MA LA GENTE ERA CON VOI?


di DARIO BERTOLO 

Ma la gente era con voi?

“No, la gente non era con noi. Però, che cosa significa essere con noi? Noi pensavamo di essere una avanguardia che innescava un processo, cioè non era un periodo in cui quattro persone chiuse di una stanza avevano deciso un percorso. Accanto alle manifestazioni del Pci c’erano le persone che avevano brindato nei bar alla notizia, perché lì per lì, tra l’altro, non ci si era resi conto della gravità dell’episodio”

“Quando ha saputo che gli agenti erano morti tutti e invece dei vostri nessuno, come si è sentita?”, insiste la giornalista. “In quel momento, da una parte, mi sentii sollevata, ma dall’altra ho sentito immediatamente il peso di quello che era avvenuto”.

Adriana Faranda (parte dell’intervista di Francesca Fagnani sul canale “Nove”)

 Il 16 marzo 1978, come tutte le mattine, mi accingevo ad andare al Liceo. Un giovedì, uno di quei giorni dove si cominciano ad odorare i profumi della bella stagione. L’epoca ci stava consegnando un’Italia complicata, piena di avanguardie sovversive, in preda a tumulti rivoluzionari, contraddittoria nei suoi tentativi, inutili ma lo intuiremo solo dopo, di non cedere ai ricatti del capitale e dei mercati finanziari che avrebbero, da lì a poco, condizionato con la logica delle grandi privatizzazioni e delle lobbies miliardarie le scelte sociali che fino ad allora avevano i connotati  vagamente rassicuranti  e le fattezze bonarie di una classe politica laica e cattolica , eredità ancora forte del percorso iniziato subito dopo la fine della guerra e che per tutti gli anni 70’ avrebbe influenzato le decisioni e i comportamenti dei partiti, dei loro leader e in generale dello Stato. Noi non eravamo immuni a questo vento di cambiamento, ma più di sentirlo soffiare direttamente lo vivevamo attraverso le notizie delle manifestazioni e degli scontri che, sulla scia di quelli di Valle Giulia, curiosamente avvenuti quasi esattamente dieci anni prima, avevano inaugurato quella stagione, straordinaria e impetuosa ma destinata all’inevitabile sconfitta ideologica, del cosiddetto “movimento sessantottino”.

Nessuno di noi quella mattina, entrando nella sede provvisoria del “Galilei” a Via Canova, avrebbe immaginato che quello sarebbe stato l’ultimo giorno degli anni controversi della legittimazione proletaria studentesca e che invece, nella sua tragicità, sarebbe diventato il primo di una vera e propria stagione di guerra che avrebbe trasformato radicalmente il Paese e le sue coscienze. La strage di via Fani, alle 8.55 di quel mattino di Marzo, non solo contribuì a farci ridestare dall’utopia di una visione della società dove il socialismo trotskista era un dogma inoppugnabile a cui noi tutti ci eravamo aggrappati per giustificare gli archetipi di contrapposizione al cosiddetto “sistema”, al quale quasi ineluttabilmente negli anni a seguire ci saremmo adeguati, ma ci fece piombare in una spirale di sconcerto e di angosciosa confusione. Come noi la maggior parte della gente, che comprese immediatamente come quell’attacco allo Stato, così cruento ma solo apparentemente immotivato se commisurato con la natura sì rivoluzionaria e anarchica della lotta di classe ma non tale da trasformarla in una guerra civile, avrebbe seminato negli anni a seguire lutti e dolore.

Comprendemmo subito la gravità dell’accaduto. Ricordo lo smarrimento di quelli che come me avevano, fino allora, inneggiato alla rivoluzione come unica strada del cambiamento. Perfino attraverso la lotta armata, pensavamo con un tremito di disagio. Ora so che quel tremito era di paura. La paura che tutto il nostro inneggiare, contestare, irretire e manifestare ci avrebbe portati a compiere atti di temerarietà   che, in realtà, non ci appartenevano neanche lontanamente. Il rapimento di Aldo Moro fu come uno schiaffo violento che ci fece barcollare e contemporaneamente rinsavire di colpo. Improvvisamente la nostra tracotanza politica crollò come un castello di sabbia e le nostre certezze furono minate nelle fondamenta. Le immagini dell’agguato, che sin da subito i telegiornali in bianco e nero dell’epoca trasmisero ininterrottamente, furono per noi come un monito continuo, diretto, angosciante. Ci sentivamo, ricordarlo ora è quasi puerile, anche noi responsabili. Perché ci credevamo. Perché non poteva che essere così che la società e il Paese sarebbero dovuti cambiare.  Un Paese dove valori fondamentali come   la giustizia, l’equità, il riconoscimento degli individui in quanto tali sarebbero dovuti essere sacri , inviolabili e indiscutibili . Un Paese dove finalmente si sarebbe potuto guardare con fiducia al futuro e dove tutti avrebbero avuto il diritto alla speranza di un mutamento sociale equo, solidale e condiviso. E pacifico.

In realtà, quel giovedì mattina di 40 anni fa, cambiammo solo noi.

DARIO BERTOLO