SULLE ORME DI SAM PECK – NEW ZEALAND (PARTE – 2)

di GIANCARLO LUPO 

Nuova Zelanda, Isola del Nord, Mordor, seconda parte

Suona la sveglia per le sei. Preparo il caffè moccano che trovo in dispensa: praticamente acqua sporca. L’autobus dell’agenzia arriva a prendermi, puntuale alle sette, mentre fuori è ancora buio.

Dormo lungo il tragitto che dura un’ora fino a Whakapapa, la base dell’agenzia di trekking.

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Una ragazza maori coi capelli lunghi e il bel sorriso, molto bella, di nome Leah, ci scansiona. Chiede che numero di scarpe porto, per darmi i ramponi da ghiaccio della misura giusta.

Su un altro bus Stu (Stewart Barclay), il boss sui cinquanta anni dalla faccia simpatica, chiede come stiamo fisicamente; se ci fosse qualche problema medico, lui e le guide dovrebbero saperlo prima di iniziare la marcia. Inoltre in alcuni punti ci può essere molta neve e ghiaccio e c’è da considerare anche il rischio valanghe. In ogni caso Stu assicura che sono attrezzati a fronteggiare ogni emergenza. Leah ci spiega intanto come indossare i paraneve alle gambe.

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Arriviamo al Whakapapa Visitor Centre al Ngauruhoe Place, l’ingresso del Tongariro alpine crossing, Northern Circuit.

La partenza è fissata per le 8 e 50, dobbiamo percorrere 19 km, per la maggior parte su una pista di neve. Stu ricorda di portare acqua e cibo con noi.

Inizia il cammino nel sottobosco, a circa 700 metri di altitudine, sotto una pioggerellina insistente. Una guida, Kibol, giovane americano in vacanza studio, ci mostra i tre vulcani più importanti: Tongariro, Naurohe e Ruapahu. Il Tongariro National Park infatti non è un unico vulcano, ma un complesso di crateri attivi in periodi differenti. Per esempio monte Doom, famoso vulcano di Mordor, dove alla fine i protagonisti del Signore degli Anelli butteranno l’anello, è il Ngauruhoe, al momento in piena attività vulcanica. L’ultima eruzione del cratere Te Maari, fumante a causa delle esalazioni sulfuree, è avvenuta il 6 agosto scorso. Ultimamente i picchi del Tongariro sono ritenuti tapu, sacri e inviolabili, dalla popolazione maori.

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Nella foresta pluviale vedo arbusti bassi, come cespugli di colore giallo, marrone e rosso, sullo sfondo è visibile il lago Rotoaira.

Mentre camminiamo Kibol racconta una delle tante leggende che riguardano il Tongariro: Ngatoroirangi, tohunga (sciamano) del popolo Arawa, provò a scalare le vette del Tongariro nel quattordicesimo secolo, alla ricerca di una nuova terra per la sua iwi (tribù). Arrivato quasi in cima però fu bloccato da una tempesta di neve e, non riuscendo a tornare indietro, invocò gli spiriti del fuoco, che trovarono la strada per aiutarlo, dando origine alle acque termali.

Tongariro

Il nome Tongariro significa “vento del sud” (tonga) “nasci di nuovo” (riro) e riprende la preghiera dello sciamano Ngatoroirangi. Sono presenti geyser, acque sulfuree e altre attività geotermali. Il paesaggio è meravigliosamente infernale. Fumi sulfurei salgono per l’aria, entrando nei polmoni con la classica puzza di merda.

Quanto usciamo dal bosco, con poca vegetazione a causa delle pozze fumicanti, inizia a vedersi la neve.

Per le undici arriviamo al Ketatahi hut, il primo rifugio che incontriamo a 1453 metri. C’è già la prima defezione del gruppo. Una ragazza non riesce più ad andare avanti e decide di aspettare dentro il rifugio il nostro ritorno dal trekking.

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Il paesaggio è bellissimo, quassù la giornata è tersa, il sole pallido e il cielo blu con tante nuvole che si confondono ai vapori del Te Maari.

Kibol mostra i danni causati dalla recente esplosione. Attorno tutto è recintato perché ancora studiano i fenomeni sismici verificati lo scorso agosto. Tutte le colline sono recenti e per questo motivo c’è poca vegetazione.

Mangiamo e dopo, mentre aspettiamo il secondo gruppo guidato da Stu e da Leah, Kibol ci fa provare i ramponi.

Quando arriva Stu, seguito da un gruppo di cinesi, spiega che noi dovremmo vedere il lago smeraldo e il lago blu, ma da qui non possiamo stabilire ancora cosa ci sia dall’altra parte perché le tempeste di neve sono imprevedibili.

Inizia il percorso alpino vero e proprio; il paesaggio diventa subito bianco, un colore così intenso, forse sarà anche colpa dei miei occhiali, mai visto prima. Mi perdo nella distesa di bianco senza contorni.

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Leah ha vissuto un po’ in Aussie e un po’ in Inghilterra, dice che le temperature qui variano da -3 a +3 gradi in questa stagione.

Intanto ci fermiamo in un punto in cui non è più facile vedere il sentiero perché immerso in almeno 60 cm di neve. Kibol spiega come usare la piccozza da ghiaccio. Di solito si cammina legandola al polso e poggiando la mano sull’impugnatura, tenendo la punta piccola verso l’esterno e la punta grande verso sé stessi. Se si dovesse cadere, Kibol mima il movimento, dobbiamo esser pronti a rigirar la punta piccola e rivolgerla sopra la spalla, per cadere a pancia in giù e tenere fermamente con l’altra mano il bastone. Leah aggiunge che stringere la piccozza con una mano sola, come si vede nei film, è il modo migliore per rompersi il braccio. So per certo che questo è uno dei movimenti semplici che non riuscirei a fare in caso di reale pericolo. Chiedo dunque a Kibol se capita spesso di cadere sul sentiero. Kibol risponde: solo se sei stupido, e aggiunge: “Io lo sono”. Racconta che il giorno prima è caduto per una decina di metri, è stato divertente perché su 60 centimetri di neve non puoi farti troppo male.

Kibol dice “Chur bro”, non capisco cosa voglia dire. È una espressione di slang neozelandese con due accezioni, una di stupore come a dire “che vista magnifica”, oppure chur bro può esser usato come un semplice saluto. Leah dice che esiste una serie a cartoni animati, Brotown, grazie a cui si può imparare lo slang neozelandese. Appena riprendiamo la salita verso il lago blu, Kibol dice: “cool beans” (in slang significa semplicemente cool, stupendo).

Il tempo peggiora repentinamente, inizia una tempesta, le palpebre si abbassano naturalmente per proteggere gli occhi dal bagliore glauco della neve.

Stu dice che per l’una e trenta, dobbiamo cominciare a tornare indietro, tra l’altro con questo tempo sarà difficile vedere il lago blu. Chi non se la sente può tornare indietro adesso. Stu e i quattro cinesi se ne vanno. Con Kibol, Leah e altri quattro del gruppo camminiamo ancora. Affondo un piede dopo l’altro nella neve soffice e immacolata, mentre sogno la Spa dell’ostello, un caffè caldo e l’hangi, la cucina tipica maori, che mi aspetta l’indomani: agnello, pollo e patate cucinate per più di quattro ore in un forno sottoterra.

Affondo la piccozza nella neve per puntellarmi, cambiando mano a seconda che il baratro sia a destra o a sinistra.

A circa 1600 metri, c’è il lago blu, ma non si vede niente, solo raffiche indistinte di vento che ghiacciano la faccia e spediscono la bianca neve contro. Usiamo i ramponi di ghiaccio per passeggiare sul lago, sento scricchioli vari, ma forse è il vento unito alla mia immaginazione.

Dopo aver scattato le foto di rito, riprendiamo la strada verso la valle e arriviamo al rifugio per le 2 e 30, dopo un’ora. Gambe e piedi sono a pezzi perché non è per niente facile camminare su neve fonda. Rischio di scivolare un paio di volte. I fiocchi caduti a terra si sollevano di nuovo e volteggiano azzerando la visibilità, l’umidità nell’aria si condensa.

Al rifugio mangio un paio di sandwich con uova, mortadella, sottiletta e salsa barbecue preparati la sera prima. Stu e gli altri vanno via prima, dispiaciuti della loro diserzione. Li rassicuriamo dicendo che non abbiamo visto granché.

Noi invece ci fermiamo una ventina di minuti per riprendere le forze, poi di nuovo discesa sotto la tormenta, in un paesaggio bianco e rarefatto. Le raffiche di vento, il bianco, il ghiaccio, rendono quasi impossibile parlare tra noi. Siamo concentrati solo sul nostro respiro e sul paesaggio attorno, mozzafiato.

Arriviamo alla foresta pluviale, di nuovo, per gli stessi sentieri di montagna attraverso ciuffi d’erba, rovi e alberi. Mancano ancora un bel po’ di kilometri però. Attraversiamo una foresta nativa dove ci sono i kanuka giganti, alberi di tè bianco che crescono in prossimità di fumarole.

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Leah ci indica una cascata lungo la via, deviando solo un pochino, dopo un bellissimo fiume sulfureo. Chiedo che nome abbia. Nessun nome mi dice.

Chiacchieriamo. Leah ama leggere, studia la cultura maori all’università, mi consiglia di cercare Witi Ihimaera, autore maori del Whale Rider.

A un certo punto Leah si ferma e indica le silver fern, la felce argentata sulle magliette degli All Blacks, la squadra di rugby neozelandese famosa per gli Haka, le danze rituali e i movimenti di sfida, come tirar fuori la lingua e strabuzzare gli occhi. Mi mostra il retro argenteo.

Mi racconta la storia del parco Tongariro, creato nel 1886, nato da accordo fra maori e bianchi per preservare i luoghi sacri. È il terzo al mondo dopo lo Yellowstone, negli Usa, e un altro in Canada sulle Montagne Rocciose. L’atto di coesistenza fra maori e bianchi era stato siglato con il trattato di Waitangi già nel 1840, tra i capi delle popolazioni maori della Nuova Zelanda e i rappresentanti della Gran Bretagna (la cui penetrazione nella Nuova Zelanda era iniziata nella seconda metà del 18° sec., dopo le esplorazioni di J. Cook, 1769-72). I maori, però, non hanno ceduto nessuna proprietà ai bianchi per costruire il parco, nel 1887 il capo maori Te Heuheu Tukino IV ha semplicemente concesso l’uso di quello che oggi è il parco all’Impero britannico a patto che vi venisse istituita un’area protetta. Si parla di uso e non di proprietà perché la proprietà non è di nessuno, terra e acqua nella cultura maori non si possono possedere. Leah fa notare che non ci sono angoli nella cultura maori, ma solo cerchi. Angoli e cerchi, secondo lei, studiosa di questi argomenti, sono in relazione ad agricoltura e nomadismo: gli angoli rappresentano i recinti, producono esclusione; i cerchi invece sono comprensivi, inclusivi, non riguardano la proprietà privata.

Fra una chiacchiera e l’altra arriviamo a destinazione alle 4:30.

Stu ci aspetta e ci dona una birra Tui (marca che riprende il nome di un uccello), la birra peggiore di kiwiland.

11 luglio 2013

A mo’ di post fazione:

Di ritorno dal viaggio, per curiosità, guardo Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, il primo capitolo di una nuova trilogia filmica. Ci sono i soliti nani (o diversamente alti) che devono arrivare da un punto x a un punto y, non capisco neppure per quale ragione. A un certo punto, mentre i nani si rifugiano sugli alberi per scampare agli orchi, Gandalf chiama le aquile, che fungono da autobus, salvando la compagnia e conducendola in un luogo sicuro. Penso che, se la compagnia dell’Anello avesse preso le aquile taxi subito, all’inizio della prima trilogia, avrei risparmiato il supplizio di vedere più di 10 ore del Signore degli Anelli.

GIANCARLO LUPO