La Catalogna oggi. Osservazioni su alcuni punti di particolare interesse di Nuria Puig

Spazioliberoblog ha chiesto a Nuria Puig, sociologa e a lungo docente all’INEF di Catalogna, una riflessione sulle vicende catalane che nei mesi scorsi hanno suscitato emozione e interesse presso l’opinione pubblica italiana. La ringraziamo dello stimolante contributo che pubblichiamo con piacere. La traduzione italiana è di Andrea Barbaranelli.

La Catalogna oggi. Osservazioni su alcuni punti di particolare interesse di Nuria Puig

di NURIA PUIG ♦

Benché sia sociologa di professione, non mi sento in grado di dare una valutazione di tipo sociologico della situazione che stiamo vivendo attualmente in Catalogna, forse perché sono anche catalana. L’intensità delle emozioni che provo di fronte agli avvenimenti è talmente grande che mi risulta impossibile prendere le dovute distanze e fare un’analisi oggettiva di quanto succede.

Sono anche convinta che, in fondo, essere o no indipendentista è più un fatto di sentimento che una decisione razionale. Spieghiamo la nostra posizione con argomenti razionali, ma, alla base, c’è un modo di sentire che ci fa pendere più da una parte che dall’altra. Non so come si arrivi a ciò.

Per quel che mi riguarda personalmente, dopo qualche dubbio iniziale, ho aderito completamente al non indipendentismo. Sono catalana, ma anche spagnola, e vivo questa doppia identità comodamente e senza complessi.
2_mappaFatte queste precisazioni iniziali, desidero segnalare tre fenomeni che attirano in particolare la mia attenzione nel contesto di ciò che avviene attualmente in Catalogna.

Ci sarebbero da commentare e discutere mille altre cose, ma preferisco concentrarmi su questi tre punti: “viviamo come ai tempi di Franco”, il disinteresse o disamore per la Spagna e l’apparente ignoranza di ciò che è uno Stato di diritto.

“Viviamo come ai tempi di Franco”

Si sente dire con frequenza che ora in Catalogna si vive come ai tempi di Franco. Ci sono già state reazioni molto serie contro questa affermazione, e precisamente da parte di persone che soffrirono persecuzioni e carcere durante il franchismo. Ad ogni modo, non c’è che da leggere i sei eccellenti romanzi di Almudena Grandes pubblicati con il titolo inclusivo “Episodi di una guerra interminabile”, per rendersi conto della enorme ignoranza – e frivolezza – delle persone che fanno questa affermazione. Da parte mia, voglio riferire due episodi che non ho mai dimenticato.

Il 27 settembre del 1975, all’alba, furono fucilate in Spagna cinque persone, tre del Frente Revolucionario Antifascista y Patriota (FRAP) e due dell’ETA politico-militare. Franco, che sarebbe morto il 20 novembre di quello stesso anno, firmò sentenze di morte fino all’ultimo momento. In quello stesso giorno, io discussi la mia tesi di laurea. Non so se c’era il sole, perché nel mio ricordo tutto era grigio, dentro e fuori. Un mio amico arrivò disperato in Facoltà, con una poesia che Juan Paredes Manot (Txiki), uno dei fucilati, aveva scritto la notte prima. Il fucilato ci consolava dicendo: “Domani, quando morirò, non mi piangete. Non starò mai sottoterra, sono vento di libertà”.

L’11 settembre del 1977, più di un milione di persone manifestarono a Barcellona con la parola d’ordine “Llibertat, amnistia, Estatut d’autonomia”. 3_indipendentistiC’era ancora tutto da costruire, la Costituzione era in fase di elaborazione e si reclamava ciò che non si aveva. La polizia intervenne e sparò proiettili di gomma. Mio marito fu colpito da un proiettile vicino ad un occhio. Degli amici ci portarono immediatamente da un oculista privato loro amico e avemmo la gioia di sapere che c’era una ferita importante nello zigomo, ma che l’occhio non era stato danneggiato. Non ci sembrò prudente rivolgerci a un ospedale pubblico in cui avrebbe potuto essere registrato il nome della persona che aveva ricevuto in faccia la pallottola di gomma, né sporgere denuncia. Benché Franco fosse già morto, non era per niente chiaro che queste due iniziative garantissero la sicurezza di chi era stato danneggiato.

Quando durante il recente referendum del primo ottobre 2017 la polizia intervenne brutalmente e colpì molte persone, chi risultò danneggiato si rivolse ai servizi sanitari pubblici e, come è stabilito nel nostro ordinamento giuridico, presentò la denuncia corrispondente con totale legittimità e senza alcun rischio. Le reti sociali diedero informazioni dettagliate sulle procedure da seguire in merito a quanto accaduto e, al presente, anche se con più lentezza di quanto si vorrebbe, si stanno avviando le procedure per dar corso alle denunce presentate.

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In considerazione di tutto ciò, mi risulta molto difficile comprendere che ci possa essere ancora gente che si azzardi a dire che viviamo come ai tempi di Franco.

Disamore per la Spagna

Per una gran parte della popolazione catalana, la Spagna non esiste. Quando si parla di “paese” o di “noi”, si tratta sempre della Catalogna. Poco tempo fa, in un articolo di Cristian Segura, pubblicato da El País con il titolo “Vivere in Spagna ai margini della Spagna”, si diceva che “molti catalani vivono la loro vita quotidiana senza avere la sensazione di stare in Spagna. Non si tratta solo dei sostenitori dell’indipendenza: poche cose nella loro vita di tutti i giorni gli ricordano che condividono un ambito sociale e amministrativo con il resto degli spagnoli”. Praticamente, ci si rende conto di appartenere alla Spagna solo quando arriva il momento della dichiarazione dei redditi.
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C’è chi ha una posizione aggressiva o sprezzante. Tuttavia, questo non mi sembra importante. A mio modo di intendere, la cosa più rilevante è il disamore per la Spagna. Non c’è alcun tipo di adesione emotiva e la Spagna non esiste nelle coordinate mentali di molte persone in Catalogna.

C’è chi parla di indottrinamento nelle scuole per spiegare questo fenomeno. Non conosco la situazione per dare un giudizio nel merito, ma sono portata a pensare che il grande decentramento esistente possa esserne una delle ragioni. Cultura, salute, sport, servizi sociali, registro commerciale, turismo, giustizia… sono ambiti gestiti dalle comunità autonome. In Catalogna – e nel resto delle comunità – i problemi della vita quotidiana sono risolti dalla Generalitat, il governo autonomo. Non bisogna più andare a Madrid per tutta una serie di gestioni, come succedeva in passato.

Quando ho iniziato la mia vita professionale, era normale andare a Madrid tre o quattro volte all’anno (o anche di più). Il mio settore lavorativo sono state la docenza e la ricerca nel campo della sociologia dello sport. Ebbene, si andava frequentemente a Madrid per partecipare, per esempio, a un gruppo di lavoro su un censimento delle installazioni sportive per tutto il territorio spagnolo, per fornire delle consulenze al ministero in merito alla convocazione di progetti di ricerca, per prospettare l’organizzazione di un congresso, etc. A Madrid arrivavano persone procedenti da altri luoghi della Spagna e condividevamo interessi, entusiasmi, accordi e disaccordi. Tutto ciò contribuiva a creare una mappa mentale spagnola che ora, almeno in Catalogna, quasi non esiste.

Non so se succede lo stesso in altre regioni spagnole e in altri paesi con un livello di decentramento elevato quanto quello spagnolo. Direi che non succede in grado così estremo e, come notano molti, forse ciò che fa la differenza è il ruolo della TV3, la televisione pubblica catalana. Nei notiziari si dedica pochissima attenzione a temi spagnoli, tutte le carte geografiche e i dati mostrati (meteo, traffico, quote turistiche annuali…) sono soltanto della Catalogna, etc.4_prospagnoli

Non posso arrivare a nessuna conclusione. Posso solo segnalare che questo disamore o indifferenza è molto radicato e che può aiutare a spiegare l’aumento del sentimento indipendentista degli ultimi anni.

Ignoranza di ciò che è uno Stato di diritto

Uno Stato di diritto inizia ad esistere con l’approvazione di una Costituzione, su cui tutta la popolazione si esprime per mezzo di un referendum. Una volta accettata, inizia un lungo processo di consolidamento della Costituzione stessa che si attua con lo sviluppo delle leggi, la maturazione della società civile, l’apprendimento di norme di convivenza collettiva. Tutto ciò sulla base di una separazione dei poteri grazie alla quale gli abusi da parte di un potere possono essere neutralizzati dagli altri. Si tratta di una struttura complessa che va oltre le persone e permette che lo Stato, democraticamente costituito in rappresentanza di una comunità, si “difenda” dalle possibili minacce mettendo in gioco in modo coordinato le azioni della giustizia, del potere legislativo e di quello esecutivo.

Ebbene, mi colpisce davvero molto il fatto che ci siano tante persone che si sono mostrate sorprese dagli interventi dello Stato in risposta a diverse azioni compiute dai partiti indipendentisti nei mesi di settembre e ottobre del 2017. 5_cortesRicordo le più importanti: il 6 settembre, il Parlament di Catalogna, con una maggioranza indipendentista, approva la legge per la celebrazione del referendum sulla autodeterminazione, il giorno 7 approva la legge di transitorietà giuridica e di fondazione della Costituzione della Repubblica catalana, il primo ottobre si celebra il referendum e il 27 ottobre si fa una strana dichiarazione unilaterale di indipendenza (DUI) della Catalogna (in assenza dei rappresentanti dei partiti costituzionalisti).

Arrivati a questo punto, e dopo molti avvertimenti, la reazione dello Stato è stata molto rapida. Il Governo, dopo aver consultato il Senato, ha applicato in Catalogna l’articolo 155 della Costituzione, che significa la sospensione dell’autonomia; attualmente tutte le decisioni sono prese da responsabili del Governo centrale. Tutte le cariche del Govern sono state invalidate. (Quando si parla del “Govern” si intende quello della Generalitat della Catalogna). Da parte sua, il Tribunale Costituzionale ha annullato tutte le misure adottate nel Parlament, e l’Audiencia  Nacional e il Tribunal Supremo hanno decretato prigione preventiva (la pena più dura del codice penale) per vari membri del Govern e per i presidenti della Assamblea Nacional Catalana (ANC) e dell’Omnium Cultural, due organizzazioni che hanno avuto una parte importante in tutto il “processo”. Li si accusa di insurrezione, sedizione e malversazione. Alcuni di essi hanno già passato 100 giorni nel carcere ed altri sono fuggiti in Belgio per non finire anch’essi in prigione.

Non so come interpretare le dichiarazioni delle persone implicate nel “processo” che leggo da qualche tempo: “non ci aspettavamo una reazione tanto dura”, “se avessimo saputo che era illegale…”, “nessuno ci avvisò”, “volevamo solo forzare il dialogo col Governo”… Era così grande l’ignoranza e così scarsa la conoscenza dei meccanismi con cui agisce uno Stato di diritto? In ogni caso, doveva esserci qualche differenza fra le persone implicate, perché quelli che sono fuggiti in Belgio indubbiamente sapevano che il codice penale spagnolo è dei più rigorosi d’Europa, a differenza, fra gli altri, di quello del paese dove si sono rifugiati.

Inoltre, come se tutto ciò non fosse sufficientemente grave, si sta producendo un “legalismo esacerbato”, secondo le parole di Enric Juliana, il vicedirettore della Vanguardia. Quello che più si critica delle decisioni del giudice incaricato del caso è l’interpretazione che dà del delitto di insurrezione. Questo si applica ai delitti di sangue, a quelli in cui c’è un rischio di fuga, di distruzione di prove e di reiterazione del reato. Le persone incarcerate hanno ripetuto fino alla sazietà che non sarebbero tornate ad agire in modo unilaterale e, in alcuni casi, hanno perfino prospettato la rinuncia ad alcuni dei loro principi. Ciò non è servito a nulla, malgrado le molte critiche da parte di giudici esperti in questa tematica. La totale separazione del potere giudiziario dall’esecutivo è seriamente messa in dubbio.

Così, la risposta propria di uno Stato di diritto si è unita ad interpretazioni personali estremiste e alle serie deficienze del sistema giudiziario senza che, per il momento, si intravveda una soluzione. Frattanto, ci sono persone in fuga e incarcerate con grande sofferenza loro, delle loro famiglie e dei loro parenti ed amici. Ne valeva la pena?

NURIA PUIG