SULLE ORME DI SAM PECK – LAOS (PARTE – 1)

di GIANCARLO LUPO 

Alla scoperta dei Hmong, prima parte

Arrivo a Chiang Kong, nell’estremo nord della Thailandia, nel cuore del Triangolo d’Oro, a due passi dal confine birmano e da quello laotiano, un luogo segnato dalle fitte montagne in cui si sviluppa una delle maggiori produzioni al mondo di oppio.

Chiang Kong

Come al solito, evito i procacciatori di affari che mi propongono visti in brevissimo tempo e a poco denaro; passo sull’altra sponda del Mekong, fino a Huay Xai, una città di passaggio, deserta. Mattina presto, chiarore lattiginoso. Al porto, salgo su uno dei tradizionali barconi di legno noti come slow boat, togliendomi le scarpe. Il barcone ha due file per lato, con sedili di panno verde sbiadito e cuscinetto lacero, in fondo a poppa c’è un baretto e un bagno all’occidentale, sembra molto pulito.

 

L’imbarcazione, più lunga dei tradizionali sampan, procede lenta lungo il fiume, tra montagne lussureggianti, coperte da nebbia. viaggio mekong006Al centro del Mekong banchi di sabbia, spuntoni di roccia e gorghi; a tratti piove, a tratti c’è il sole, nella giungla e sul fiume. Incrociamo alcuni sampan e, nonostante l’imbarco di alcune persone, lo slow boat non si riempie del tutto.

Mentre i passeggeri sonnecchiano, si stendono e guardano il paesaggio, trascrivo il diario, mangio instant noodles e ascolto musica, con in sottofondo il rumorio costante del motore a benzina. Chiedo a un mozzo dove gettare la scatola di plastica dei noodles; indica il fiume dalle tinte verde marrone, come se fosse la cosa più normale del mondo. Lo guardo stupito e finisco col conservare la plastica in un sacchetto dentro lo zaino. Intanto, preoccupato per malaria e febbre gialla, comincio a spruzzarmi repellente antizanzare per tutto il corpo.

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I mozzi stipano alcuni scooter sotto il tendone della prua, iniziano a salire molti laotiani e pochi occidentali. Il rumore dei motori aumenta e la barca rulla lungo il fiume, sulle sponde vedo sampan ancorati e alcuni tempietti suggestivi battuti da una pioggia fitta e costante. A un certo punto sembra che da un lato del barcone ci sia un diluvio e dall’altro lato scampoli di cielo sereno.

In serata, al nostro arrivo a Pak Beng, una minuscola cittadina fluviale, nel porticciolo vedo tanti laotiani, ognuno con un cartello in mano, a svendere stanze a 5000 kip, all’incirca sei dollari. Pak BengAi lati della stradina sterrata in salita, guesthouse e ristoranti per turisti abbondano.

Prendo una stanza minuscola con un lettino e il bagno fuori. Di notte concerto di grilli e lucciole di foresta.

3 luglio 2014

 

Faccio colazione sulla veranda con vista sul Mekong, in lontananza colline ricoperte da foschia lattiginosa. viaggio mekong023Mentre scendo verso il porticciolo, sotto una pioggerellina insistente, vedo risalire verso il tempio principale monaci bambini, con le tuniche arancioni che cadono sulle loro spalle rachitiche. Gli uccelli cantano nel solito bianco e vaporoso mattino.

Sulla barca il tempo passa velocemente, le acque del Mekong sotto la pioggia sono verdastre come la pelle di un serpente. Sulle coste e sulle colline della giungla qualche villaggio qua e là; capre che brucano; arnesi da pesca in legno, messi a marcire in acqua.

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Una porzione di cielo, in lontananza all’orizzonte, è gonfia di nuvole e immerge tutto in una atmosfera irreale e gelatinosa. Invece sopra di noi c’è un azzurro cielo sereno e nuvole bianche.

A un certo punto, dopo un viaggio senza storia, con la faccia china a trascrivere il diario, ad ascoltare musica, a scambiare poche chiacchiere con gli altri occidentali (gli unici che conoscono l’inglese) e a leggere un libro, vedo apparire dietro l’ansa del fiume, Luang Prabang in tutta la sua bellezza.

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Appena sbarcato, con un tuc tuc arrivo in città, vedo una lunga serie di tradizionali case in legno laotiane, alternate a villette dell’epoca coloniale. Sulla via principale, Sisavangvong road, vedo un mercato improvvisato a cui partecipano con un semplice telo steso in terra moltissime donne che scendono dai loro villaggi nella montagna per vendere i loro prodotti oppure paccottiglia cinese: tessuti, quadretti, sculture, spille, berretti. La città non è ricca, ma le strade sono ben tenute e le abitazioni decorose, ci sono diversi templi (wat) con bonzi che vagano all’interno, un odore di incenso pervade l’aria, echeggiano i “dong” dalla Pagoda Sa Phi e una musica tibetano buddista, di campane e fiati, si diffonde in tutta la sua spiritualità. Ci sono oltre trenta templi, tutti visitabili.

Sempre sulla via principale c’è l’ufficio del Tiger Trail, un’agenzia di viaggio che si occupa di turismo eco-sostenibile, specializzata nell’organizzare trekking nel nord del Laos. I proventi vanno a sostenere le popolazioni locali. Scambio due chiacchiere con Michael, un attempato canadese che lavora in agenzia e leggo qualche informazione sul Pathet Lao, il movimento politico laotiano di ispirazione comunista nato nel 1950 e attualmente forza di governo. Il servizio segreto statunitense della CIA finanziò nel 1957 una forza di migliaia di guerriglieri anti-comunisti di etnia hmong guidati dal generale Vang Pao, che si insediarono sulle colline già occupate dal Pathet Lao. Successivamente altri hmong furono reclutati dalla Cia per “difendere il Laos contro gli attacchi dell’esercito Nord-Vietnamita e dei loro alleati del Pathet Lao.” Nel 1975 i guerriglieri del Pathet Lao riuscirono a rovesciare il regime monarchico di Savang Vatthana e istituirono la Repubblica Popolare Democratica, di cui Souphanouvong fu il primo Presidente. Il Pathet Lao dovette fronteggiare alcune violente azioni di guerriglia lanciate dall’etnia hmong, ancora oggi discriminata per essersi alleata con gli Stati Uniti negli anni ‘70. Molti villaggi hmong sono nascosti tra le montagne e domani ne visiterò alcuni, accompagnato da una guida locale che parla inglese.

Michael mi raccomanda di comprare una ventina di penne da donare ai bambini dei villaggi, il resto viene fornito da loro.

Ritorno su Sisavangvong road, un ingresso porta alla collina del Phou Si.

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È quasi l’ora del tramonto. Dopo aver percorso circa 300 scalini, immersi nel verde, arrivo in cima dove, a proteggere e custodire la collina, spicca lo stupa dorato del That Chomsi, con i suoi 24 metri di altezza. Dalla sommità del promontorio ammiro gli splendidi scorci panoramici sulla città. Da un lato scorre il fiume e al di là si vedono le foreste già intraviste dallo slow boat. Dall’altro lato una bruma arancione si stende sopra la città, meno caotica di tutte le altre città viste in Asia.

Vedo un giovane occidentale parlare a voce bassa e sacrale con una coppia di laotiani. Origlio superficialità new age, mascherate da discorsi filosofici.

Quando affronto i 300 scalini in discesa è già buio. Dalle 17 alle 22, centinaia di venditori di artigianato espongono i loro prodotti fatti a mano nella via principale, affianco al palazzo Reale. Il mercato è molto popolare tra i turisti, ma qui, a differenza di tante altre città dell’Asia, i venditori non sono per niente insistenti. Passeggio serenamente e osservo le piccole opere d’artigianato offerte dai laotiani: foulard di seta, coperte ricamate a mano dalle popolazioni hmong, magliette, borse, bigiotteria, ceramiche, quadri e lampade di bambù.

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Verso le 7 e 30 mangio un piatto di riso, verdure e pollo a 10000 kip, circa un dollaro.

Dopo continuo a passeggiare per i lati poco illuminati, ma all’apparenza sicuri della città, dove vedo alcuni ristoranti e pub molto belli. Imparo a dire Baw pen nyǎng in laotiano, che significa “non ci sono problemi.”

4 luglio 2014

GIANCARLO LUPO