FLATLINERS

a cura di PIERO PACCHIAROTTI 
ITFF grazie alla preziosa collaborazione con “Recensioni FILM”  presenta la recensione del film:        FLATLINERS
Written by MACHINEGUNB
Copertina

Questo film ai miei occhi parte già svantaggiato per il semplice fatto che si tratta di un remake, e non di un remake qualunque ma di un capolavoro del 1990 firmato Joel Schumacher, “Esagerata” direte voi, forse si, ma io adoro Schumacher, e si, a volte è pomposo e ridondante ma quando si muove nel suo universo dai toni cupi, scuri, gotici e un po’ teen, beh, lì non sbaglia mai. Alzo le mani e ammetto che mi sono piaciuti pure i suoi plasticosissimi Batman, il ragazzo gioca con le possibilità del cinema fino all’eccesso e questo a me piace. Le buone parole però le ho anche per il regista di Flatliners 2017, Niels Arden Oplev, il suo Uomini che Odiano le Donne (2009), fu davvero riuscitissimo.

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Ma veniamo al film; cinque studenti di medicina, decisi a studiare cosa accade al cervello durante gli ultimi istanti di vita, si arrestano i battiti a vicenda per poi rianimarsi dopo qualche minuto. Trama sciocca di ieri e trama sciocca di oggi, solamente che ieri era tenuta in piedi dal già menzionato Schumacher e da una squadra di attori del calibro di Julia Roberts, Kevin Bacon, Kiefer Sutherland, William Baldwin ed Oliver Platt. Oggi il team di attori è debole, il film è corale ma il personaggio di punta è quello di Courtney/Ellen Page, in questa sua performance non c’è spazio per il suo solito e vincente sarcasmo, c’è solo una ragazza che prova a fare la dura e nasconde male le sue debolezze, anche allo spettatore, quando sarebbe il momento di farlo, non ci mostra adeguatamente il suo dolore e il film ne risente non poco, manca totalmente di profondità.

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Gli altri? Non pervenuti, insignificanti! Arden Oplev da il meglio di se quando ricostruisce e mette in scena i viaggi che le menti dei protagonisti compiono durante le esperienze di quasi morte, anche le visioni e le suggestioni che li tormentano poi nella loro quotidianità sono molto intensi ed efficaci e, a tratti, riescono anche a spaventare ma la forza del film si ferma a queste trovate visive, interrotte troppo spesso da festicciole, bevute, musicacce, momenti di collettività dei ragazzi e siparietti amorosi che sono decisamente di troppo.

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Il film di Schumacher era contaminato da un’atmosfera di incubo continua, da uno stato di ansia e di paura che non abbandonava mai i protagonisti, il tunnel in cui erano entrati con l’avvio di questo esperimento era senza uscita e quest’oscurità, mentale e non, era la vera forza della pellicola del 1990, il suo coraggio di esplorare fino in fondo le tenebre. Per quanto mi riguarda l’esperimento è dunque fallito, per non parlare della rapidità della conclusione, la fine qui è molto superficiale, sbrigativa e dai toni volemose-bene, direi quasi inconcludente, insomma per crescere e migliorarsi non bastano un paio di viaggi, delle esperienze, delle buone letture e del duro lavoro? No? Dobbiamo proprio spingerci dove si sono spinti i protagonisti?

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Questo film paga il prezzo del tempo che abita e se nel 1990 le tenebre si esploravano per bramosia, per ribellione, per protesta e un po’ per follia, oggi, nel 2017 (ad eccezione della protagonista, che è l’unica ad avere una buona ragione) si esplorano per noia, per competitività e per ricordarsi un paio di nozioni in più senza sforzi. Triste, vuoto ed inconcludente, meglio recuperare quello vecchio!
MACHINEGUNB