FRANCO SCISCIANI

di STEFANO CERVARELLI ♦

Di Franco Scisciani quello che più mi colpiva era la sua cordialità, il suo modo gentile, educato, in apparente contrasto, quasi, con la forza e l’aggressività della quale era capace sul ring.

In quell’atleta, in quel pugile capace di sferrare colpi violentissimi-diversi campioni ne hanno fatto le spese-, insolita quasi potremmo dire incredula, appariva la sua indole pacifica, quasi timida.

Eppure, lui era così. Affabile con tutti, solare, sempre sorridente, inspirava immediatamente un senso di amicizia.

Non ricordo dove e in quale frangente lo conobbi, ma so che tra noi, benché   i nostri incontri fossero sporadici e perlopiù casuali, si instaurò una reciproca simpatia e rispetto.

Un rispetto ed una discrezionalità di modi che ebbi modo di percepire maggiormente quando sua figlia,

Cristina, alla quale mando il mio più caloroso abbraccio, venne a giocare a basket nella mia squadra.

A differenza di altri genitori, abbastanza “invadenti”, lui rimaneva sempre appartato senza mai interferire, rispettoso del mio lavoro, da vero uomo di sport.

Civitavecchia con lui perde un altro pezzo del suo magnifico mosaico sportivo, che purtroppo, eroso dal tempo, va sgretolandosi senza che nessuno faccia nulla per far sì che invece sia mantenuto e conservato nella memoria, per essere ammirato dalle nuove generazioni. Perdonatemi se mi ripeto: lo sport per i risultati raggiunti è il primo vanto, l’orgoglio più grande di questa città. Quando verrà trattato come tale?

Chiuso questo piccolo, ma sentito sfogo, torniamo al nostro campione: Franco Scisciani.

E chi, meglio del fratello Emilio, anche lui con un passato pugilistico non trascurabile, ce ne può parlare?

La nostra conversazione è avvenuta nella sua casa circondati da foto e trofei di ogni tipo.

Attualmente il “vecchio” boxer non gode di buona salute ed è costretto a casa, circondato dall’affetto dei suoi cari.

“Franco, più grande di me di due anni essendo lui nato l’otto gennaio del 34 ed io il 10 luglio del 36, si avvicinò alla boxe giovanissimo ed io lo imitai poco tempo dopo. Era l’immediato dopoguerra e il primo allenatore, se così si poteva chiamare, di mio fratello fu un personaggio entrato poi nel folclore civitavecchiese: Antonio Colucci conosciuto meglio come “Antonio er paperone”. Per chi non ne avesse mai sentito parlare dirò che Antonio era uomo semplice, un personaggio caratteristico che viveva dei lavori che di volta in volta rimediava specialmente nell’ambito del mercato. Saperlo conoscitore di boxe al punto di fare da istruttore – come dice Emilio – è stata per me una vera sorpresa.

“I primissimi incontri – continua Emilio – si svolsero sul ring sistemato nello spazio ricavato tra le macerie del teatro Traiano, nell’immediato dopoguerra.

Poco dopo- dice Emilio- l’attività si spostò in quella che era chiamata, rimanendo poi con quell’appellativo nel ricordo dei vecchi civitavecchiesi, “l’arena monnezza”. Uno spiazzo adiacente nell’attuale via Sangallo. (In precedenza, serviva come ricovero dell’attrezzatura per la raccolta dei rifiuti)

“Ricordo che poi finalmente andammo al coperto in un locale, posto in una traversa di via XVI Settembre, ancora oggi esistente: fu quella la prima sala pugilistica civitavecchiese “.

Nel dire questo gli occhi del “vecchio” boxer si illuminano di passione” perché è lì – ci dice- che io iniziai a tirare i primi pugni. E l’istruttore di tutti noi, con tutto il rispetto dovuto, non era Antonio Colucci, ma Carlo Saraudi. Poi vennero i tempi di via Borghese in quella sala che, successivamente, divenne il Don Chisciotte”.

A questo punto Emilio chiude gli occhi e, con voce emozionata ed un sorriso sulle labbra, dando libero sfogo ai ricordi che arrivano impetuosi, in maniera frenetica, accavallandosi tanta è la voglia di parlare del fratello, mi racconta.

“Franco era forte, un vero campione. Già da novizio manifestava la sua forza, le sue capacità e ben presto si accorsero di lui i tecnici federali.

Entrò a far parte della Nazionale nella categoria Super Welter insieme a Nino Benvenuti che aveva 18 anni e nel 1955 Barcellona conquistò la medaglia d’argento ai giochi del Mediterraneo”.

Negli occhi di Emilio ora si accende una luce di rabbia, quasi non ancora sopita e il tono della voce è meno dolce.

Ecco il perché.

“Sempre in quell’anno Franco fu convocato ai campionati Europei che si tenevano a Berlino, rimanendo vittima di uno scandaloso verdetto, forse uno dei peggiori della storia del pugilato dilettantistico. Accadde che ai quarti di finale contro il sovietico Scharrerjan, mio fratello venne dichiarato sbito vincitore dalla giuria.

Una giuria che però, non si è capito mai il perché, dopo appena cinque minuti cambiò completamente il verdetto dichiarando vincitore il sovietico. Ci fu un grande parapiglia sul ring, proteste furiose, reclami, ma non servì a niente. Lo sdegno fu tale che i dirigenti federali ritirarono l’intera nazionale dalla competizione. Quei sciagurati, in ossequio a strategie politiche, tolsero a Franco la possibilità di poter diventare campione europeo.”

Lo interrompo:” Franco però non tardò a rifarsi…..”.

“E’ vero – risponde Emilio un po’ più rilassato – sempre quell’anno Franco divenne campione mondiale militare nei pesi medi. Un risultato che confermò l’anno seguente prima di andare alle Olimpiadi di Melbourne.” qui, almeno per iscritto, interrompo Emilio per raccontare un episodio che lui, per il grande rispetto e l’amicizia che ha con Benvenuti, non direbbe mai.

Siamo alla vigilia delle Olimpiadi in Australia. Il posto per la categoria medi è in lizza tra Benvenuti e Franco Scisciani. Gli organi federali decidono di far volgere a porte chiuse, in una palestra di Orvieto, un breve incontro tra i due. Prevale Franco grazie ad una maggiore esperienza ed una, bisogna pur dirlo, maggiore potenza.

Per chiudere questo aneddoto dobbiamo dire che l’amicizia tra il pugile triestino e la famiglia Scisciani è stata sempre sincera ed a prova di ferro; la dimostrazione è nelle tante fotografie che ritraggono i due fratelli insieme all’indiscusso campione.

Cerva scisciani 2

La parola torna ad Emilio.” All’Olimpiade, dopo aver sconfitto il francese Legrand , Franco fu battuto di misura nei quarti (ancora i quarti !) dal portoricano Josè Torres che poi arrivò in finale arrendendosi solo al formidabile Laszo Papp. Voglio dire, a maggiore vanto di Franco, che il pugile che lo sconfisse, Torres, divenne più volte campione mondiale dei medio-massimi”.

Emilio scusa, prima di continuare a parlare di Franco, dimmi anche un po’ di te. Il tuo passato pugilistico, a quanto si dice non è stato male….”.

“Diciamo che qualche soddisfazione me la sono tolta anch’io, piccola cosa, però ne sono orgoglioso.

E fai bene ad esserlo Emilio, sul ring non ti regala niente nessuno ed i pugni fanno male.

“…….Ed io di pugni ne ho presi. Ma ne ho anche dati!”

Nel dirlo si apre in un sorriso sornione.

“Ho vinto il torneo novizi laziale e il campionato italiano novizi; sono stato cintura di Roma negli anni 1952-53-54-55 (e le cinture fanno bella mostra di loro alla parete della stanza) e sono stato per due anni consecutivi cintura Roma 1° serie. Nel 1955 ho disputato a Parma il match valevole per il campionato italiano 1° serie. Fui sconfitto da Ostuni, che era il detentore del titolo. La mia modesta carriera di pugile finì nel 1959 in seguito ad un incidente stradale che condizionò l’attività fisica.” Un lampo di nostalgia e rammarico gli ombra il viso.

“Ma torniamo a parlare di Franco – e subito riaffiora l’energia e lo spirito precedente. – Nel 1957 mio fratello passa professionista. Qui in due anni infila 17 successi di seguito, la maggior parte prima del limite, sconfiggendo avversari di un certo prestigio come Dal Piaz, Gino Rossi e il campione francese Louis Trochon.

Il valore di Franco venne attestato dal fatto che un grande manager come Luigi Proietti lo volle insieme ad altri campioni nel suo team: l’Ignis.

In un match senza titolo in palio, affrontò a Roma, al palazzetto dello sport, il campione italiano dei medi Italo Scortechini. Sebbene non ci fosse nulla in palio, ricordo –  dice Emilio – che durante la prima ripresa mio fratello venne colpito da Scortechini con i lacci del guantone al sopracciglio e cominciò a sanguinare. Franco purtroppo, ma c’era da capirlo, si innervosì e il mach diventò cattivo, pieno di scorrettezze, prendendo una piega non certo  mal s’adattava alla maggior tecnica di Franco.

La ferita poi peggiorò e l‘arbitro sospese l’incontro al nono round. Fu quella – sottolinea Emilio – la prima sconfitta di mio fratello”.

Siamo quasi giunti alla fine di questa folgorante splendida carriera.

“Emilio, scusami, fra poco ti lascerò riposare, ma parlami del titolo italiano.”

“Fu un evento eccezionale per Civitavecchia.  Era il primo marzo 1959. L’incontro si disputò al cinema Bernini,allestito per l’occasione e  trasmesso in diretta dalla Rai.

Il titolo era stato lasciato vacante da Scortechini ed a disputarselo erano Franco e il bolognese Remo Carati.

Come da pronostico fu un incontro duro, incerto fino alla fine, che Franco fece suo al termine di una dura battaglia”.

La voce di Emilio adesso s’incrina un poco, vuoi forse per la stanchezza, vuoi perché i ricordi si fanno meno belli e vuoi per il rammarico per quello che poteva essere e non è stato.

“Sembrava quella la prima tappa della sua definitiva consacrazione….ed invece.

Il 23 febbraio 1960 andò a Londra per incontrare e valutarsi contro il sudafricano Henrie Spedie. Anche qui Franco, lo dicono tutte le cronache, fu vittima di un verdetto sfacciatamente di parte. In lui che non aveva dimenticato quanto successo a Berlino, questa nuova beffa non fece altro che accrescere i dubbi verso uno sport che a suo modo di vedere, non tanto sbagliato, continuava ad ostacolarlo, disconoscendo il suo valore nei momenti più importanti.

Ritornò a casa molto deluso – prosegue Emilio- e dopo un periodo di riposo riprese la preparazione per difendere il titolo italiano contro Bruno Fortilli: un pugile ligure molto valido.

L’incontro si svolse a Saint Vincent il 29 giugno 1960; per la verità devo dire che ci furono scorrettezze di entrambi i pugili, ma l’arbitro punì Franco che venne squalificato alla decima ripresa. Quello che per lui fu l’ennesima ingiustizia lo portò alla decisione di lasciare la boxe. Iniziò a dire che in questo sport non vedeva più possibilità di affermazione, che era grande (aveva 26 anni) che voleva sposarsi e doveva trovarsi un lavoro.

Non ci fu niente da fare ed il rammarico per quello che poteva essere e non è stato ancora me lo sento dentro” conclude Emilio e poi “Franco era forte, era davvero forte…”.

E come non poteva essere forte uno che da professionista su 27 incontri ne ha perso uno per KO tecnico, uno per squalifica, pareggiato uno e vinti ventitré?

Il “vecchio” boxer è stanco ma felice.

Ha parlato di boxe, ha parlato di Franco.

Grazie.

STEFANO CERVARELLI