AMENI INGANNI – LE TURBOLENZE DELLO SPIRITO

di ELOISA TROISI 

“θυμέ, θύμ᾽ ἀμηχάνοισι κήδεσιν κυκώμενε”

Animo, animo mio, turbato da pene che non si possono contrastare.

[Archiloco, VII secolo a.C.]

Uno dei requisiti imprescindibili per cui un verso possa essere assurto a patrimonio del genere umano è il suo valore universale ed atemporale, al di là di ogni concetto di tempo e di spazio. La natura umana, seppur dotata di inesauribile fantasia individuale, conosce un numero finito di luoghi da frequentare, tutti entro un mondo con due poli: è costretta quindi ad imbattersi, prima o poi, negli stessi ghiacciai.

I ghiacciai non mutano, non sanno sciogliersi. Atlanti di uomini piccoli ed immensi, portano su di sé con immensa dignità il peso di un’intera specie che, se si sciogliessero, crollerebbe all’istante.

Sono proprio le pene di cui parla Archiloco, primo grande lirico greco e pioniere del giambo, esperto conoscitore delle turbolenze dello spirito, a tenere unito il genere umano. Tormenti che attanagliano l’animo – ed è una traduzione semplicistica, ché la parola “thumòs” indica allo stesso tempo anima, soffio vitale, vita, animo, cuore, mente, coraggio – in maniera spontanea, senza possibilità di essere combattuti, perché ogni battaglia, ogni “máche”, sarebbe vana.

È questa pena universale, dotata di una Bellezza ammaliante e pericolosa, tramandata segretamente di generazione in generazione come una vergogna o una tara genetica di cui dire <<è nato con questa grandezza dentro, non è colpa sua>>, che Ettore Falzetti e Lucia Scaggiante hanno raccontato il ventidue febbraio al Nuovo Sala Gassman, nell’ultimo appuntamento diAmeni Inganni 4: “Le turbolenze dello spirito – Passioni e volontà di annientamento nella letteratura mittleuropea”, con Antonio Massimo, Federica Falzetti, Monia Cappello, Massimiliano Puddu, Alessandro Tagliani, Aurora De Paolis, Chiara Tranquilli, Federica Corda e Giulia Conte.

Secondo una struttura che accattiva e funziona, già collaudata negli anni, si susseguono sul palco personaggi diversi, apparentemente lontani, uniti da un fil rouge che non parla alla ragione, ma al cuore, non indicando alcuna strada giusta per sconfiggere il Minotauro, ma la via più naturale per lo smarrimento – per l’incanto di ritrovarsi, riscoprirsi uguali, fratelli e non figli di archetipi che potrebbero a torto sembrare autoritarie imposizioni che non ci appartengono.

Perché nostro è il tormento e nostra è la battaglia, assolutamente vana, che vi combattiamo.

Nostro è il titanismo dell’anima.

Nostro è il tormento di Tristano e di Isotta, indomite prede di una passione che travalica ogni volontà, ogni voluttà. Uniti da un desiderio di pace, finiscono per combattere contro la propria inclinazione per una vita intera, tra fughe, patetici tentativi di altrove ed inattesi ritorni. Come chi si cura e si danna allo stesso tempo, si amano e si fraintendono. E la loro storia è universale.

Nostro è il tormento di Gregor Samsa, svegliatosi disgustoso insetto, alieno al mondo, odioso alla sua stessa famiglia. La sua natura bestiale ed immonda emerge in un anonimo mattino lavorativo, quando Gregor si misura con la sua quotidianità, le sue responsabilità. A questo straniamento Gregor prova a rispondere con l’abitudine, la pratica del disagio. Eppure, è la sua famiglia – e, ancor più, il pressante senso di responsabilità che lo lega ai suoi cari – a rivelargli quanto sia inadatto alla vita. Quanto i violini continuino a suonare comunque, e non per lui. Quanto non sia possibile alcuno spazio per uno così diverso da precipitare nella vergogna l’intera famiglia. Quanto sia complicato amare qualcuno senza provarne pena, quanto sia assurdo ed ingiusto – quanto sia letale – essere scacciato da chi non comprende le naturali deviazioni da una vita tranquilla e produttiva.

Nostro è il tormento di Joseph Roth, cantore della finis Austriae, sonnambulo del sogno ormai scemato di un impero multietnico, di un afflato universale capace di annullare ogni differenza di lingua, religione e tradizione. Nostra è la pena di un uomo che avrebbe voluto morire quando quest’illusione di pace era ancora viva, quando l’orgoglio di un secolo ecumenico splendeva brillante anche fuori dalla Kapuzinergruft. Il suo profondo rammarico d’esser vivo, sopravvissuto alla fine dell’ideale attorno cui aveva incentrato realtà e menzogne della sua stessa identità, rischia di esser fraintesa come una forte voluntas moriendi. Eppure, è nel vigore di questo desiderio che s’afferma una pulsione vitale forte, testimonianza di un animo che soffre per la fine d’un mondo e l’avvento di un’epoca in cui non ha alcuna possibilità di riconoscimento. È lo smarrimento di ogni tramonto.

Lo sanno bene Kraus e Lec, iniziati dalle circostanze ad una satira amara, di breve consumo, che sa di cinismo, che ride del riso triste d’un pagliaccio ed è indispensabile per rispondere all’ipocrisia dei più, di quei tanti che vogliono così tanto il nostro bene da non esitare a portarcelo via.

Nostro è lo sgomento che ci assale e ci ingrigisce quando Joszef ci recapita la sua lettera ed il dolore bussa alla nostra porta, quando capiamo che non c’è più tempo.

Perché siamo arrivati troppo presto, o troppo tardi – poco importa – ma abbiamo perso la coincidenza.

Nostra è la disperata Bellezza con cui tentiamo di elevarci dallo stagno dei fantasmi, delle bassezze, di una vita e di una storia difficile. Nostra è la speranza che coltiviamo con poca fiducia, “lanciando faville contro i mostri”, in attesa di una dimensione all’altezza della nostra anima.

Nostra è la tensione estrema ad una dimensione più generosa, meno meschina, in cui la felicità sia effettivamente possibile ed assoluta, libera da compromessi e convenzioni. Una dimensione che riconosca la semplice tenerezza di una donna che accudisce dei bambini e che non sia così violenta da negare il valore sacro dei corpi in nome di un’assurda forma di amore senza carne, così cruenta da arginare gli slanci di un fiume impetuoso, che sta solo cercando di tornare alla foce. È per questo che il giovane Werther si uccide – non per Lottie – ché, a voler citare Cesare Pavese: “Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualsiasi amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla.”

Nostro è il latte della Bachmann, che sfiocca come a rispondere ai dolori del giovane Werther che il bianco sa essere panacea universale, infinita possibilità di amare e non sapere, non ricordare niente. Tornare innocenti, senza dimenticare nulla.

E ancora innegabilmente e scomodamente nostro è il bel casino fatto per amar di Brecht, paradigma della complessità e dell’illogicità con cui si conducono i rapporti umani, quando ogni concezione di giusto o di sbagliato si annulla inevitabilmente, in favore di un delicato equilibrio di passioni e rancori che è semplicistico ed ingiusto giudicare dall’esterno. Quella che potrebbe sembrare fanghiglia in cui annaspa un’anima incapace di amare si assurge invece ad esempio di sovranità del sentimento sopra le convenzioni – e le convinzioni – di tutti.

Ancora indecente, e assolutamente nostro, è il vetro che frappone Aschenbach tra sé e Tadzio, il fanciullo polacco dalla cui bellezza e gioventù diviene ossessionato. Insegue il ragazzo ovunque, non riuscendosi ad allontanare nonostante l’epidemia di colera abbia ridotto la città di Venezia ad un deserto lugubre. Il turbamento che prova questo uomo non ha nulla di infimo, e somiglia all’atavica nostalgia che ha sempre provato l’uomo per ciò che non ha mai vissuto. È una Bellezza che si rivela fatale, che fugge via e lascia in cambio ad Aschenbach i segni di una malattia. Dolce, luminosa, epifanica nel suo indicare la strada oltre l’orizzonte. Ma mortale.

Nostra è la rabbia con cui Medea ode il suo atroce dolore di madre orfana di figli, senza un aggettivo che la definisca, raccontato e distorto da una verità impossibile, venduta al modico prezzo di dodici talenti per scagionare i veri aguzzini. Nostro è il senso di colpa di un’anima che ha sacrificato quanto aveva di più caro ad un’idea di giustizia per non aver saputo mentire al cuore. Forse, è il titanismo dell’anima il vero “Αμάρτυμα” di cui si macchiano tutti i protagonisti delle tragedie greche. Il vero motivo per cui, alla fine, si muore – che si salga sul carro del Sole o si venga avvolti in un sudario, è poco importante. Sempre di martirio si tratta.

Insieme alla grandezza di questi titanici tumulti dell’anima, ci apparterranno sempre anche i patetismi in cui indulge l’animo grande, spesso oggetto d’interesse della psichiatria, che come una iena talvolta vi si avventa per suggerne gli indizi paradigmatici di come funzioni la misteriosa macchina alchemica che è la mente umana – ma questo sarà oggetto del prossimo appuntamento curato da Ettore Falzetti, “Oktor Freud e Mr Jung: storie d’amori, rancori e tradimenti tra due esploratori della psiche”, con Gino Saladini, venerdì due marzo alle ore 21 al Nuovo Sala Gassman.

E quindi ancora nostra è la pulsione vitale e a tratti vile con cui anche un’anima da vecchio immondo, rigido e tanto morigerato da compiacersi della sua fama di meschino ed intransigente despota, sa rispondere all’amore di una sciantosa – e, forse, lo cerca. Perché non esiste anima che sappia resistere alla tentazione di annientarsi in nome di un sentimento mai provato, a tratti patetico, ma assoluto. Non esiste anima invulnerabile alla Sehnsucht, all’idea di uno struggimento insanabile. Sembra parlare di Unrat, Gabriel García Márquez in “Memoria delle mie puttane tristi”, ed invece racconta di un critico colombiano novantenne irrimediabilmente vittima di un istinto sbagliato. Sembra parlare ad Unrat e a tutti noi, Màrquez, quando scrive:

_Attenzione, Professore, in quella casa ammazzano.

_Se è per amore non importa.

 

ELOISA TROISI