Elezioni: una riflessione.

di TULLIO NUNZI ♦

Come premessa debbo chiarire che non mi sono mai piaciuti i ”gagliardetti”. Credo in una repubblica nata dall’antifascismo e in una costituzione che condanna qualsiasi tipo di una sua disgraziata rinascita.  Lo reputo più che sufficiente.

Da circa venti anni, dai tempi di Berlusconi si dice che il fascismo è alle porte ma le percentuali telefoniche, di gruppi che si richiamano al ventennio dimostrano come  il paese sia  immune da rigurgiti dittatoriali.

Siamo una repubblica antifascista, su questo non ci piove, ma sbagliamo spesso ad arrivare ad una vera e propria banalizzazione del fascismo, per coprire inettitudine e incapacità dei gruppi dirigenti. Molto spesso però nella totale assenza  di programmi, strategie, di una mancanza di analisi chiare, il richiamarsi all’antifascismo militante, si è rivelato un alibi, per mettere insieme alleanze così come affidarsi per 20 anni al solo antiberlusconismo militante per crescere, ha impedito la definizione di un vero  programma alternativo, fatto di pensieri ruvidi, di decise prese di posizioni di una offerta politica seria credibile.

Mi crea astio quindi chi si richiama ai gagliardetti, ma ho una vera idiosincrasia per i voltagabbana o i galleggiati professionisti o l’utilizzo di partiti o movimenti usati come taxi, da chi è interessato esclusivamente al  potere. In pratica la formazione di chiesuole con i propri preti, senza contatti con la realtà. Oligarchie inamovibili che litigano su tutto, che danno la sensazione che ognuno giochi per se stesso o al massimo in combutta con qualche sodale.

Certo è in crisi un progetto politico di tutta la sinistra europea, la sinistra europea perde consensi in tutta Europa. Ha, diversamente dal passato, un rapporto impotente con la realtà, trovando ogni tanto un appiglio ed un leader a cui affidarsi: Zapatero, Tsipras, Hollande, Corbyn, tutti bruciati dalla realtà dei fatti.

Ma la situazione italiana si è veramente rivelata tragica, una completa incapacità di intercettare i voti  di tutte le classi sociali.

La sensazione è che nella elaborazione di una linea della sinistra, di tutta la sinistra, ci si sia rivolti ad un pubblico dell’800, come se la società italiana fosse un quadro di Pellizza da Volpedo, stabile, fissa e non liquida.

Ovvio che in politica, se i problemi non vengono discussi e rimossi c’è la certezza di rimanere prigionieri del passato. Questo vale sia a livello nazionale che locale come a Civitavecchia. La sinistra non è più popolo, non è più borghesia, ma una élite.  E’ ovvio che prendersela con una élite è una delle risorse, giuste, giustissime, dell’arsenale demagogico.

Ai tempi del trionfo della lega di Bossi, non si capì che si era di fronte ad una rivoluzione. Si rispose come se si trattasse di una riproposizione dell’uomo qualunque, una forma di protesta della durata di un soffio e invece scomparvero i partiti che nel bene e nel male avevano fatto la storia e la democrazia di questo paese. Oggi si compie lo stesso errore, bollando per antipolitica, esigenze di pezzi della società.

Uno dei tratti dell’atteggiamento conservatore è il timore del cambiamento. L’antipolitica è l’insensibilità dei partiti a capire la gravità del momento, la resistenza ad un profondo cambiamento.

Molto spesso i partiti storici si sono rivelati macchine di potere e clientelari.  Spesso hanno collocato ad espletare funzioni importanti  individui incapaci o non sufficientemente capaci. Si è preferito come i conservatori  assecondare la società non orientarla.

Molto spesso si è bollato per antipolitica, quello che la sinistra non comprendeva o non voleva cambiare. I 5 stelle, invece, hanno sgominato retoriche nazionali e umanitarie. Sono stato un salutifero distruttore di miti contemporanei ed hanno distrutto quello che appariva indistruttibile, monumentale.

Lo dico evidenziando una terza categoria che oltre ai gagliardetti e ai voltagabbana  mi costringono a dosi massicce di Malox: i saltatori immediati sul carro dei vincitori.

Se  alcuni partiti,sono stati premiati da un democratico responso elettorale, significa che hanno presentato una offerta politica più adeguata, più comprensibile, più interclassista, avendo preso voti da tutti i partiti, da tutte le classi sociali.

Se si definisce il voto come semplice voto di protesta si sbaglia. Il movimento 5 stelle e il centrodestra hanno intercettato anche i voti dei “Lumpen”, dei poveri e della classe borghese in via di estinzione. Anche perché un insano moralismo della sinistra ha impedito di vedere la rabbia delle persone, del ceto medio la cui rivolta contro la pressione fiscale non è manifestazione d’egoismo, ma timore di perdere uno stato sociale acquisito tenore di vita. La rabbia delle periferie nei confronti della criminalità, che non è una forma di razzismo ma espressione di paura autentica.

Vedo scomposte le reazioni post elettorali da parte della sinistra tutta. Una cosa è certa: le azioni da assumere debbono essere adeguate e dure.  Una cosa per fare bene deve fare male. Facile dire di creare una nuova intesa con i cittadini, di una legittimazione democratica di istanze che vengono dall’opinione pubblica; spesso la sinistra non ha fatto mai un bilancio delle proprie esperienze.  Non solo non si è discusso nei vertici figurarsi nelle articolazioni sociali, nemmeno con il proprio elettorato: una scarsa partecipazione di vita collettiva, di vivere politico, per la definizione di interessi generali.A meno che non si trattasse di scelte di potere, allora la partecipazione diventa oceanica.

La sinistra deve diventare intransigente con se stessa, se vuole continuare, non a vincere ma a sopravvivere. Deve abbandonare quella infantilistica cultura del piagnisteo dove c’è sempre un Padre Padrone o un complotto capitalistico o poteri  forti  a cui dare le colpe e deve capire che l’ampliamento dei diritti deve procedere con l’altra faccia della società civile: il vincolo degli  obblighi e dei doveri.

Nella cultura europea ed Italiana si apprezzano i partiti solo se nuovi o radicali. Invece vanno giudicati positivamente solo se adatti a raggiungere gli scopi e a risolvere i problemi dei cittadini. Pertanto risulta inevitabile spazzare via una classe politica, spesso costituitasi in modo occasionale, che per lustri ha tradito la propria missione trasformando i partiti in arroganti spacci del potere.

Secondo la mia opinione, il fallimento della classe politica della seconda repubblica, chiama in causa quella forma di organismo che si è definito partito. Credo  a  forme di cittadinanza attiva e di gruppi che impongano l’agenda politica alle amministrazioni. Così come credo nei referendum che permettono di saltare il monopolio dei partiti quali organismi unici nella definizione della stessa agenda.

Per ultimo proporrei corsi di formazione su Poggio Bracciolini. I comunicati stampa utilizzati e i metodi di comunicazione sono incomprensibili, contorti poco chiari  a meno che non si   appartenga  al famoso quadro ottocentesco di Pelizza da Volpedo.

Credo che un vero cambio di paradigma possa  nascere dalla crisi dei problemi che la dottrina dominante non riesce a risolvere. Si avverte la necessità di una rivoluzione di pensiero. In tempi incerti bisogna sapere assumere decisioni innovative. Per ora bisogna salvarsi.

Come diceva un intellettuale del secolo passato la salvezza sta nella velocità. Chi cerca la salvezza deve muoversi con rapidità e chiarezza che risultano assenti nelle riflessioni attuali.

TULLIO NUNZI