La sinistra e il populismo

di BENEDETTO SALERNI ♦

Le recenti vicende ci rendono chiaro quanto sia difficile il processo unitario per la costruzione di una sinistra riformista capace di affrontare i grandi temi del Paese e in particolare quelli del mondo del lavoro. Soprattutto in questa fase che pone i problemi in termini nuovi a causa della crisi e dei suoi contraccolpi sulla economia e sulla società e anche a causa delle enormi difficoltà che si presentano nel portare avanti con successo una politica di riforme nonostante sia proprio la crisi a richiederla come un’impellente necessità.

Se pensiamo alla crescita degli squilibri socio-economici nel sistema produttivo del nostro Paese e all’effetto decisamente disgregatore dell’espandersi della cosiddetta “area del precariato” conseguenza anche del deficit del bilancio e delle incompiute riforme legislative e costituzionali, si evidenzia ancor più la complessiva esigenza di ridefinire una politica più appropriata ed incisiva.
L’esigenza e la necessità di una spinta in avanti della sinistra riformista sul terreno delle scelte politiche, non possono più essere il dettato di visioni “personalistiche” e “partitocratiche” per le quali alcune componenti hanno mostrato diffidenza e opposto varie forme di resistenza. Nello stesso tempo, le forze conservatrici hanno ridefinito le proprie coordinate nel campo della retorica populista anche alla luce di quanto è avvenuto fondamentalmente nelle divisioni manifestatesi nella scuola di pensiero della sinistra e del centrosinistra.

L’aggregazione conservatrice può essere ascrivibile alla vasta e complessa categoria del populismo contemporaneo poiché insegue un modello di trasformazione sociale per conquistare un popolo di tipo “stereotipo ed univoco”, al fine della identificazione nella ristretta cerchia dei leader nazionali della cultura “opinionista televisiva” della destra berlusconiana e del populismo dello “spazio virtuale” di terza generazione dell’antipolitica ed antipartitocratica della Casaleggio associati.
Se guardiamo specificamente il loro tratto discorsivo nei temi trattati nelle teorie di geopolitica europea e mondiale e nel teatro politico nazionale, pur nelle loro inevitabili diversità legate a differenti percorsi e culture politiche, sono evidenti le tante affinità che testimoniano il loro coesistere nell’ostilità verso la sinistra e il centrosinistra.
Nelle variegate argomentazioni della propaganda politica sul rifiuto dell’immigrazione e sulla difesa dell’identità nazionale, sul rifiuto dell’Europa e della globalizzazione, fino alle proposte di legge con accentuazioni autoritarie, alla radicale contrarietà alla forma  del “potere esecutivo”  in quanto espressione di politiche ed interessi verticistici, danno vita a un arcipelago di insiemi che accompagnano gli appelli politici nella loro comunicazione tecnologica, divulgando messaggi significativi  della tradizione della tipica  destra autoritaria.
Posso altresì affermare, che tali forze politiche hanno trovato nel panorama del populismo europeo sistematiche alleanze politiche con emblematici ed espliciti “leader” dalle spiccate attitudini alla demagogia ed alla gestione autoritaria dell’organizzazione politica.

Tuttavia, appare abbastanza chiaro che un elemento importante per la crescita delle forze populiste nel nostro Paese, sia anche costituito dalla insoddisfazione popolare per le difficoltà del progetto riformista della cultura socialista e cattolica.
L’attuale dimensione in divenire di queste storiche culture democratiche non sono sufficienti a superare le divergenze sulla visione strategica, sulle alleanze e sulle azioni da attuare sul sistema economico e politico. Stiamo ancora dentro quel labirinto politico della contrapposizione schematica dei concetti di libertà e democrazia che da troppo tempo sta frenando quella “rivoluzione culturale” per oltrepassare quelle pratiche sui modi d’esercizio del potere e di un nuovo consenso politico.
Abbiamo visto e tutt’ora stiamo vedendo, che una buona parte di quella cultura socialista e cattolica dalle sensazioni nostalgiche, non ha “compreso” il messaggio della stragrande maggioranza degli italiani che invocano il cambiamento e sollecitano la classe politica al superamento della democrazia consociativa. Nonostante ci siano tutti gli elementi di una crisi democratica e rappresentativa derivanti dalle mutate condizioni sociali, culturali e di poli elettorali, perseguono una strada che guarda ancora a quel vecchio pluralismo fisiologico intrinseco a quel mondo politico conservatore e populista per possibili vantaggi differiti.
Trovano, nel sistema proporzionale, la più elevata convergenza politica senza che si butti a mare il bipolarismo e senza che si butti allo sbaraglio il Paese nelle condizioni di ingovernabilità.
Nel contesto che si va a prefigurare con la conclusione dell’attuale legislatura, presentarsi all’appuntamento elettorale schierandosi senza esitazioni per la modernità dell’intero sistema politico e costituzionale iniziando nel difendere la “vocazione maggioritaria”,  può significare il proporsi di essere il perno di un sistema politico che altrimenti rischia di finire nelle mani delle forze conservatrici e populiste della destra intollerante e di stampo lepenista e dall’altra, dal disfattismo inconcludente  pentastellato.
Proseguire l’azione di governo senza ambiguità e contraddizioni con il più ampio consenso del bagaglio culturale della sinistra riformista che risponda alle classi sociali del popolo sulle questioni del Welfare state, dei diritti umani e dei diritti universali nel nuovo mercato del lavoro,  della salute, dell’ambiente, dell’istruzione, ponendosi il dovere di commisurare i propri desideri alle esigenze della molteciplità culturale italiana.
La sinistra riformista imponga quegli ingredienti per un cambiamento della direzione di un modello di società complessa ed integrata nelle democrazie occidentali e per una prospettiva di governo che dovrebbe essere quella di lanciare una vera sfida a conservatori e populisti, mettendo al centro del dibattito le proposte riformiste e della rappresentazione democratica europea nella quale, il populismo, trova e continua a trovare il suo alimento politico.

BENEDETTO SALERNI