CONTRADDIZIONI O IMBROGLI, MA FORSE E’ SOLO UN PREZZO

di LUCIANO DAMIANI 

Leggi, trattati, regolamenti e delibere spesso nascondono la mela bacata, magari sotto una cassetta di frutta buona, bella, liscia e lucida. Come per gli articoli di stampa capita che il titolo dica una cosa ma, se poi ti metti a leggerlo ti avvedi che il contenuto è tutt’altra cosa. Pare essere una “regola” della comunicazione, l’importante è dare l’idea che….. Così per gli articoli di giornali come per i titoli delle leggi ecc..  Già solo limitandosi all’attualità di questi ultimi tempi, tralasciando le promesse elettorali cui nessuno più da credito, ci sono numerosi casi di discrasia fra titoli e contenuti o parte di essi. Capita a volte, ma è più raro, che il contenuto sia, per alcuni versi migliore del titolo. Ad esempio la legge sullo “Ius soli”, leggendola appare, diversa e migliore, a mio avviso, di ciò che promette il titolo così come lo conosciamo. Ci sono anche casi nei quali il titolo evoca qualcosa di “etico”, ma basta approfondire un poco per comprendere che l’etica che ti aspetteresti e che in qualche modo il titolo evoca, proprio non c’entra. Per molti ad esempio il “tasso usurario” è quell’interesse, passato il quale, assume l’aspetto di qualcosa di indecente strozzinaggio. Ma così non è poiché il “tasso usurario” è identificato da una media dei tassi presenti nel mercato finanziario. Tanto è legato al mercato che l’Art. 2 della legge 108 del 96 “disposizioni in materia di usura” recita:

“ART. 2.
1. Il Ministro del tesoro, sentiti la Banca  d’Italia  e  l’Ufficio italiano dei cambi, rileva trimestralmente il tasso effettivo globale medio, comprensivo  di commissioni,  di  remunerazioni  a  qualsiasi titolo e spese, escluse quelle per imposte e tasse, riferito ad anno, degli  interessi  praticati  dalle  banche   e   dagli   intermediari finanziari………….“
E’ talmente disatteso il comune senso etico che si da al termine “usura”, che la congruità rispetto al mercato viene verificata ogni 3 mesi.
Dare una occhiata alle tabelle per le varie tipologie di prestito, potrebbe sorprendere. Ma meglio uscire dall’ambito bancario, il rischio di perdersi nel buco senza fondo delle mistificazioni e troppo forte, meglio uscirne.

Restiamo in superficie, sulla terra che produce il cibo che mangiamo. Dalla notte dei tempi nostra madre terra ci ha nutrito, ma pare che oggi soffra di qualche problema.
Il mercato globale e i vari accordi internazionali che si sono susseguiti nel tempo, stanno mettendo a dura prova gran parte dell’agricoltura italiana e del tessuto sociale che rappresenta, alcuni casi rasentano l’assurdità. Ad esempio importiamo arance dal Nord Africa e mandiamo al macero quelle prodotte in Sicilia, per non dire dei pomodori pachino prodotti in Camerun e venduti sui banchi di un supermercato appunto di Pachino. Che l’agricoltura italiana non possa reggere la concorrenza dei paesi emergenti è a tutti ovvio, ma ce lo dovrebbero dire chiaramente. Insomma… allora ditecelo! Il mercato globale con differenti regole più che favorire la ricchezza di molti e la povertà per pochi, favorisce la ricchezza per pochi e povertà per molti.
Invece no, occorre che la verità venga mistificata, come ad esempio la questione sul grano insufficiente e di scarsa qualità, tesi sostenuta da un “promotore della qualità del cibo italico”, il patron di Eataly. Allora uno approfondisce e si imbatte in incentivi comunitari a “convertire i seminativi in pascolo perenne”. Difficile da credere ma c’è chi viene pagato per non coltivare più grano e simili, per lasciare incolto il terreno.
Nell’anno appena passato la Regione Sicilia emette un bando dal titolo:

“REG.UE 1305/13 – PROGRAMMA DI SVILUPPO RURALE 2014 – 2020 MISURA 10 “Pagamenti agro-climatico-ambientali”
Sottomisura 10.1 “Pagamento per impegni agro-climatico-ambientali” Operazione 10.1.c “Conversione e mantenimento dei seminativi in pascoli permanenti”.

In questo bando si regola l’attribuzione di finanziamenti agli agricoltori che decidono di abbandonare per sempre le coltivazioni lasciando il terreno a “pascolo permanente”, eppure stiamo parlando di “PROGRAMMA DI SVILUPPO RURALE”. Che sviluppo ci possa essere nell’abbandono di coltivazioni primarie come il grano ed altri seminativi, è difficile da capire. Ma leggendo poi il testo, ti rendi conto che più che “difficile da capire” è difficile da credere. Lascia a dir poco perplessi la lettura dell’art. 2 nel quale si legge:

“L’operazione 10.1.c “Conversione e mantenimento dei seminativi in pascoli permanenti” è indirizzata ad incentivare gli agricoltori a tutelare la biodiversità  attraverso la riduzione delle superfici coltivate a seminativo convertendole in pascoli permanenti e conseguentemente ridurre l’impatto negativo del sistema agricolo sulla flora e la fauna spontanee ed a migliorare la risorsa suolo.”
Mi verrebbe da dire.. “quale biodiversità?” Forse la tipica cicoria sicula? Qualcuno ha deciso che non si deve produrre grano? Del resto le cronache di questi tempi raccontano che i coltivatori sardi di grano duro Cappelli, non possono vendere il loro grano per una questione di diritti che qualcuno ha acquisito. Tornando al bando c’è da dire che si tratta di 5 milioni di euro anno per un totale di 35 milioni per tutta la durata dell’operazione.
Ma il dubbio sorge spontaneo, direbbe qualcuno, possibile mai che misure europee per lo “SVILUPPO RURALE” prevedano l’abbandono delle terre e la chiusura di aziende? Non resta che andare a leggere il regolamento europeo di riferimento.
Per quanto l’abbia letto non ho trovato alcunché che potesse giustificare la conversione in pascolo. Che certamente sarà pure lecita, visto che è stata approvata dalla UE: l’ultima versione del programma siciliano è stata approvata con “decisione n. (CE) C (2016) 8969 del 20/ 12/2016.”
Ciò non toglie che nel regolamento si legge di misure per migliorare le aziende, trasformare coltivazioni ed allevamenti a metodologie bio, attività a tutela del patrimoni boschivo e delle acque, miglioramento della redditività e sostenibilità ambientale e così via. Tutte operazioni mirate a migliorare le condizioni degli agricoltori, delle aziende e del territorio in senso lato. Non si leggono misure mirate a ridurre o dismettere colture, evidentemente non lo si considera utile ai fini dello “sviluppo rurale”. L’abbandono non pare proprio uno “sviluppo”.

Fra le considerazioni del regolamento europeo si legge:

“Al fine di garantire lo sviluppo sostenibile delle zone rurali, è necessario concentrarsi su un numero limitato di obiettivi essenziali, concernenti il trasferimento di co­noscenze e l’innovazione nel settore agricolo, forestale e nelle zone rurali, potenziare in tutte le regioni la reddi­ tività delle aziende agricole e la competitività dell’agricol­tura in tutte le sue forme e promuovere tecnologie inno­ vative per le aziende agricole e la gestione sostenibile delle foreste, l’organizzazione della filiera agroalimentare, compresa la trasformazione e la commercializzazione di prodotti agricoli, il benessere degli animali, la gestione dei rischi inerenti all’agricoltura, la salvaguardia, il ripri­stino e la valorizzazione degli ecosistemi connessi all’agri­coltura e alle foreste, la promozione dell’uso efficiente delle risorse e il passaggio a un’economia a basse emis­sioni di carbonio nel settore agroalimentare e forestale, nonché l’inclusione sociale, la riduzione della povertà e lo sviluppo economico nelle zone rurali.“

Ecco dunque che lo “sviluppo” raccontato dal titolo è in realtà dismissione ed abbandono. Quando qualcuno vi dirà che siamo costretti ad importare il grano dal Canada o dall’Ucraina, ditegli che i nostri coltivatori hanno preso soldi europei per abbandonare i campi. Del resto mi pare anche giusto, meglio prendere danari per non far nulla che coltivare il grano e tenerlo stoccato perché non lo venderai mai visto che continua ad arrivare grano “straniero” a un costo impossibile per i coltivatori italiani.

Ho colto l’occasione per porre qualche domanda a chi ben conosce i fatti dell’agricoltura, il dott. Bruno Lucio Damiani, che ha ricoperto le cariche di Presidente  Unione  Nazionale dei Frantoiani – Confindustria e Vice Presidente Prov. Confindustria di Capitanata sezione olearia e vinicola, resp, Federindustria Puglia all’Export e Federalimentare.

D) Un tempo Le Puglie erano considerate il granaio d’Italia. Ora la concorrenza estera pare stia mettendo in ginocchio anche il grano duro pugliese. E’ ancora vero che è il “granaio d’Italia?”

R)  Abbiamo terreni seminativi di quantità interessanti, non più come prima, ai tempi in cui i grossi gruppi di mugnai e pastifici più grossi d’Italia avevano nella Capitanata un loro stabilimento. Oggi molte grandi aziende hanno preferito piantare pomodori, la Capitanata è diventata la più grande produttrice di pomodori d’Europa. Per darvi un ‘idea dell’antieconomicità delle produzioni di cereali in capitanata considerate che i coltivatori spendono 400 euro circa per ettaro a fronte di un probabile ricavo, clima permettendo,  di 20 Euro per ql di grano che oggi quota meno di 20 euro. I conti non tornano resta solo l’integrazione CE, considerato che la si può avere anche senza seminare  ecco spiegato l’abbandono del seminativo e la conversione a pomodoro dove la raccolta si paga agli extracomunitari solo max 2 euro a cassa raccolta.

D) La sua azienda opera in Capitanata, zona tipicamente votata a grano, uva ed anche olio, quanto e come il mercato globale e gli accordi economici hanno cambiato la produzione della regione e lo stato delle aziende agricole e del proprio personale?

R) Certamente l’internazionalizzazione, alla quale le ns aziende per dimensione e cultura o tradizione non erano ancora pronte, ha comportato degli sconvolgimenti ancora da superare, infatti, ritengo che non abbiamo saputo difenderci adeguatamente dagli attacchi dei paesi del Sud America, tipo Cile ed Argentina in particolare  per la frutta, Dai Paesi Asiartici, Cina, India, Corea  Israele  Egitto Iran, per i pomodori semilavorati e gli ortaggi freschi, Dai Paesi Africani o mediterranei  Tiunisia, Libia, Turchia  per olive, olio, frutta ed ortaggi. Paesi che grazie ad accordi economici possono tranquillamente esportare in Italia prodotti a basso prezzo senza dazi e spesso di scarsa qualità, con il bene placito dei ns governi che risolvono i problemi politici internazionali sia quelli economici interni e cosi sperano di calmierare la marea di cittadini che devono affrontare la vita con 600 euro al mese e non possono frequentare i supermercati nazionali o le gastronomie ma devono approvigionarsi dei discount o nella GDO estera tipo Penny , Eurospin, Lidl etc., acquistando prodotti importati a basso prezzo tralasciando le produzioni nazionali  ed   arricchendo la  Germania o i paesi bassi e si sostituiscono le orecchiette alle cime di rape con wurstell hamburger e patatine. La ns Azienda opera  ancora in Capitanata, primo perché non ha voluto tradire i propri fornitori secolari affezionati che la sostengono anche con l’autofinanziamento, che ci ha permesso di sopravvivere fino ad oggi, considerato che il sistema bancario qui non ha mai funzionato ed in alternativa ci sono solo gli usurai molto bene organizzati e presenti. Però avendo rilevato che l’età media dei ns fornitori è abbastanza elevata, stiamo valutando di spostare gli impianti unitamente a personale qualificato,  in Grecia o Canarie per poter produrre a bassi costi come già fanno le aziende tedesche e del nord Europa o i grandi gruppi Italiani tipo  Ferrero etc. e continuare a produrre “Made in Italy” con materia prima prodotta all’estero. Nel pieno rispetto della normativa CE Certo  fino a qualche hanno fa c’è stata la fuga dai campi e l’abbandono delle campagne, qui tutti i poderi ONC “Opera Nazionale Combattenti”, creati dalla riforma di Mussolini ed affidati alle famiglie povere di ex combattenti e reduci del Veneto. Friuli, Emilia e Trentino Alto Adige, ora sono abbandonati e fatiscenti ed occupati da extracomunitari  che vengono per effettuare quei lavori sottopagati in Agricoltura  che i ns contadini non vogliono più fare.

D) Di questi tempi si è fatto un gran parlare dello sfruttamento più o meno legale dei migranti come braccianti nei campi pugliesi, la domanda è: l’agricoltura pugliese può fare a meno di mano d’opera a così basso costo?

R) Credo di essere già stato esaustivo. Aggiungo: ora che i ns braccianti, che fino ad oggi preferivano stare a casa a godersi la disoccupazione ed operare nel sommerso  tra un sussidio e l’altro, oggi, dicevo, vorrebbero ritornare ad occuparsi delle terre ma i loro posti sono stati occupati dagli extracomunitari e mentre la gente di colore è destinata ai lavori neri e scarsamente remunerati, raccolta di rifiuti, pomodori  o allevamenti  gli immigrati dell’ europa dell’est  o gli africani  del mediterraneo, quando non rubano o stuprano, si specializzano  in agricoltura e sono molto richiesti come potatori, giardinieri  etc.  e gli italiani si calano il passamontagna e si dedicano ai bancomat o al contrabbando.

D) Si dice che la “qualità” è la via per la quale l’agricoltura italiano può ritrovare un suo spazio, secondo lei, è una via credibile o le produzioni di qualità sono destinate, stanti gli attuali rapporti commerciali,  a vivere di un mercato di nicchia senza incidere quindi sul globale del mondo agricolo italiano e pugliese in particolare?

R) Certamente non si può pretendere di fare anche grandi fatturati con i prodotti di qualità elevata, ma è l’unico distinguo che ci rimane per  contrastare la concorrenza unitamente alle ns bellezze paesaggistiche storiche e culturali  che il resto del mondo ci invidia. Certamente è necessario promuovere le ns specialità enogastronomiche  unitamente ai luoghi incantevoli dove le si producono. Una sola parola: sinergia tra turismo agroindustria e cultura. Itinerari enogastronomici-religiosi.storici-culturali, è questo il vero valore aggiunto dei ns prodotti. Certamente all’estero  si scoprira’ che l’olio extra vergine di oliva per il 50 % di tutta l’Europa à prodotto in Puglia e non in Umbria, Marche, Lazio Toscana o Liguria ne tantomeno a Brsiiighella o sul Garda, zone che sia pur terremotate e/o inondate producevano una super produzione di olive acquistate in Puglia a nero, Renzi permettendo. Cosi come il pomodoro campano è prodotto in Puglia ed il 50% delle produzioni vinose italiane provengono dalla Provincia Pugliese della BAT e spesso sono vinificate uve da mensa invece che da Vino, rilevato che qui, nella valle dell’Ofanto   si producono da sempre enormi quantità di uva da mensa oltre 600-700 ql  per Ha si, proprio qui nell’ex Granaio d’Europa, la food Valley d’Europa dove si producono anche il 70 % dei prodotti surgelati da ortaggi  e verdure  commercializzati in Europa  e le pesche migliori presenti su tutte le piazze italiane. Solo che per anni abbiamo prodotto a marchio altrui, abbiamo lavorato nel modo ignoto dei conto terzisti, per cui è difficile dopo anni di letargo provare ai consumatori che il vino moscato si produceva in puglia e non in Piemonte, ed il prosecco come il merlot era fatto qui da noi o la Flli Polli o la Sacla’ o la Ponti o la Orogel  la Nestle’ la Knorr, La Van der Berg, la Granarolo, La Ferrero il Tavernello Caviro, Barilla, Buitoni, etc,, è qui che acquistano e trasformano i loro prodotti a marchio.

D) Dal punto di vista sociale, le politiche agricole e di mercato cosa stanno comportando?

R) Le decisioni della CE Hanno offerto delle opportunita’ mal sfruttate per l’incapacità di chi avrebbe dovuto programmare e consigliarci. Molte leve sono state offerte ma il mondo agricolo qui non si è saputo sollevare. le colpe? : (leggasi contributi non sfruttati e resi  alla CE) Lo  si   chieda alla Boschi e ai sindacati del settore agricolo, il sistema bancario anche qui è marcio  e usuraio,   Infatti la CE  ci ha erogato i contributi per ampliare e rinnovare le industrie  che fino a quel momento erano un valido volano per l’Economia Nazionale, anche se di dimensioni artigianali e forse la vera forza era proprio quello,  ed una volta acquistati ed istallati i macchinari, prodotti al nord  con l’iva al 22 %  siamo diventati piccole industrie  ed abbiamo dovuto affrontare problematiche che non ci avevano riguardato prima di allora  e, per di più siamo usciti in parte del sommerso indebitandoci e dopo aver perso la liquidità  ci siamo rovinati e per di più con il fisco ed Equitalia addosso a distruggerci.  Ci mancavano i soldi per andare a regime o acquistare le scorte e pagare i dipendenti.  Da qui le insolvenze  con l’Equitalia in agguato. ed i soldi erogati per gli investimenti sono serviti, prima all’erario che ha introitato l’I.V.A. inoltre, anche se con scarsi risultati, a ridurre i debiti  verso gli Istituti di credito e le esattorie locali  o regionali  come le  banche  popolar, la Cassa di Rispamio di Puglia. Il Banco del Salento ex 121 il Banco di Napoli, La Comit  etc.  Cioè si sono utilizzati per le sofferenze  del sistema Bancario Privato   con l’assenso della Magistratura  che ha dimenticato di indagare. Quindi ha perso la CE ha perso  il territorio, ha perso l’impatto occupazionale. Hanno perso gli imprenditori e chi ha beneficiato è stato il solo sistema Bancario e le compagnie di  assicurazione e gli esattori –Oggi il territorio è pieno di cattedrali nel deserto abbandonate o riacquistate alle aste giudiziarie dai soliti ignoti imprenditori a prezzi ridicoli ed utilizzate per il riciclaggio di denaro  o la gestione dei rifiuti pericolosi, il nuovo business del ns territorio E noi siamo rimasti soli in mano agli usurai  e la G.d.F. però uscendo allo scoperto avevamo fornito i numeri che non avevano mai scoperto o conosciuto sul fatturato reale dell’agroindustria, che è poi il risultato che si prefiggono ogni volta che parlano di aiuti e contributi. Certamente se ci fossimo organizzati in tempo ed oggi fossimo in gradi di camminare da soli. Uscire dall’Euro sarebbe auspicabile, ma e’ prematuro ed aleatorio farlo ora e per di più senza una classe politica preparata. Impariamo dagli anglosassoni, era necessario conservare la propria moneta debole  ma che ci consentiva grossi fatturati export che oggi un cambio più favorevole ci impedisce. A beneficio della concorrenza straniera di cui ho già detto.

Una rappresentazione evidentemente forte della realtà ma che tocca probabilmente tutti gli aspetti peculiari di un mondo agricolo sotto stress e probabilmente piuttosto sconosciuto ai più. Anche il fenomeno dei furti di prodotti agricoli sui campi è in aumento.

Si dirà che tutto ciò è un “prezzo da pagare”, ma almeno che non ci si prenda per i fondelli, lo si dica chiaramente. EXPO 2015 serviva anche per promuovere il made in Italy agroalimentare ma poi lo si pone in concorrenze impossibili e lo si strozza con un sistema finanziario e sociale che rende tutto più difficile.
Sarà un prezzo da pagare anche l’autorizzazione all’uso del Glifosato sebbene il Parlamento Europeo ne abbia chiesto un fermo STOP? Mettiamo che lo sia, ma il prezzo da pagare a chi e per cosa? Pensar male è lecito, specie quando i titoli non rispecchiano i contenuti, e non parlo di articoli di stampa. Suona bene “Misure per lo sviluppo rurale”, tanto poi.. chi è che va a leggere?

La mistificazione nella cosa pubblica è, purtroppo, una abitudine, anche dalle parti di casa nostra. Ci si loda e sbroda per la prossima apertura dell’Hospice Oncologico, ma nulla si è fatto per attaccare le cause della quantità di malattie oncologiche di questo territorio. Si è brindato ad una legge sull’acqua pubblica votata alla unanimità ma poi si è agito in tutt’altra direzione. Così per la legge sulla vendita dei prodotti a km. 0, gran bella legge, ma manca la definizione del “km. 0” e chissà se mai ci sarà. Insomma che si tratti di casa a nostra o della UE…  ben poco è oro di ciò che luccica.

LUCIANO DAMIANI
Riferimenti:
Bando Pubblico della Regione Sicilia per la conversione in pascolo perenne dei campi seminativi:
http://www.psrsicilia.it/Allegati/Bandi/Misura10/Misura%2010%20-%20Bando%20Operazione%2010.1.c.pdf
REGOLAMENTO (UE) N. 1305/2013 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 17 dicembre 2013
sul sostegno allo sviluppo rurale da parte del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR) e che abroga il regolamento (CE) n. 1698/2005 del Consiglio:
http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32013R1305&from=it