POPULISMO E POPULISTI (IV)

di NICOLA R. PORRO 

I populismi alla prova del voto

Poche volte un voto politico nazionale ha presentato un profilo territoriale più nitido di quello proposto dalle elezioni parlamentari del 4 marzo 2018. Il Centronord si affida a una coalizione di centrodestra a trazione leghista. Il Sud premia massicciamente il Movimento Cinquestelle. La sinistra storica si ritaglia uno spazio di sopravvivenza nella ridotta appenninica a cavallo fra Toscana ed Emilia. Lo spazio politico descritto dal voto è tripolare, senza che nessuno degli schieramenti possegga la forza parlamentare sufficiente a formare un governo.

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Fonte La Repubblica

Molto eloquente e di facile lettura è anche la dinamica dei flussi elettorali in entrata e in uscita per partiti e coalizioni, illustrati dalla solitamente attendibile Swg nelle tavole qui riportate. I dati si riferiscono alla comparazione fra le Europee del 2014 e il voto per la Camera dei Deputati del 2018.

Il quadro più allarmante riguarda il Partito democratico, che in soli quattro anni dimezza la percentuale di consensi. Appena la metà degli elettori delle Europee conferma il sostegno al partito, più di un elettore su sei si rifugia nel non voto, oltre un terzo cambia preferenza. Metà degli elettori Pd in fuga (il 34.2% dei votanti 2014) si indirizza al Movimento Cinquestelle, un quarto si orienta sui partiti di centrodestra e altrettanti scelgono una delle liste di centrosinistra, dividendosi a loro volta fra quanti optano per quella europeista della Bonino, interna alla coalizione, e quella di Liberi e Uguali, gemmata dalla recente scissione del Pd.

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Fonte Swg 

 L’altra perdente è sicuramente Forza Italia, che cede in percentuale un terzo dei consensi ottenuti quattro anni prima alle Europee. Meno della metà dei vecchi elettori conferma il proprio voto al  redivivo Berlusconi, uno su sette non vota e quasi due elettori su cinque scelgono altre liste. Fra queste, Lega e FdI, alleate nella posticcia coalizione di centrodestra, intercettano il 70% del voto in uscita da FI. Un quinto del vecchio voto berlusconiano si dirige ai Cinquestelle, che raccolgono invece – come si è visto – una metà del voto in uscita dal Pd. La comparazione dei flussi in uscita è tutt’altro che irrilevante perché mostra una maggiore permeabilità all’appello grillino dell’elettorato di sinistra.

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Fonte Swg

Sotto il profilo strettamente statistico, è la Lega di Salvini la vera vincitrice delle elezioni parlamentari di marzo. La sua percentuale di consensi è più che quadruplicata rispetto alle Europee 2014, riesce a superare Forza Italia come partito leader della coalizione di centrodestra e si avvale di un travaso da altre liste che supera la metà degli elettori totali. Una metà di questi nel 2014 aveva votato Popolo delle libertà, ma è consistente l’apporto di elettori che avevano optato per Scelta Civica di Monti o per il Pd. Quasi il 30% dei nuovi elettori si era astenuto nel 2014. Da segnalare come la Lega rappresenti anche l’unica forza a beneficiare di un non trascurabile travaso di consensi dal M5S, che accrediterebbe l’ipotesi di un rapporto di contiguità e competizione fra le due forze di ispirazione populista.

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Fonte Swg

Il Movimento Cinquestelle si afferma come primo partito conquistando poco meno di un terzo dei voti validi. È la prima volta dagli anni Novanta che la maggioranza relativa è appannaggio di una forza diversa diversa dal Pd o da FI. Il consenso M5S deriva da una forte tenuta degli elettori del 2014 (compongono quasi il 60% dei votanti 2018), ma anche da un apporto significativo dall’area del non voto alle Europee (attorno al 20%, valore molto alto seppure inferiore a quello della Lega) e dall’acquisizione di segmenti eterogenei di elettorato residuo. Fra questi, soltanto un quinto aveva votato per il centrodestra. Poco meno della metà aveva invece votato Pd nel 2014 e un decimo aveva scelto liste della sinistra radicale, a confermare l’opinione di quanti individuano nei delusi della sinistra il principale serbatoio dei nuovi consensi ai grillini.

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Fonte Swg

Un’interpretazione del terremoto elettorale del 4 marzo rinvia, secondo molti osservatori, alle ragioni di disagio indotte dal problema del lavoro e dalla disuguale distribuzione territoriale dell’occupazione. Se torniamo alla figura che descrive la geografia elettorale del voto (il centrodestra a trazione leghista in blu, l’enclave del Pd in rosso e l’area a prevalenza M5S in giallo), e la compariamo con la mappa del lavoro disegnata dall’Istat proprio nelle scorse settimane (figura 8), l’ipotesi acquista una certa consistenza. Il voto al Pd risulta confinato nelle aree dove i tassi di occupazione e i redditi famigliari sono più elevati mentre, specularmente, il M5S si insedia massicciamente dove l’occupazione è ai minimi e peggiore lo status economico delle famiglie, come mostra la mappa del reddito delle famiglie italiane descritta dall’Istat (figura 9). Essa divide nettamente il Paese in due aree: da una parte le regioni a reddito famigliare superiore alla media nazionale (colore chiaro), dall’altra quelle con reddito inferiore alla media (colore più scuro). È la inequivocabile rappresentazione di un Paese ancora diviso secondo la faglia territoriale Nord/Sud. Rappresentazione che si riflette puntualmente nel voto di marzo. La coalizione di centrodestra è largamente prevalente nel Centronord più abbiente e nelle aree a prevalenza leghista. Conserva però sacche di consenso nelle zone povere del Centrosud, dove resistono insediamenti della destra tradizionale insieme a persistenze del vecchio notabilato arruolato nelle fila berlusconiane nei decenni recenti.

Mappa Voto

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Fonte ISTAT 2018

Alla luce di questa rappresentazione si comprende come i successi della Lega al Nord e del M5S al Sud possano avere ragioni non esclusivamente riducibili a una generica protesta. O meglio: nel contesto di un risentimento diffuso, che la propaganda populista ha efficacemente orientato contro i partiti “di sistema”, i programmi di politica economica avanzati da Lega e M5S potrebbero aver agito come potenti calamite del consenso. Da una parte, l’enfasi sulla flat tax ha gonfiato le vele di Salvini nelle aree più favorite del Centronord. Dall’altra, la proposta del reddito di cittadinanza, cavalcata dai Cinquestelle, ha attirato un vasto consenso nelle zone del Sud afflitte da elevatissimi livelli di disoccupazione e da situazioni di povertà endemica.

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Entrambe le proposte erano state giudicate dalla grande maggioranza degli studiosi irrealizzabili o incompatibili con le risorse finanziarie a disposizione di un Paese gravato da un abnorme debito pubblico. Sembra però che l’appello alla responsabilità e la denuncia della sostanza demagogica delle due proposte siano ancora una volta caduti nel vuoto, come era avvenuto a metà dei Novanta a proposito delle mirabolanti promesse associate alla discesa in campo di Berlusconi. È del resto ben noto alla psicologia del comportamento politico come l’elettorato, in assenza di proposte alternative altrettanto seducenti, preferisca investire in illusioni anziché misurarsi con l’impietoso realismo degli esperti. Tanto più se la narrazione populista (di qualunque colore) riesce a delegittimare funzione e credibilità delle stesse competenze, associandole alle ragioni e agli interessi dell’odiata casta.

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Convinti della significativa incidenza elettorale dei programmi di ispirazione populista, due economisti della Voce, Massimo Boldini e Leonzio Rizzo (Promesse di Lega e M5s: conti in tasca a chi li ha votati, lavoce.infodel 20.03.2018), hanno cercato di analizzare i potenziali effetti distributivi che la flat tax e/o il reddito di cittadinanza, se attuati, avrebbero nelle diverse aree territoriali del Paese. Si tratta di una questione cruciale sotto due aspetti: quello della sostenibilità finanziaria per il bilancio statale e quello della compatibilità politica fra le due proposte premiate dall’elettorato. In effetti, la possibile saldatura di Lega e M5S in un solo fronte populista e la sua tenuta nel tempo sono possibili solo a condizione che le loro proposte in materia di economia redistributiva siano in grado di soddisfare, in un arco di tempo ragionevole e in misura socialmente percepibile, le aspettative suscitate nei rispettivi elettorati.

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Si tratta però di interessi di difficile composizione. Se attuata, la flat tax sostenuta dalla Lega produrrebbe un risparmio di imposta a favore delle famiglie settentrionali di 34 miliardi sui 58 stimati complessivamente. Il Nord ne beneficerebbe per il 58%, il Centro per il 23% e il Sud solo per il 19%. L’ipotesi del M5S per il reddito di cittadinanza (costo stimato 18 miliardi prendendo alla lettera la proposta di legge) avrebbe effetti diametralmente opposti. Al Sud, dove si concentra in buona parte la disoccupazione, andrebbe il 58% dei potenziali benefici. Al Nord sarebbe riservato il 25% e al Centro appena il 17%.

13_DiMaioA indiretta conferma della relazione fra i risultati elettorali e le attese suscitate dalle proposte di politica economica degli schieramenti vincenti, Boldini e Rizzo osservano come la diversa distribuzione dei benefici attesi da flat tax e da reddito di cittadinanza coincida perfettamente con la mappa del voto a favore del centrodestra al Nord e del M5S al Sud. Il primo conquista più di metà dei propri consensi al Nord, poco meno del 30 per cento al Sud e circa il 20 per cento al Centro. Gli istogrammi della figura rendono chiara la relazione fra la quota distributiva della flat tax con il voto al centrodestra per Camera e Senato.

I Cinquestelle ottengono invece, in entrambi i rami del Parlamento, quasi la metà dei voti al Sud, più del 30 per cento al Nord e poco meno del 20 per cento al Centro. Anche in questo caso, la figura sotto riprodotta illustra una nitida correlazione tra benefici attesi dal reddito di cittadinanza e consenso al M5S (Camera e Senato).

Possiamo dedurne che il voto sia stato realmente e significativamente orientato dalle aspettative di politica economica alimentate dalle campagne elettorale dei due attori premiati dal voto. Proposte che a una buona metà del corpo elettorale sono evidentemente apparse credibili, soprattutto in assenza di alternative altrettanto fotogeniche.

L’effetto è quello di un Paese non solo teatralmente spaccato in due, ma che insegue sogni diversi e progetti fra loro incompatibili. Il Nord, che ha sostenuto l’avanzata leghista, aspira a meno Stato e a una drastica riduzione della pressione fiscale. Il Sud che si affida ai grillini invoca un incremento massiccio della spesa pubblica con finalità di redistribuzione assistenziale della ricchezza. La questione dei costi è liquidata sbrigativamente da entrambe le forze come si trattasse di una malevola provocazione. Eppure, nell’ipotesi di un’implementazione congiunta dei due programmi, il deficit nazionale schizzerebbe ad almeno 80-90 miliardi di euro, facendo precipitare l’Italia in una situazione paragonabile a quella greca di qualche anno fa.

Certo, un accordo politico fra centrodestra e M5S potrebbe teoricamente produrre soluzioni di compromesso, come la riduzione degli scaglioni Irpef, un’applicazione soffice della flat tax e un parziale potenziamento del reddito di inclusione, magari ribattezzato reddito di cittadinanza per salvare la faccia. Si tratterebbe però di misure non in grado di soddisfare le aspettative suscitate in campagna elettorale sebbene perfettamente capaci di aprire una pericolosa voragine nei conti pubblici.

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Il vasto consenso a Lega e M5S può insomma essere definito un classico voto “pigliatutto”, polarizzato territorialmente ma sociologicamente trasversale. I Cinquestelle, in particolare, intercettano consensi da provenienze disparate accreditando di sé un profilo che si proclama estraneo alla obsoleta dicotomia destra/sinistra. Allo stesso tempo, però, il Movimento miete consensi soprattutto nei delusi della sinistra e soffia sul fuoco del disagio sociale. Ciò autorizza a interpretare il voto cinquestelle come il sensore di una crisi della sinistra tradizionale, che peraltro accomuna l’Italia alla maggior parte dei partner occidentali.

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Ormai evaporati la forza organizzata e il ruolo pedagogico dei partiti socialdemocratici – processi di cui si è colta l’eco anche nell’insofferenza renziana per i corpi intermedi e per quanto interferisse nella relazione diretta fra leader e opinione pubblica – il Pd è andato incontro a una disfatta annunciata. La fotografia del suo insediamento elettorale è quello di una forza aggrappata lungo la dorsale tosco-emiliana a pochi scogli ancora sicuri in un mare in tempesta. Nel Sud, invece, la contrazione delle risorse di scambio indotta dalla crisi sembra avere indebolito significativamente l’influenza dei vecchi notabili, per lo più organici al centrodestra. Il voto cinquestelle può essere perciò definito, senza intenzioni denigratorie, un voto low cost. Raccoglie con grande facilità umori diffusi, non solo e non necessariamente animati dalla disperazione e dal risentimento. Recluta però consensi a buon mercato in territori franosi, da due decenni a elevata volatilità elettorale. Rischia insomma di configurarsi come un voto di parcheggio o come espressione di uno sfogo difficilmente traducibile in un progetto sociale praticabile e coerente. L’operazione di consolidamento e di inevitabile radicamento organizzativo (absit iniuria verbis!) della forza elettorale conseguita non è priva di insidie. Rischia anzi di entrare in rotta di collisione con la mitologia, pseudodemocratica ma intrinsecamente autoritaria, della rete. E di essere resa più faticosa dal retaggio di una cultura antisistema priva di robusti ancoraggi culturali

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In una prossima riflessione cercherò di approfondire le ragioni e le prospettive indotte dalla sconfitta del progetto socialdemocratico, incarnato in Italia soprattutto dal Pd ma sonoramente battuto anche nel resto d’Europa. Già da queste note si evince però come il profilo sociologico dell’elettorato Pd sia ormai sideralmente lontano da quello tradizionale, fino a identificarsi nei maggiori centri urbani in un voto prevalentemente di ceto medio mentre l’appello dei populismi dilaga nelle periferie e nelle aree del disagio. Un dato su cui riflettere senza isterismi e senza cercare risposte avventate a una crisi che ha ragioni molteplici, profonde e non tutte recenti. Tali da richiedere il ricorso a modelli interpretativi nuovi e complementari, che consentano di spiegare allo stesso tempo le analogie con gli altri casi nazionali e alcune specificità del voto italiano.

NICOLA R. PORRO