VIAGGI DI ME – (7) Quando incontrammo il sindaco, mangiammo tanto …

Quando incontrammo il sindaco, mangiammo tanto baccalà e giocammo Italia-Francia in campo neutro

Quando nos encontramos com o prefeito, comemos tanto bacalhau e jogamos Itália-França em um campo neutro 

 

di NICOLA R. PORRO ♦

L’appuntamento per la delegazione italiana è alla hall del nostro hotel la mattina presto.  Contiamo almeno una quindicina di appartenenze organizzative diverse. Ci sono dirigenti dell’ambientalismo, del commercio equo e solidale, della cooperazione, delle reti di solidarietà laiche e cattoliche. Per la prima volta sono in campo organizzazioni che si occupano di problematiche inedite per questi eventi. Si va dalla Lila, che si occupa della prevenzione dell’Aids e di sostegno ai malati, alle associazioni antimafia, dall’accoglienza ai migranti allo sport per tutti. Ci sono poi esponenti di sindacati, operatori dell’informazione e osservatori per conto di associazioni di ogni tipo, dagli scout agli anziani, per la tutela dell’infanzia e contro la violenza alle donne.

Reduci da confronti non sempre diplomatici in patria, respiriamo qui un’atmosfera di collaborazione e di solidarietà cui non siamo abituati. Forse l’impatto quasi fisico con tante storie drammatiche, colpevolmente ignorate alle nostre latitudini, rende tutti più responsabili e meno settari. A compattarci c’è anche il contenzioso strisciante con l’altra grande delegazione europea, quella francese, e le sue tentazioni egemonistiche. In effetti siamo l’una l’immagine opposta e speculare dell’altra. Altrettanto numerosi del gruppo che fa capo ad Attac, noi abbiamo nell’eterogeneità delle appartenenze la risorsa principale per comunicare. Parliamo con tutti, rappresentiamo un Paese che in America latina non è identificabile con eredità coloniali bensì con la straordinaria esperienza migratoria di milioni di donne e di uomini che hanno concorso con il loro lavoro allo sviluppo di queste società e alla stessa costruzione degli Stati nazione. E soprattutto, raccogliendo l’appello che ci rivolgerà Noam Chomsky, non coltiviamo l’intenzione di modellare il Forum a nostra immagine e somiglianza. Gli amici che hanno lavorato nelle commissioni per temi confermano che le reti latino-americane e asiatiche (l’Africa e il mondo anglosassone sono quasi assenti) confidano nella forza della delegazione italiana per arginare l’invadenza di Attac e qualunque altro tentativo di calare sul movimento logiche politiche e organizzative di importazione. Senza volerlo e senza immaginarlo, siamo chiamati a gestire compiti inattesi che ci impongono il massimo possibile di unità.

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Gli ufficiali di collegamento temono che a tarda sera, nella riunione del coordinamento, ci si divida su due questioni delicate: la gestione della grande manifestazione conclusiva e la scelta della sede per il primo Forum europeo, in programma l’anno seguente. Sono nodi politicamente sensibili. Per parte nostra, decidiamo di proporre che il corteo sia aperto dalle delegazioni dei movimenti: le madri di Plaza de Mayo, i Sem Terra, gli esponenti della via campesina, le comunità indigene minacciate di estinzione. Le organizzazioni presenti sfileranno a seguire, senza costituire blocchi nazionali: è l’evento conclusivo di un grande dialogo transnazionale, non la cerimonia di apertura delle Olimpiadi. Rivendichiamo però che in prima fila ci sia l’Arci. La sua delegazione ha preparato un enorme striscione che annuncia l’incontro di Genova per il G8 del luglio successivo. Quanto al Forum europeo abbiamo in serbo la candidatura di Firenze. Dovremo però rivederci a conclusione della giornata per acquisire le informazioni utili, perfezionare le proposte prima della seduta notturna e selezionare il pacchetto di mischia destinato a fronteggiare i francesi. Ci vedremo in serata per una cena di lavoro al ristorante O Rey do bacalhau. È un locale strategicamente posizionato e celebre, of course, per i piatti di baccalà.

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Corriamo al Municipio per l’incontro protocollare con il sindaco Tarso Genro. È persona affabile e alla mano. In Italia acquisterà una certa notorietà qualche anno dopo quando, divenuto ministro della Giustizia nel governo Lula, affronterà con scelte discutibili la spinosa questione dell’espatrio di Cesare Battisti. Da politico consumato si tiene sulle generali evitando di alimentare la tensione palpabile fra noi e i francesi. Però insiste sull’autonomia dei movimenti e sul pluralismo delle organizzazioni. Chi vuole capire, capisca! All’uscita ci facciamo strada fra capannelli di persone attirate dallo spettacolo delle scuole di capoeira che si esibiscono quasi ogni mattina all’aria aperta fra il palazzo del Municipio, la Prefettura e il vicino grande mercato coperto.

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Ci tratterremmo volentieri anche noi, ma dobbiamo precipitarci al Forum per assistere all’apoteosi di Lula e ascoltare il suo trascinante appello all’unità delle forze popolari in vista delle elezioni generali dell’anno successivo. I Sem Terra e i sindacalisti del PT vanno in delirio. Il coro Lu-la Lu-la Lulaaaa che accompagna i passaggi cruciali del discorso si fa ritmato e quasi ossessivo alla conclusione del comizio. Il Forum a Porto Alegre offre allo schieramento progressista uno scenario internazionale prestigioso per inaugurare la campagna elettorale.

Foto 5 e 6

All’uscita mi attende Afonso, al volante di una sgangherata Duna, la tre volumi Fiat ispirata alla nostra Uno e fabbricata in Brasile. Si destreggia con la necessaria prepotenza nel traffico dell’ora di punta e mi conduce al suo ateneo, quello statale, che sorge dalla parte opposta della città. Colpisce subito la differenza fra il look tecnocratico dell’Università pontificia, dove è in corso il Forum, e l’istituzione pubblica, con i suoi edifici scalcinati, le aule debolmente illuminate, gli scomodi banchi di legno. Ho preparato mentalmente una comunicazione in inglese, ma prima che prenda la parola mi chiedono di parlare lentamente in italiano. Afonso mi aiuterà per la traduzione. Dico qualcosa sul Forum, sul sistema italiano del terzo settore e sulle possibilità di collaborazione fra istituzioni universitarie. Arriva qualche domanda sulla politica nazionale, su Berlusconi, su come funzioni l’Unione europea. Come aveva intuito Afonso, però, l’interesse si accende sugli aspetti culturali e di costume della globalizzazione: la rappresentazione noi-loro, la musica, il calcio, la rivoluzione digitale. Sono incuriositi dalle mie osservazioni in presa diretta sul loro Paese. Alla fine sono circondato: ci stringiamo la mano, ci scambiamo indirizzi di posta elettronica. Anche qui tanti portano cognomi italiani.

Mi congedo da Afonso, con la promessa (ancora non onorata) di rivederci in Italia. Per il rientro vengo affidato alle cure di Oscar, un giornalista in pensione che segue i lavori del Forum per conto di una radio locale. Ha una certa età e una figura simpaticamente sgualdrappata: capelli radi, occhi da furetto e orecchie vistosamente sporgenti, occhiali con la stanghetta tenuta insieme dallo scotch e un’improbabile papillon fantasia. Guida come un cane ma è affascinante sentire i suoi racconti. Della sua città sa proprio tutto, ne conosce i segreti, gli umori, le fantasie. Mentre conversiamo attraversiamo in auto il pittoresco quartiere di Sao Geraldo, nelle cui fumose osterie, secondo il mio anfitrione, si mangia il miglior churrasco della città.

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Passiamo davanti al grande tempio mormone dei Santi degli ultimi giorni. In America latina il proselitismo delle denominazioni protestanti, e anche di sette di incerta definizione, costituiva già all’epoca una seria preoccupazione per le gerarchie cattoliche. Dirigendoci verso il centro urbano ci godiamo lo scenario della città dalla parte opposta dell’ampio Rio Guaiba.

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Prima di immetterci nei grandi viali di scorrimento diamo un’occhiata dall’esterno alla grande Cattedrale, agli edifici storici del centro e alla suggestiva, monumentale Igreja das Dores.

Data l’ora, l’amico giornalista si offre di accompagnarmi direttamente al ristorante dove la nostra delegazione si è data appuntamento. All’arrivo accoglie con piacere l’invito a trattenersi. In fondo da queste parti sono tutti un po’ italiani. È statisticamente improbabile che Oscar non abbia almeno un nonno di Belluno o una bisnonna di Forlì. Siede alla mensa tricolore e risulterà decisivo nei suggerimenti per il menu nonché preziosa gola profonda a beneficio della nostra intelligence. Ci trasmette le ultime notizie dal Forum dove cavalieri italiani e francesi si preparano alla riedizione brasiliana della disfida di Barletta.

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Il locale è immenso, si cucina solo baccalà in tutte le possibili variazioni sul tema. Ci sono in menu 365 specialità associate ognuna a un giorno dell’anno. Baccalà per antipasto, primo, secondo, contorno nonché (udite udite!) un dolce di pasta sfoglia guarnito da una delicata mousse che mescola il piatto forte ai profumi di frutti tropicali. Mi diverto a prenotare al buio, attingendo alle date di nascita mia e delle persone care. Non me ne sarei pentito, sebbene il baccalà non sia in cima alle mie preferenze gastronomiche. La fantasia culinaria dei brasiliani è sconfinata.

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Il locale rimbomba di voci e musiche, ma in pochi minuti concordiamo le indicazioni per la delegazione. Vittorio Agnoletto, leader della Lila, farà da portavoce a nome di tutti, le proposte sono quelle abbozzate la mattina. In più, recependo le richieste pervenute al coordinamento ambientalista, proponiamo un documento finale sui beni comuni nei Paesi in via di sviluppo. Mi risparmio la maratona notturna accollandomi in cambio la traduzione in inglese del testo. Oscar si occupa rapidamente della versione portoghese. Dopo mezzanotte rientriamo a piedi in hotel. Da un grande viadotto illuminato a giorno ammiriamo nuovamente il Parque Redencao in versione notturna. Alla reception ci guardano con stupore. Pare che siamo i primi clienti stranieri che si siano avventurati a piedi di notte per il quartiere senza subire aggressioni. Facciamo presente che eravamo una quindicina, di sana e robusta costituzione. E abituati a combattere con i francesi.

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Il giorno successivo, al risveglio, una catena telefonica trasmette il bollettino della vittoria. I lavori del coordinamento si sono conclusi quasi all’alba e le nostre proposte sono state tutte accolte. I dirigenti di Attac hanno accusato il colpo con relativa eleganza. (Questa storia mi tornerà con vivacità alla mente cinque anni dopo seguendo una partita di calcio…Materazzi e Zidane, una brutta testata, il rigore trasformato da Grosso e poi il cielo azzurro sopra Berlino!)

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A colazione celebriamo il rito comunitario dei tavoli uniti. Alla presidenza, i reduci della maratona notturna ricostruiscono i fatti. Brindiamo all’esito della riunione con spremute di mango e tazze di cafezinho. Qualcuno mette però saggiamente in guardia dal rischio di trasferire sul Forum, che vuole rappresentare le ragioni dei diseredati, le logiche e le conflittualità proprie di una visione eurocentrica. Nemmeno sono in discussione, del resto, la funzione politica e il ruolo di Attac. L’organizzazione madre raccoglieva all’epoca strutture affiliate di 55 Paesi, aveva lanciato lo slogan “Disarmare i mercati” dopo la tremenda crisi finanziaria dei mercati indocinesi alla fine dei Novanta e aveva denunciato con coraggio le politiche ultraliberiste e le responsabilità dei grandi organismi transnazionali come il Wto, l’Ocse e il Fmi. Qualche anno dopo Attac avrebbe promosso in Austria la sperimentazione di una “banca democratica”, ispirata ai principi dell’economia del bene comune di Christian Felber. Una strategia che guardava soprattutto all’America latina, come ci avrebbe spiegato Bernard Cassen, il braccio destro di Ramonet che guida la delegazione francese a Porto Alegre. Sarà lui a tentare l’anno dopo una clamorosa operazione per portare al Forum il capo del Fronte rivoluzionario zapatista del Chiapas, il subcomandante Marcos. L’idea era di allestire un clamoroso colpo di scena a uso mediatico facendo uscire dall’anonimato il guerrigliero senza volto e celebrando la conversione del Fronte zapatista alla lotta democratica come un successo del programma di Attac.

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L’operazione fallì, l’enigmatico Marcos si sarebbe “rivelato” solo dopo molti anni, al suo ritiro dalla lotta politica. La giornalista canadese Naomi Klein aveva intuito con largo anticipo questo percorso. Citando una dichiarazione, rilasciata dall’enigmatico rivoluzionario messicano a Robert Collier nel lontano 1994 e chiaramente diretta all’ala più romantica e militante del movimento, aveva tracciato il profilo politico-culturale del personaggio (Commander Marcos Identifies With All, San Francisco Chronicle, 13 giugno 1994):

« Marcos, la quintessenza dell’anti-leader, insiste che la sua “maschera nera è uno specchio, così che Marcos è un gay a San Francisco, un nero in Sudafrica, un asiatico in Europa, un Chicano a San Ysidro, un anarchico in Spagna, un palestinese in Israele, un indio maya negli stretti di San Cristobal, un ebreo in Germania, uno zingaro in Polonia, un mohawk in Quebec, un pacifista in Bosnia, una donna sola in metropolitana alle dieci di sera, un contadino senza terra, un membro di una gang in una baraccopoli, un operaio senza lavoro, uno studente infelice e, naturalmente, uno zapatista sulle montagne”. In altre parole, lui è semplicemente noi: noi siamo il leader che stiamo aspettando.»

Naomi Klein

A posteriori, quell’episodio dimenticato mi sembra emblematico della natura complessa e non priva di contraddizioni del movimento stesso che aveva preso forma a Porto Alegre. Una galassia di esperienze, sentimenti, culture assai poco omologabili e per questo difficilmente riconducibili all’ordine (ideo)logico della politica occidentale. In quel contesto, che nessuno aveva preventivamente immaginato, noi italiani avevamo fatto dignitosamente la nostra parte. Meglio di altri avevamo almeno avvertito la preoccupazione di tanta parte dei movimenti latino-americani per il rischio di subire una specie di colonizzazione o quanto meno di omologazione a logiche esterne. Senza essercelo proposto, eravamo stati percepiti come i difensori di un’idea di globalizzazione democratica dal basso. Questo ci aveva attirato simpatie inattese, al di là delle ragioni contingenti che avevano ispirato la polemica con Attac. Il giorno dopo, in occasione del grande corteo finale, avremmo avuto una conferma inattesa della popolarità che ci eravamo guadagnati, forse al di là dei nostri meriti.

NICOLA R. PORRO