SULLE ORME DI SAM PECK – LAOS (PARTE – 2)

 

di GIANCARLO LUPO 

Alla scoperta dei Hmong, seconda parte

All’alba, la sveglia dei templi. Lungo la strada principale un sottofondo di musica tradizionale, vedo una lunga e silenziosa fila di monaci con tuniche color zafferano passare a piedi scalzi in mezzo ai fedeli che offrono loro del riso.

MONACI HMONGL’appuntamento è al Dalila café Laos, su Chao Fa Ngum Road dove faccio una colazione laotiana, preparata da una ragazza dal sorriso bellissimo.

Nel trekking siamo solo due occidentali, c’è Jessica, una canadese di Toronto, anche lei molto bella.

Mr. Lee Vong, la guida hmong, arriva puntuale con un furgoncino e un autista. L’inglese di Mr. Lee non è eccellente, ma lui sembra molto amichevole e con voglia di comunicare. Basso, dall’indecifrabile sorriso orientale, lavora come guida solo da un anno, prima era un contadino, ha 30 anni, ma ne dimostra 50, vorrebbe migliorare il suo inglese, vive in una casa senza bagno, senza tv, senza cucina, ha due figli e non ne vuole altri, perché costano.

Lasciamo i bagagli tenendo solo l’indispensabile in un altro ufficio Tiger trail, fuori dal centro.

Con il furgone arriviamo al primo villaggio di povere case: Ha khe. C’è ancora la luce elettrica. Scendiamo lungo un sentiero, dietro le case, e arriviamo al fiume Wa Mou, limaccioso e scuro, con attorno colline di foreste verdi. Mr. Lee mi scrive i nomi dei posti che visitiamo, ma dal modo incerto in cui impugna la penna, non sono sicuro della correttezza di trascrizione.

Su una barchetta stretta e traballante, ci attende una guida locale a torso nudo. Passiamo sull’altra sponda del fiume e inizia il percorso tra foreste di bambù e foreste di teak, attraversiamo macchie di alberi con canne più o meno grandi, contenenti acqua dopo la pioggia, e alberi a lungo fusto. Cominciamo a salire per ripidi sentieri e sulla nostra destra vediamo piantagioni di sesamo e campi di riso di pianura. Sulla nostra sinistra campi di riso di montagna. Mr. Lee dice che questi ultimi danno riso più pregiato. Il riso si pianta a giugno e luglio, si raccoglie a ottobre novembre e i locali lo lavorano a mano. Lungo la via incontriamo alcuni autoctoni appartenenti alle due etnie principali: camu, con tratti più duri, nasi schiacciati e occhi gonfi e sporgenti; hmong, più gentili e raffinati, dal largo sorriso e occhi più sottili.

ETNIE

 

Sono prevalentemente contadini, conducono una vita dura, durante i lavori stagionali non ritornano al villaggio e, per dormire, usano alcune capanne malmesse di bambù e paglia. La terra appartiene a loro, ma devono pagare tasse onerose al governo che, secondo mr. Lee, non corrispondono per niente ai servizi offerti.

Camminiamo e il caldo si fa intenso, più di 35 gradi, per salite e discese di terra cretosa e argillosa, senza un riparo dal sole. Porto con me sei litri di acqua e bevo tantissimo. Tanta ne bevo, tanta ne sudo.

Il sentiero si fa fitto di foresta e pietroso, saliamo sempre più su. Verso le undici del mattino arriviamo in una palafitta con pavimento di bambù e tetto di foglie. Mangiamo riso e verdure stese su foglie di banano. Quando ci rimettiamo in cammino, fortunatamente, la foresta ci offre ombra. Dentro un fiumiciattolo alcuni bambini nuotano nudi in mezzo alle sanguisughe. Risaliamo ancora per sentieri pietrosi e argillosi, vediamo uomini e donne scendere, con una corda legata al collo che serve a trainare travi di legno pesante, forse noce o teak. Mr. Lee dice di salutare dicendo “smailé” se sono camu, “gniò ai gian” se sono hmong.

Il primo villaggio che incontriamo, a 700 metri, di etnia camu, si chiama Pha Poug, molto povero, con capanne di bambù e paglia dove vivono solo 25 famiglie, circa 100 persone. Ovviamente non c’è elettricità. Sembra abitato solo da bambini perché uomini e donne sono nei campi a lavorare.

Villaggio

Ci sono maiali, cani, anatre che vagano liberamente in giro. Un maialino spaventato dentro un recinto si ritrae in un angolo appena ci sente arrivare. I camu, secondo mr. Lee, sono etnie che vengono dalla Cambogia e dalla Birmania.

Mr. Lee ci parla dei serpenti velenosi che ci sono in queste montagne e di come sua figlia una volta sia stata morsa. L’unico rimedio, non essendoci ospedali nelle vicinanze, è masticare tabacco. Sua figlia si è salvata così.

Dentro una capanna, una bambina molto bella studia su un libro la storia di Buddha in laotiano. Mi mostra il libro: in bianco e nero e con illustrazioni orrende. La scuola è aperta da ottobre a giugno, al momento è chiusa. Gli abitanti del villaggio costruiscono per il professore, che viene da Luang Prabang, una capanna per vivere. I bambini rimangono al villaggio, a studiare e giocare, fino ai 12 anni, poi vanno a lavorare e a 15 anni hanno già famiglia.

Ci mettiamo di nuovo in cammino. Diciamo “copra gnian” che vuol dire grazie.

Di nuovo la foresta.

Secondo la nostra guida ci sarebbero caprioli, orsi e scoiattoli, ma noi non vediamo niente, a parte ragni, insetti e zanzare.

Andiamo incontro al fiume “Mou Vai” che scende a valle.

Per le quattro termino le mie scorte d’acqua, proprio quando arriviamo al secondo villaggio Hoy Way (secondo mr. Lee vuol dire Torrente che gira), a 800 metri, di etnia hmong. La guida dice che i hmong si chiamano così perché vengono dalla Mongolia. In realtà non si sa ancora con certezza da quale luogo provengono, alcuni ritengono, in base alle leggende che li riguardano, che vengono da zone molto fredde, forse la Siberia o gli angoli più a nord del territorio cinese.

Qui vivono solo sei famiglie, 31 persone. Maiali, galline, anatre e caproni entrano ed escono dappertutto, in piena promiscuità, incuranti del pericolo aviaria.

La casa in cui abitiamo, di una zia di mr. Lee, è di paglia e legno; all’interno il letto, con sopra tappetini, ha una semplice intelaiatura di canne di bambù. Si spande un odore acre di fumo perché c’è un fuoco acceso in un angolo, che serve per cucinare e per riscaldare la capanna. In un altro angolo, in penombra, ci sono pacchi pieni di riso. All’esterno, sotto una tettoia di paglia, c’è una rimessa dove due uomini tagliano la legna.

I hmong sono di religione animista e credono che il “dio albero” abbia creato tutto. Non c’è modo di conoscere altre storie e leggende a causa dell’inglese approssimativo di mr. Lee.

Organizzano una grande festa a febbraio durante la quale uccidono una mucca e un maiale. Invitano tutti i vicini, mangiano e bevono lao whisky per una notte e un giorno senza mai dormire.

Tutti gli uomini cacciano. Il fratello di mr. Lee una volta ha cacciato una tigre, ma non ha venduto la pelle perché aveva paura della multa del governo visto che la tigre è una specie a rischio. Mr. Lee ha 18 fratelli, il padre si è sposato tre volte. Per quanto riguarda i rapporti familiari, uomini e donne si scelgono e si dividono in libertà.

La guida ci mostra dove lavarci all’esterno: un sistema di canalizzazione primitivo di acqua a caduta, fabbricato con canne di bambù tagliate a metà, a forma di semi tubo. Serve per tutto il villaggio e l’acqua esce a singhiozzo.

Una ragazzina molto bella, già madre e probabilmente nonna, si strizza i capelli in un’atmosfera bucolica. Quando la ragazza finisce di lavarsi prendo il suo posto dentro il recinto e mi lavo avvoltolando l’asciugamano attorno alla vita. Appena finisco, sulla via di casa, mi guardo attorno: argilla rossa che sfregola sotto i piedi, montagne e avvallamenti rugosi nel terreno spugnoso, con attorno la foresta. C’è puzza di sterco, un maiale piscia sull’argilla, le api ronzano ovunque.

Vado in giro a chiedere: “co mbe u li cha” che significa: “come ti chiami”. Gli abitanti del villaggio rispondono, io non capisco cosa dicono, ma loro si divertono e ridono quando provo a ripetere i loro nomi storpiandoli.

Gioco coi bambini del villaggio usando l’applicazione di photobooth dell’iPad. A un certo punto do loro l’Ipad e li guardo mentre si scattano selfie modificando i loro volti, deformandoli in vari modi, in fasci di luce, in diverse dimensioni. Si divertono un mondo perché non hanno mai visto niente del genere.

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I rumori sono primitivi: chiocciare, chicchirichì, suoni strazianti emessi dai caproni, grufolare di maiali che si allontanano spaventati. Gli animali non sono in comune, ci sono i recinti privati, ma vagano ovunque perché ogni famiglia ne possiede almeno uno, quindi di notte ogni bestia torna a casa propria, in caso contrario viene cacciata via.

Per le sei mangiamo riso e verdure cucinate da mr. Lee dentro un pentolone lurido, sulla brace accesa. Ci sediamo su minuscoli sgabelli di legno, la luce non filtra più tra le fessure della capanna. Al centro una specie di tavolinetto basso e rotondo, di ferro. Nella capanna bambini e adulti ci guardano curiosi perché non vedono spesso occidentali e sono incuriositi di noi, come noi siamo incuriositi di loro.

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Vado a letto presto, stanco, indossando una calzamaglia che mi copre tutto il corpo e infilandomi nel sacco a pelo di seta, sentendo ugualmente pulci ovunque, ma spero sia solo una impressione.

5 luglio 2014

GIANCARLO LUPO