POPULISMO E POPULISTI (III)

di NICOLA R. PORRO 

Partiti vs populismi: una vecchia storia

Riprendo con un certo sollievo il mio girovagare attorno al tema controverso del populismo. Il sollievo discende dal fatto che il voto del 4 marzo ha se non altro liberato le mie riflessioni dal sospetto di analisi strumentali e di approcci contingenti. Mi propongo di tornare sull’analisi del voto più avanti, quando disporremo di una lettura più completa dei dati e degli effetti di ritorno indotti dall’esito – peraltro in buona parte previsto e prevedibile – della consultazione. Chi ha la pazienza di seguirmi avrà probabilmente intuito, infatti, che sto sviluppando una ricerca sul nesso fra insorgenze populistiche e crisi di legittimità del modello democratico come si era venuto configurando in Occidente a partire dal secondo dopoguerra. Lo scambio di idee con i lettori del blog costituisce perciò per me un’opportunità preziosa di confronto, verifica e chiarificazione e ho recepito con piacere i contributi dialettici pervenuti al mio ultimo articolo.

Uno di essi si concentra sul rapporto fra insorgenze populistiche – fenomeno a scala planetaria di cui l’Italia presenta tuttavia alcune varianti interessanti – ed effetti della globalizzazione. I vecchi populismi si formarono fra XIX e XX secolo nel contesto delle nazionalizzazioni incipienti e della nascente industrializzazione. I nuovi populismi interpretano, al contrario, le contraddizioni della globalizzazione e le incertezze dell’economia postindustriale. Di qui aspetti chiave del problema, che segnalano elementi di continuità ma anche nitide cesure fra le due stagioni e i due paradigmi politici. Intendo trattarne distesamente più avanti proprio per la rilevanza della questione.

L’altro contributo, segnalando il rischio di analisi influenzate da pregiudizio ideologico, sottolinea invece la relazione fra affermazione dei nuovi populismi e crisi dei vecchi partiti.

Senza saperlo, l’amico intervenuto ha anticipato una questione che avevo in animo di trattare a breve e che, incoraggiato dalla sollecitazione ricevuta, cercherò di sviluppare qui. Senza ovviamente pretendere di esaurire l’ampia problematica cui il tema rinvia.

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Damiani pone la questione del rapporto fra insorgenze populiste, da un lato, e crisi di legittimità e/o di rappresentanza dei partiti tradizionali, dall’altro. Argomento di grande rilevanza, ma anche questione storicamente antica, risalendo ad almeno un secolo fa. Soprattutto in Europa, dove fra Ottocento e Novecento aveva preso forma il modello del partito di massa, la denuncia circa la degenerazione della democrazia rappresentativa venne condotta da un’agguerrita scuola di pensiero, denominata élitismo. Era composta in gran parte da intellettuali nostalgici del vecchio ordine politico-sociale, insofferenti delle pretese di emancipazione delle classi popolari, spaventati dal suffragio universale e dall’abolizione dei privilegi di censo. Ferocemente ostili allo sviluppo delle grandi organizzazioni di massa, interpretavano la formazione del professionismo politico come una perversione propria della nascente democrazia dei partiti. Pensatori come Vilfredo Pareto o Gaetano Mosca, di chiaro orientamento conservatore, erano coerenti con una visione aristocratica del potere e scettici rispetto alla capacità di esercizio della democrazia da parte delle vituperate “masse”. In quegli anni Gustave Le Bon aveva fornito una rappresentazione inquietante della “psicologia delle folle” che, facendo leva sulla loro presunta irrazionalità, sembrava confermare il pregiudizio antipopolare che ispirava quelle analisi. Roberto Michels proveniva invece dalle file del socialismo, da cui si era allontanato condannandone le derive oligarchiche. Pochi anni dopo, la sua abiura si sarebbe tradotta in aperta adesione al fascismo. Questi aristocratici del pensiero politico muovevano alla democrazia dei partiti e ai movimenti di massa critiche non molto diverse e non meno astiose di quelle che alimentano l’antipartitismo populistico dei nostri giorni. Pareto aveva parlato di circolazione delle élite, giustificando persino l’eversione mussoliniana in quanto risposta all’incapacità dei processi democratici di favorire il ricambio delle élite del potere. Mosca avrebbe costruito tutto il suo sistema di pensiero sull’analisi di una classe politica, quella postrisorgimentale, per definizione predatoria ed esclusivamente interessata alla difesa dei propri privilegi. Michels si sarebbe addirittura appellato alla “legge ferrea delle oligarchie” per giustificare la filosofia di una radicale disintermediazione: via sindacati e partiti e potere legittimato esclusivamente dal carisma di un capo. Faceva discendere da qui la necessità storica della rivoluzione fascista, sorvolando disinvoltamente sul suo carattere liberticida. La psicologia di Le Bon accreditava, da parte sua, una presunta  irrazionalità dei comportamenti collettivi, giustificando implicitamente la legittimazione per via carismatica dell’autorità politica. Il connubio fra pensiero conservatore e argomenti che riaffiorano periodicamente nell’alveo culturale del populismo non costituisce insomma un inedito.

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È dunque singolare ma non sorprendente che, un secolo dopo, i paladini della ggente riproducano così dettagliatamente quella rappresentazione della politica. Comune al vecchio e al nuovo è l’antipolitica eretta a sistema di pensiero e a valore politico. Un sentimento e una visione non confinata nel recinto della scienza politica. L’insofferenza per la democrazia rappresentativa come si andava costruendo nel fuoco della Grande Trasformazione – avendo la nazionalizzazione e l’industrializzazione come i due processi sociali portanti del mutamento politico -, presenta un vasto repertorio. Comprende storici, sociologi e critici sociali come Thomas Carlyle e Hyppolite Taine. Ispira alcuni fra i maggiori scrittori del XIX secolo, come Dumas, Stendhal, Balzac, Eliot, Flaubert, Dickens, Daudet, Oscar Wilde, Maurice Barrès e persino Émile Zola. Fra gli italiani, basta leggere le pagine di Francesco Domenico Guerrazzi (Il secolo che muore), di Antonio Fogazzaro (Daniele Cortis), di Vittorio Bersezio (Corruttela) o di Matilde Serao (La conquista di Roma) per avere un’idea assai viva del risentimento diffuso contro il ceto politico del tempo, non ancora ribattezzato casta. Non ci sono quasi scrittori europei attivi nell’epoca della sorgente democrazia parlamentare che non abbiano intinto la penna nel veleno per descrivere parlamentari corrotti e spregevoli affaristi, sistematicamente in combutta con speculatori, giornalisti prezzolati e malavitosi politicamente protetti. Il brodo di coltura dei populismi si alimenta della mistica della plebe, ma è spesso nutrito di sensibilità letterarie, estetiche e intellettuali tutt’altro che dozzinali.

Questi umori, fatti circolare a piene mani in un’opinione pubblica non ancora dotata di robusti anticorpi culturali, insieme agli effetti traumatici della Prima guerra mondiale, contribuirono a fornire argomenti e slogan di pronto impiego ai fascismi europei sin dagli anni Venti del Novecento. Mostrando chiaramente come un’ispirazione genuinamente populista non fosse affatto in contraddizione con una visione del mondo gerarchica e persino totalitaria. Il populismo fascista soffiò abilmente sul fuoco delle tensioni sociali dilagate dopo la Grande Guerra. Di suo aggiunse la formidabile intuizione di rendere i sudditi complici plaudenti del proprio asservimento. Mussolini, come Hitler o Stalin o i peggiori satrapi del populismo, avevano ben chiaro come in un regime politico privo di anticorpi pedagogici le masse possano preferire il rassicurante ordine delle catene alle inquietudini e ai rischi della libertà. Forse, però, il giudizio più perspicace su queste vicende lontane e attuali al tempo stesso rimane quello di Antonio Gramsci.

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Per il pensatore sardo, la causa principale della resa ingloriosa della democrazia parlamentare all’offensiva fascista stava nell’incapacità delle forze politiche liberali di affermare una egemonia culturale sulla società italiana. L’elaborazione di un progetto di Stato, nutrito di sentimenti (il patriottismo in un Paese pervenuto tardivamente all’unità politica), di valori condivisi (l’interesse generale), di un sistema di diritti e anche di esperienze diffuse (a cominciare dall’uso di una sola lingua nazionale), veniva prima della stessa capacità politica e organizzativa di contrastare la minaccia totalitaria. Gramsci intuiva insomma la natura del populismo come insidiosa alternativa alla formazione di un’egemonia civica e culturale che non fosse più prerogativa esclusiva delle vecchie élite. Un’egemonia non populista proprio perché si sarebbe fondata  sull’emancipazione delle masse lavoratrici, sociologicamente partorite dall’industrializzazione e dalla democratizzazione, anziché sull’eccitazione demagogica delle loro paure. Da qui una condanna senza appello per quella parte maggioritaria della borghesia italiana che, incapace di realizzare una riforma “intellettuale e morale” delle forze politiche affermatesi con il Risorgimento e il suffragio universale, aveva consegnato il Paese al fascismo e alla sua rappresentazione rozzamente populistica delle relazioni sociali. Va anche ricordato come la critica gramsciana non si sottraesse a un giudizio preoccupato sulle incipienti trasformazioni dei partiti di massa, compresi quelli di ispirazione comunista. Negli anni Trenta la critica (implicita ed esplicita) mossa dall’intellettuale incarcerato al marxismo dogmatico e alle derive totalitarie dello stalinismo, discendeva in buona misura dalle sue riflessioni sull’egemonia. Nell’ottica gramsciana, insomma, il consenso al populismo, nelle forme proprie del primo Novecento, sembra rappresentare una sorta di limbo, di turbolento stato intermedio che si profila quando le vecchie idee non hanno più potere ordinativo e le nuove non si sono ancora configurate. Quando le tenebre della notte si diradano e la luce non illumina ancora il nuovo giorno la penombra si popola di mostri.

Non è detto che questa analisi, con le dovute variazioni, non conservi una qualche validità a un secolo di distanza. Spesso ondate elettorali populiste hanno rappresentato non tanto una scelta di campo alternativa quanto piuttosto una sorta di consenso-rifugio che sollecitava una più adeguata offerta politica. Il qualunquismo italiano dilagò nelle urne nell’immediato dopoguerra per svanire poi repentinamente non appena i grandi partiti di massa riuscirono a tessere una nuova e più efficiente rete di relazioni e di rappresentanza con le grandi masse popolari.

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Secondo la visione gramsciana, Mussolini avrebbe intercettato una profonda crisi di legittimità sia delle vecchie forme partito sia dei ceti dominanti inserendosi in una crepa sociale e culturale che la codardia dei monarchici,  la violenza squadrista e le divisioni delle forze democratiche avrebbero spinto nella voragine della dittatura. Un esempio da manuale di come i populismi (in questo caso nella loro versione nazionalistica e reazionaria, incarnata dalle figure eponime di Mussolini prima e di Hitler poi) proliferino sempre come risposta a una crisi di legittimità e a un’abdicazione di ruolo e funzioni da parte delle forze democratiche organizzate. Ciò non esime tuttavia dall’esigenza di operare distinzioni ulteriori entro la generica categoria di populismo.Ogni forma di populismo possiede una natura ambigua. L’arte della propaganda populista si riduce quasi sempre alla pars destruens promuovendo di sé l’immagine più accattivante, quella che veste i panni della protesta contro i soprusi della casta e gli abusi di oscuri poteri annidati in ogni ganglio della società.  La pars construens, viceversa, si limita all’evocazione di una velleitaria democrazia diretta facilmente riducibile a una delega permanente a un nuovo ceto politico, composto nella realtà da ristrette conventicole di agitatori di professione. Anche questi aspetti accomunano vecchi e nuovi populismi, fatti ovviamente salvi i diversi contesti storici e profili politico-culturali. L’esito paradossale è stato spesso quello di sottrarre le classi dirigenti (non solo quelle propriamente politiche), le stesse organizzazioni di massa e le istituzioni rappresentative, a legittime ragioni di contestazione. La forza elettorale dei populismi è stata spesso alimentata dall’ambiguità ideologica che si traveste di nuovismo e offre ai disorientati uno sfogatoio senza prospettive o un’area di parcheggio in attesa di tempi migliori.

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Negli anni Settanta-Ottanta, una figura leader del pensiero democratico europeo, il tedesco Jürgen Habermas, aveva spiegato anche il ciclo di protesta del decennio precedente come il prodotto di una diffusa crisi di legittimità. Essa avrebbe interessato, a suo parere, non solo le istituzioni parlamentari postbelliche ma anche le forze che si erano opposte ai totalitarismi, dal liberalismo alla socialdemocrazia alle forze di ispirazione cristiana. Nella loro diversità, tanto i movimenti di lotta più radicali, quasi sempre di ispirazione marxista o neomarxista, quanto le aggregazioni tematiche (single issue movement) di orientamento ambientalista, pacifista, femminista ecc. stavano esprimendo fratture culturali e domande politiche che avrebbero gemmato un nuovo paradigma. Vedremo più da vicino la prossima volta come i populismi (prendiamo ancora provvisoriamente per buona questa “definizione che non definisce”) si siano sviluppati come un torrente carsico nel secondo dopoguerra. Configurandosi come una sorta di reazione – il più delle volte effimera – a una più generale crisi di legittimità delle istituzioni democratiche classiche, ma anche come il prodotto di una contaminazione di esperienze, culture e sensibilità molto eterogenee e non sempre di facile classificazione. Di per sé, nessun movimento populista ha sinora generato un nuovo paradigma. La sfida populista potrebbe tuttavia stimolare la ricerca di nuovi paradigmi capaci di sottrarsi alla tenaglia fra vaniloquio di pura protesta e supina accettazione dell’esistente. Dovremo perciò concentrarci su una lettura meno generica del vagheggiato cambio di paradigma.

NICOLA R. PORRO