Sulla necessità di una politica femminista

di VALENTINA DI GENNARO 

Il dibattito politico cittadino degli ultimi mesi, soprattutto a sinistra, ha riportato  al pettine, tra i molti nodi irrisolti, anche quello del rapporto tra politica locale e femminismo.

Non fosse altro per la sua totale assenza di questa tematica all’ordine del giorno.

Credo sia innegabile, e sotto gli occhi di tutti, che stiamo assistendo per lo più ad una maschia competizione.

Nonostante la diffusa presenza delle donne in molti ambiti della vita pubblica cittadina, e anche della politica nazionale, in un modo inedito nella storia dell’umanità, il panorama cittadino non sembra esserne permeato.

Il concetto su cui mi vorrei soffermare quindi è questo:  le donne cambiano il punto di vista, e non solo perché sono tante e visibili, anche in contesti culturali diversissimi,  ma perché possono cambiare l’idea di politica e la partecipazione alla politica locale.

In altre parole: c’è un nesso importante tra queste fratture insanabili, tra la sinistra e il suo popolo e  la necessità di ripensare il discorso sulla politica da parte delle donne.

Due osservazioni sul primo punto, cioè che le donne cambiano il punto di vista.

La libertà delle donne si realizza nel rapporto con l’altro, attraversa il limite e aspira a costruire rete.

Una piccola divagazione autobiografica, che forse aiuta a capire.

La mia formazione e i primi anni della mia militanza politica non sono state comtaminate dal femminismo, era infatti qualcosa di distante, di nicchia, un emendamento ad un congresso, un ordine del giorno di un consiglio comunale, non pensavo, sbagliando, alla sua capacià di essere interstiziale.

Poi l’incontro con la cooperativa sociale BeFree e il corso per diventare Operatrice Anti violenza. Ho conosciuto con molte donne che si approcciano alla tematica della violenza alle donne non in termini assistenzialisti, ma in termini “politici.

Ovvero del come le donne non siano vittime, ognuna, di una storia sfortunata, ma sopravvissute ad un fenomeno sociale e storicamente radicato.

Con un nuovo modo di affrontare anche le discussioni più profonde e controverse, quello tipicamente femminista, del partire da sé,  finalmente scoprivo  che cosa poteva essere la politica.

Un fare che è potentemente pubblico, perfino quando accade nelle nostre case. Questo è politica.

La recentissima ondata di denunce su molestie subite, come meglio di me ha detto Lea Melandri su Repubblica, non mi appassiona, credo che abbia contribuito a fare molta confusione e che si sia sottratta a quella pratica che secondo me imprescindibile e fondamentale, quella di misurarsi e parlarne con altre donne, con un contraddittorio femminile.

I racconti della violenza sulle donne toccano sempre delle corde dentro l’anima di ogni donna che si riscopre sorella.

Le donne già anni fa hanno invaso  lo spazio pubblico come soggetti inediti nella storia.

E oggi non si può affrontare alcuna politica se non la si pensa a misura di quei soggetti complessi che sono le donne.

“Le donne sono soggetti politici che vengono al mondo con una pratica politica nuova che ha come ragion d’essere la ricerca di libertà tra sé e nel mondo, una libertà non conclusa, ma dinamica, in divenire, volendo mantenere viva e aperta una complessità che diventi paradigma.”

“Dobbiamo certamente cambiare la cultura politica” quante volte ce lo siamo ripetute in  tutte le occasioni nelle quali si è discusso e provato a dare una risposta alla domanda sul perché la politica istituzionale è così ostile alle donne.

Credo che la sfida si giochi a questo punto soprattutto a livello locale  sulla ricerca attiva di nuovi nessi e risignificazione delle numerose espressioni politiche di base.

Come hanno sottolineato recentemente in un manifesto congiunto le sindache di tre grandi città europee, Ada Colau, Manuela Carmena e Anne Hidalgo (Barcellona, Madrid, Parigi), siamo di fronte a un cambio epocale ed è in queste comunità che si manifesta capacità di cooperazione e innovazione.

Chi ha potuto vedere il dibattito televisivo recentissimo tra Ada Colau e Manuela Carmena, sindache di Barcellona e Madrid, rorro sui fatti di cronaca che le hanno riportate alla ribalta in queste settimane, avrà notato quanta passione politica, quanto rispetto, quanta volontà di riconoscersi a vicenda.

Come ha avuto modo di dire Giacomo Negri, mi colpiscono la compostezza, la naturalezza e l’autorevolezza con cui riescono a dialogare, a tracciare una strada di ragionevolezza e rispetto per le idee altrui, con cui sanno farsi carico di quel ruolo di guida che deve avere una politica progressista e liberale: le loro idee sono probabilmente minoritarie, ma hanno la forza di provare a cambiare l’esistente.

Immaginare e desiderare di poter agire politica nella propria vita è un sentimento emergente e diffuso: e una politica viva non può che raccogliere questa sfida.

Imparando dalle donne: è possibile fare la spola tra necessità e libertà, smuove più cose l’autocoscienza del pensiero critico, l’azione più che la reazione, il conflitto relazionale più che la guerra di annientamento del nemico.

Le due sindache, anche di generazioni diverse, ci hanno mostrato un quadro così lontano dagli haters nostrani della rete, posizioni minoritarie che cercavano una soluzione, che forse avrebbe salvato non solo le loro città, la Spagna e forse l’Europa, così lontano dalle fughe rocambolesche dei leader maschili.

Per dirla con le parole di Ada Colau: «Dobbiamo chiederci soprattutto come uscire da questa situazione. È vero che quando ci sono posizioni estreme, esse tendono a generare anticorpi e blocchi contrapposti, in uno schema in cui la maggior parte delle persone non si sente né a suo agio, né riconosciuta, né rappresentata.

Soprattutto quello che dobbiamo fare, più che entrare in quel linguaggio, è capire come cambiamo quel linguaggio.

Per questo insisto: senza che nessuno rinunci alle proprie convinzioni.

Viviamo in un modo di fare politica in cui sembra che fare concessioni, ascoltare l’altro, riformulare le proprie posizioni, introdurre sfumature è vissuto come ambiguità, come equidistanza, come indefinitezza, come codardia. Per questo molte diciamo che si deve femminilizzare la politica, abbassare il testosterone, superare le dicotomie del «bianco e nero», e senza che nessuno rinunci alle sue idee, proposte e principi, però imparare ad affrontarlo in un altro modo, perché è chiaro che così non funziona».

Ecco, abbassiamo il testosterone, superiamo le dicotomie.

VALENTINA DI GENNARO