LA FORMA DELL’ACQUA

a cura di PIERO PACCHIAROTTI 
ITFF grazie alla preziosa collaborazione con “Recensioni FILM”  presenta la recensione del film:      LA FORMA DELL’ACQUA

 

Written by MACHINEGUNB

Ho rimandato fino all’impossibile la visione di questo film che, confesso, non attirava minimamente la mia curiosità. L’avevo skippato a Venezia nonostante il successo ottenuto e l’idea era quella di lasciarlo “passare”, poi è arrivato l’Oscar e da qui la necessità di vederlo, ma sooolo perché ho qualche anima gentile che mi legge e non potevo non esprimere il mio giudizio. Allora, andiamo con ordine, parere impopolare, lo so, ma a me Guillermo Del Toro non piace proprio, lui e le sue favole dark, i suoi rami affusolati, le sue visioni fanciullesche, i suoi finti horror, non fa per me. La Forma dell’Acqua, ambientato a Baltimora nel 1963 in piena Guerra Fredda, è la storia di Elisa (Sally Hawkins), addetta alle pulizie in un laboratorio segreto, che si imbatte per caso in un pericoloso esperimento governativo: un essere anfibio sconosciuto e tenuto in cattività.

Pac 1

Elisa si sente molto vicina e molto simile a questa creatura e nasce tra loro un rapporto speciale e complice. Quando anch’io avevo letto solo queste scarse premesse pensavo, ma cos’ha di speciale questa storia? Nulla, una storia d’amore romantica e tenera come tante altre già raccontate nel filone bella/bestia; quello che colpisce e conquista, a mio avviso, è l’ambientazione, curata, particolare ed efficace, la casetta di Elisa, scura ed un po’ decadente, il vecchio cinema al piano di sotto, i diner, le torte colorate, le gelatine, le cadillac, tutti rimandi ad un’America anni ’60 riportati sullo schermo con estremo gusto e con un po’ di oscurità.

Pac 2

La nostra protagonista vive in un piccolo mondo fatto di abitudini, di rituali che, se assemblati, rappresentano la malinconica totalità di una vita destinata a ripetersi senza mai accadere. A molti non è sfuggita la similitudine narrativa con Il favoloso mondo di Amélie (2001, Jean-Pierre Jeunet) , il malinconico vuoto ultradecò dal sapore retrò (per dirla in rima) è sempre lo stesso, solo un po’ più scuro, un po’ più verde e un po’ più pericoloso.

Pac 3

Poi ci sono loro, i protagonisti: la bella, non troppo bella ma sensibile, altruista e sognatrice, la bestia vintage, omaggio a Creature from the Black Lagoon (1954, Jack Arnold), per chi non se lo ricorda

Pac 4

gli alleati ed amici di Elisa, Giles (Richard Jenkins) e Zelda (Octavia Spencer), sinceri, dolci e ciascuno con le sue solitudini e la sua storia da raccontare ed un villain perfetto, il col. Richard Strickland (Michael Shannon), più cattivo che mai. Questo film è carino, non annoia, diverte, emoziona e fa tutto intelligentemente, senza nessun errore. Ma in fondo cosa resta? Un bellissimo pacchetto che confeziona una dolce e toccante storia d’amore, una favoletta un po’ gotica, un bel souvenir di una vecchia America che ancora ci piace vedere. Vale la pena vederlo, andateci al cinema. Quello che ancora non comprendo sono i riconoscimenti ricevuti, eccessivi (Miglior Regia e Miglior Colonna Sonora i meno pertinenti), troppi per un fantasy che in fondo non ha nemmeno troppa fantasia poiché cita e ricita con garbo cose belle, ma già viste. Non fraintendetemi, amo il cinema della nostalgia e del rimando e non voglio demolire questo film, ma l’Oscar dovrebbe andare a quei film che esplorano visceralmente qualcosa o qualcuno, tanto da costringere lo spettatore a caderci dentro e a portarsi quell’universo anche fuori dalla sala e a non voler parlare d’altro per giorni, che si tratti di racconti del passato, del presente o del futuro, di realtà o di fantasia, quei film devono rappresentare il posto dove si finisce con la visione e dove si vuole pure rimanere. La Baltimora verdognola e decadente di Del Toro non è male, ma ho avuto la netta impressione di esserci già stata.

MACHINEGUNB