SULLE ORME DI SAM PECK – NEW ZEALAND (PARTE – 1)

di GIANCARLO LUPO 

Nuova Zelanda, Isola del Nord, Mordor, prima parte

A mo’ di prefazione:

Non sono mai stato un appassionato di Tolkien e del Signore degli Anelli, neppure ho mai provato a leggere la storia dei nove compagni d’arme che vogliono distruggere il più potente Anello del Potere, arma che darebbe la forza, al suo malvagio creatore Sauron, di dominare tutta la Terra di Mezzo.

Forse sono state motivazioni più o meno ideologiche legate al presunto nazifascismo dell’autore che mi hanno fatto desistere dalla lettura della voluminosa opera. Tra l’altro, intimorito dalla lunga durata, ho mosso resistenze non solo alla lettura, ma anche alla visione della trasposizione cinematografica di Peter Jackson, regista neozelandese. Dopo essermi arreso alle mode e essermi sorbito quasi 10 ore di saga cinematografica, ho trovato alquanto monotona l’esile trama della trilogia filmica.

In fin dei conti tutta la storia si riassume così: un gruppo di scout, più o meno colorito, chiamato, senza troppa fantasia, “la Compagnia dell’Anello”, marcia per arrivare in cima a un vulcano e buttare nella sua cavità il succitato anello.

Non c’è la tragedia edipica di guerre stellari, non c’è nessuno zigzagare kitch, tra pianeti e galassie lontane lontane, non c’è neppure tanta epica, solo folletti, qualche nano, orchi e maghi abbastanza longevi.

L’inizio del viaggio

Detto questo, trovandomi a oltre 18 mila km e 30 ore di volo da casa, in nuova Zelanda, sono rimasto incuriosito da uno dei trekking più famosi del mondo (in Nuova Zelanda ci sono 9 “great walks”, cinque nell’isola nel sud e quattro nell’isola del nord): la scalata al Tongariro, ovvero il monte Doom della terra di Mordor di tolkieniana memoria, una terra oscura circondata da nere montagne, coperta da nuvole e abitata dai servi di Sauron. Tongariro, per l’appunto nell’isola del nord, è dove Jackson ha girato parte delle scene dei suoi film.

TONGAGIRO

Per arrivare a Taupo, tra Auckland e Wellington, percorro strade più moderne di quelle incontrate nell’isola del sud: a quattro corsie e con una buona illuminazione. I paesaggi visibili dal finestrino del bus sono molto simili a quelli del sud: una infinità di pecore e vacche bianche e nere, oppure bianche a chiazze nere, su distese di verde prato.

 

Verso sera arrivo a Hobbiton, uno dei set cinematografici del Signore degli Anelli. In ogni piccolo o grande paese della Nuova Zelanda, davanti alla stazione dei bus, c’è un I-site, un punto informazioni. A Hobbiton l’ I-site è a forma di casa di nano. Attorno c’è il centro storico, che in Nuova Zelanda di solito è un centro commerciale.

Dopo una trentina di minuti di attesa ripartiamo. Ancora paesaggi monotoni e tranquilli: mandrie di vacche nere vagano insieme a pecore bianche per i pascoli di erba verdissima, accompagnate dal suono dei campanacci. Vedo qualche cervo ogni tanto. Intanto nuvole grigie ammassate incombono, a coprire il cielo. Le strade diventano di nuovo a due corsie, ai lati si affastellano sparute case e villette tutte uguali. In lontananza si vedono monti coperti di neve, sembrano altissimi, in realtà 1900 o 2000 metri, non sono cifre esagerate. La cima più alta della Nuova Zelanda è monte Cook nell’isola del sud a 3724 metri. Passiamo su ponti sopra fiumi e la strada incrocia ferrovie, paesaggi innevati, poi di nuovo verdi.

Arriviamo a Taupo, cittadina in riva al lago. Le attività sono tantissime: paracadutismo, zorb (ovvero rotolarsi con una palla gigante da una collina), rafting, kayak e skydiving.

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L’ostello è in un vialetto, una casa grande, di legno, con enormi vetrate puritane che danno sulla cucina. La solita scritta kia ora (“benvenuto” in lingua maori) ovunque. Il gestore mi mostra una delle camerate dell’ostello e la Spa all’aperto. Ci sono quattro posti letto, ma non è stagione turistica, quindi non dividerò la camerata con nessuno.

Esco fuori per vedere le Huka Falls, una delle grandi attrazioni della Nuova Zelanda: cascate di schiuma. Il sole splende alto in cielo. Imbocco Spa road e cammino un’ora fino a dove ci sono i lanci di bungee jumping. Giovani e meno giovani si lanciano spericolati, appesi a una semplice corda elastica bene imbragata al dorso, fino a lambire con le mani, circa una quarantina di metri in basso, il fiume Waikato. Credo che la sorgente del Waikato sia a Rotorua. Ogni volta che vedo i tuffi carpiati di questi impavidi mi viene voglia di cambiare strada.

CANOA

Passeggio lungo le rive delle acque terse del fiume, osservando gabbiani, anatre e piccioni.

A un certo punto vedo le acque termali scendere giù dalle rocce, altro che Spa all’ostello. Mi spoglio (fortunatamente avevo indossato il costume, prevedendo il ritorno veloce all’ostello) e mi infilo, tentennando tra le rocce, per affidarmi alla corrente impetuosa del Waikato. L’acqua è meravigliosa, calda e fumosa. Appena mi allontano un poco dalla sorgente termale sento lambirmi il freddo del fiume.

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Torno verso l’ostello a sera inoltrata. Nella cucina comune, mentre mi appresto a mangiare un kiwi, una inserviente sdentata, di nome Kris, chiede perché lo stia sbucciando, in Nuova Zelanda a quanto pare non si usa… e loro sanno bene come mangiare un kiwi visto che sono kiwis.

“Kiwi” è sia il nome del frutto, sia il nome dell’uccello incapace di volare, buffo, stupido e inutile, in via di estinzione. I 200 mila soldati neozelandesi in forza durante la prima e la seconda guerra mondiale vennero chiamati kiwis per analogia.

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Seguo il consiglio della ragazza e in effetti trovo più buono il frutto con la buccia. Lei sorride, sfoderando i quattro denti che ha, appena lo dico.

Sulle pareti ci sono stampe di Charles Frederick Goldie, un pittore colonialista vissuto a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, che dipinse in modo iper realistico volti e tatuaggi di una razza, quella maori, a suo dire, inferiore: le donne dei ritratti hanno tutte tatuaggi nel mento, detti ta moko, che attestano il fatto di essere donne libere; gli uomini dei ritratti invece hanno piume in testa se sono capi tribù. I ta moko sono fatti con l’uhi, un particolare scalpello ricavato dalle ossa di albatros, e sono ancora oggi un segno di identità culturale. Al tempo dei ritratti Goldie aveva lavorato prevalentemente su vecchi maori perché pensava che la razza inferiore si stesse estinguendo.

Kris si lamenta del fatto che i maori abbiano molte agevolazioni da parte dello stato, nonostante siano molto pigri. Esiste anche un partito Maori, il Mana Motuhake. Gli indigeni non sono attivi solo a livello politico, ma anche culturale ed accademico: pubblicano varie riviste, da “Mana” alla “Maori Law Review”, e la lingua viene insegnata in varie università e a scuola, come noi impariamo il latino. Lei parla poco la lingua dei maori. Sa solo che kaipo significa fantastico e ay significa sì.

Non appena sarà possibile vuole andare in Aussie (Australia) a tagliar lana alle pecore per far soldi. Le paghe in Australia sono ottime e lei non deve competere coi maori che hanno i posti migliori garantiti dallo stato, come quelli di informatori turistici agli I-site. I toni del suo discorso sono abbastanza razzisti. Dice che è difficile ci possano essere storie d’amore tra bianchi e maori.

La conversazione con Kris si sta esaurendo, la saluto e leggo qualcosa sulla storia dei maori. Secondo una leggenda, Hawaiki era un’isola dell’oceano Pacifico da cui sono partite tante waca, canoe di 35 metri che le popolazioni usavano per andare in guerra. Da Hawaiki gli abitanti di quei luoghi avrebbero creato colonie ovunque, per esempio Samoa, le isole Fiji, le Haway, Rapa Nui e la Nuova Zelanda.

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L’eroe leggendario della nuova Zelanda è Maui, un trickster (l’imbroglione dei miti), a cui viene attribuito il merito di aver catturato un pesce gigante usando un amo preso dalla bocca di sua nonna; il pesce gigante sarebbe diventato l’isola del nord della Nuova Zelanda, conosciuta come Te Ika-a-Māui. In alcune tradizioni, la waca (canoa) di Maui sarebbe diventata l’Isola del Sud, conosciuta come Te Waka a Māui. L’ultimo, fatale scherzo di Maui era ai danni della dea Hine-nui-te-pō; nel tentativo di rendere immortale l’umanità trasformandosi in un verme, Maui entrò nella vagina della dea e, mentre usciva dalla sua bocca, fu schiacciato con i denti di ossidiana che erano nella vagina.

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Altri miti maori presentano leggende sorprendentemente simili ai miti egizi (con Geb e Nut) e greci (con Urano e Gea), riguardo la creazione del mondo: il Cielo (entità maschile, Rangi) e la Terra (entità femminile, Papa) erano strettamente uniti (a ricordare tale unione rimane la pioggia). I figli, sebbene fossero divenuti molto numerosi, non conoscevano la differenza tra luce e tenebre poiché erano rimasti nascosti nel seno dei propri genitori, che decisero di separare. Tane-mahuta, dio degli alberi, facendo puntello fra di loro, sollevò il Cielo sopra la Terra. Così uscirono i dodici dei della natura di grado più elevato, noti complessivamente come Atua: Tangaroa, dominatore del mare e dei pesci e capostipite dei capi; Tane-mahuta, il signore dei boschi, degli alberi e degli insetti; Tu, colui che è instabile, signore della guerra; Rongo, il dio della pace e delle piante coltivate; Haumia, signore delle piante selvatiche; Tawhiri, divinità del vento e delle forze della natura.

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Caratteristico della cultura maori è il rispetto nei confronti di tutto ciò che è considerato tabù (in maori tapu) ovvero dotato di forza misteriosa e sovrumana.

10 luglio 2013

GIANCARLO LUPO