali solidarietà, comunità, accettazione del diverso.

Al tempo ero appena laureato. Frequentavo il reparto ed il giudizio dei miei professori era univoco: si trattava di una pessima legge, dettata da una ideologia cieca e distruttiva, che avrebbe provocato danni irreparabili al malato psichiatrico, alla famiglia e alla società.

Probabilmente nelle preoccupazioni dei miei professori c’era il pericolo di perdere autorità e  potere sul malato (ricordiamoci che al tempo la psichiatria era una specializzazione quasi esclusivamente privata), ma credo fossero anche preoccupati per una legge rivoluzionaria, che ai loro occhi cambiava il rapporto medico-paziente, minava le loro sicurezze e li costringeva a muoversi in un mondo inesplorato.

Gli anni seguenti furono effettivamente difficili, soprattutto perché i servizi territoriali, che dovevano essere il vero e quasi esclusivo strumento per consentire al malato un graduale reinserimento nella società, stentavano a crescere.

Non furono pochi i casi di familiari dei malati che protestavano, preoccupati per le schiaccianti responsabilità che la legge involontariamente aveva caricato su loro, unendosi alle critiche della vecchia Psichiatria ufficiale.

Ancora oggi molto c’è da fare. La rete dei servizi: CSM, centri diurni, centri residenziali sono insufficienti, con ampie sperequazioni nel territorio nazionale: si va da un minimo di 20,6 operatori ogni 100000 abitanti nel Molise ad un massimo di 109,3 operatori ogni 100000 abitanti in Valle d’Aosta. L’ideale sarebbe avere 66,6 operatori ogni 100000 abitanti. I fondi stanziati sono scarsi ed il rischio è che diminuiscano ulteriormente. Una delle conseguenze  è che la maggior parte dei pazienti non ha uno psicologo e viene curato solo con i farmaci.

Afferma Franco Rotelli, uno dei continuatori più importanti del pensiero di Basaglia:  “L’ultimo manicomio che ancora rimane in piedi è quello farmacologico”.

Effettivamente la domanda di salute mentale è sicuramente crescente (secondo l’OMS una persona su 4 ha problemi di salute mentale) in un contesto sociale in cui l’individuo è schiacciato dalla necessità di essere sempre all’altezza, laddove le norme della convivenza civile sono oggi fondate sulla responsabilità e sulla capacità di iniziativa ed il rischio è quello di sostituire la contenzione fatta di mura e sbarre con la scorciatoia farmacologica.

Ho iniziato sottolineando il contesto storico che produsse la legge Basaglia. La mia convinzione è che quella legge ebbe due padri: il primo fu l’articolo 32 della Costituzione: “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”.

Ironia della sorte fu proprio Aldo Moro, insieme a Calamandrei a collaborare alla stesura dell’articolo 32; morì pochi giorni prima di veder approvata quella legge che rappresentava, nello spirito informatore, la piena realizzazione di quell’articolo.

L’altro padre fu a mio parere il ‘68. Ho letto con interesse l’intervento di Roberto Fiorentini su quel periodo storico, con la premessa delle sue conseguenze positive e negative. E’ certamente vero che i primi movimenti dell’anti-psichiatria risalgono agli anni ‘50 e soprattutto ai primi anni ’60, ma fu il ’68, con le tematiche anti-istituzionali e anti autoritarie che si rifletterono in discipline come la pedagogia e la psichiatria, a rivelare lo squallore dei manicomi, degli orfanotrofi, dei collegi e lo squallore delle discipline che pretendevano di giustificarli e infine lo squallore dei loro sacerdoti. Si diffuse il concetto di liberazione da ogni forma di soggezione, tanto più grave quanto più introiettata. La critica serrata di tutti gli aspetti autoritari della società: famiglia, partiti, scuola, cultura, fabbrica, rapporto uomo-donna, non poteva risparmiare l’istituzione della Psichiatria che aveva ufficialmente nel suo ruolo quello di “sterilizzare” la diversità. Tutto ciò contribuì in modo determinante a creare una coscienza diffusa, una consapevolezza della necessità di abbattere quelle barriere che separavano uomini e donne da altri uomini e donne.

Jervis, un altro importante esponente di quel movimento che rivoluzionò il rapporto medico-paziente psichiatrico, nel suo “Manuale critico di Psichiatria” sosteneva: “La politica è entrata nella psichiatria e con buona pace dei difensori, ingenui o ipocriti, della sua purezza scientifica, è destinata a rimanerci”.

Anche il divorzio e la depenalizzazione dell’aborto furono grandi conquiste di civiltà, ma queste leggi furono approvate grazie alle battaglie di cittadini che, consapevoli dei loro diritti, potevano e volevano appropriarsi del loro futuro. Dietro le mura dei manicomi c’erano persone sole, senza difesa, senza possibilità di far valere i propri diritti; li liberò una grande Utopia.

Dieci anni dopo il ’68 in molti non volarono più sul nido del cuculo.

ENRICO IENGO