COSTRUZIONE DELLA PRIMA CHIESA DELLA SUGHERA E SUCCESSIVE MODIFICHE

di STEFANO CERVARELLI 

 

Come le “leggende” creano le tradizioni, e da esse nascono anche i siti, eccoci allora arrivati a parlare della chiesa nella quale si sarebbe perpetrato il culto della Madonna della Sughera

In quei tempi appaltatore delle miniere di allume era il senese Agostino Chigi, il “grande mercante cristiano”. Uomo molto devoto e noto per la sua magnanimità tanto da meritare l’appellativo di “Magnifico”. Questi, dopo aver svolto altri lavori per la Reverenda Camera Apostolica, si rivelò ben presto abile anche nel suo nuovo incarico dando, in breve tempo, maggiore impulso ai lavori, migliorando le tecniche di estrazione dell’allume e quelle di lavorazione. Era l’anno 1497.

Erano trascorsi pochi anni che il Chigi gestiva l’appalto quando venne trovato il quadro sull’albero di sughero. Immediatamente venne portato a conoscenza della sensazionale scoperta e condividendo l’idea di non far rimuovere il quadro, si adoperò affinché quell’area venisse recintata e trasformata in cappella con porta e tetto. Spinto poi dalla sua devozione mariana volle che al più presto venisse edificata sul posto, a sue spese, una chiesa.

Per far sì che tale costruzione avvenisse nel più breve tempo possibile, il Chigi dopo aver acquistato il terreno dalla Reverenda Camera Apostolica, proprietaria del bosco, si adoperò attivamente affinché la fabbrica della chiesa e del convento,, che sarebbe andato ad ospitare religiosi ai quali affidare la custodia della Sacra Immagine, avesse inizio prima possibile;  nel frattempo la cura e protezione della Sacra Immagine fu affidata ai due scopritori, vale a dire Costantino Celli e Bernardino Roso.

Il loro incarico durò fino al 1506 quando il Chigi, considerando in stato di avanzamento i lavori della chiesa, decise di rivolgersi al vicino convento agostiniano dell’Eremo della Trinità   affinché   mandassero un religioso a svolgere opera spirituale sostituendo altresì i due cacciatori nella custodia  del quadro: la scelta cadde su P. Lazzaro da Pavia che eseguì con scrupolo e devozione il proprio incarico, seguendo la costruzione della chiesa e del convento,  rendendosi altresì disponibile all’assistenza spirituale dei fedeli.

La costruzione non seguì proprio scrupolosamente il progetto primitivo che prevedeva una “chiesa quasi tonda”, ma si trasformò in un edificio dalla forma ottagonale che prese comunemente il nome di “Cappellone”.

Molto si è discusso su chi fosse stato l’architetto che disegnò e realizzò l’opera. Una tradizione, per lo più locale, vuole che artista sia stato il Bramante, ma questa tesi va a scontrarsi con quanto affermano gli storici: cioè che questi fosse troppo occupato nei lavori affidatigli da Papa Giulio II.

Altri sostengono che il Chigi amasse servirsi delle capacità degli artisti Baldassarre Peruzzi – noto anche per altre importanti opere – e Sebastiano Serlio.

Quello che invece sembra certo è che, chiunque sia stato l’architetto che ha realizzato la chiesa, sua è anche la magnifica opera che si trova all’interno, ossia il tabernacolo sul cui retro venne incluso l’albero di sughero (tuttora visibile) sul quale era stato rinvenuto il Sacro Dipinto.

Il tabernacolo- detto anche “tempietto” – è di forma pressoché quadrata e si trova al centro del cappellone.

Costruito su tre piani, nel secondo del quale si trova la nicchia che conservava l’Immagine Santa, il tabernacolo ha una bellezza e ricchezza di lavori che sarebbe lungo adesso descrivere.

Basti dire che nell’edificazione originale possedeva delle rifiniture in oro zecchino, che al momento del restauro non fu possibile riportare. In principio il tabernacolo non era un corpo a sé, isolato come è ora, ma era unito alle pareti opposte del cappellone tramite due “ali” di muro con due porte, una per ogni lato, che davano accesso una alla sagrestia e l’altra al piano superiore dove trovava alloggio l’organo.

Sopra queste mura c’erano delle pitture, quattro per ogni lato, raffiguranti miracoli operati dalla Vergine.

Per quanto riguarda l’altare maggiore prospicente il tabernacolo, c’è da dire che fu costruito nel 1520 e tolto sicuramente prima del 1970, sostituito da un altro non certo della stessa pregevole fattura. Perché venne tolto? Chi decise di toglierlo?

I resti originali: mensa, blocchi, gradini originali in trachite dove sono andati a finire? Infine, come riportato da alcune fonti, il “tempietto” sembra essere un’opera d’arte unica al mondo in quanto scolpita su tracheite dei monti della Tolfa.

Al Chigi questo atto di devozione verso la Santa Madre di Gesù costò una spesa di cinquemilatrecentotredici scudi, ma questi, quasi non bastando quanto fatto, volle ricoprire la cupola di piombo lavorato a Tivoli; questo nuovo abbellimento, compreso il trasporto, come riportano le cronache del tempo, venne a costare altri duemilaottocentoquattordici scudi. Purtroppo il Chigi non ebbe la soddisfazione di vedere ultimata la sua “opera” in quanto morì l’11 aprile 1520, mentre la chiesa venne ultimata nel 1524. Nel testamento lasciò espressamente detto che i lavori sarebbero dovuti andare avanti con i fondi ad essi destinati.

Il convento, come risulta dai documenti dello stesso, venne completato soltanto alla fine del 1521 ed ospitava sei religiosi appartenenti all’ordine della Famiglia Eremitana del Santo Padre Agostino. In poche parole i Padri Agostiniani. Essi tennero la cura del Santuario dal 1506 fino al 1921.

Il santuario nel 1870 venne incamerato dallo Stato e assegnato al Comune, mentre nel 1875, nell’area che aveva ospitato il giardino del convento, venne realizzato il cimitero di Tolfa.

Attualmente parte del convento accoglie il Museo Civico di Tolfa e la Biblioteca Comunale.

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La primitiva chiesa, come detto, consisteva nel solo cappellone e nulla risulta a suo proposito fino al 1552 quando, il 25 luglio, giorno allora festivo dedicato all’apostolo San Giacomo, nella chiesa venne commesso un omicidio a causa del quale venne interdetta al culto e chiusa.

Purtroppo di questo episodio le cronache non hanno lasciato notizie, per cui non si sa chi fosse l’assassino né il nome dell’ucciso e di conseguenza neanche i motivi di tale atto.

L’unica cosa che sappiamo è che, essendo la miniera dell’allume zona “di asilo e franchigia”, vi trovavano riparo tutti quelli che erano riusciti a sfuggire agli organi di giustizia, per cui tendenti ad atti criminosi.

Non passò molto tempo, però, che la chiesa venne ribenedetta su pressione della Magistratura di Tolfa presso l’autorità ecclesiastica competente. Fu il vescovo di Sutri, Mons. Pietro Antonio De Angelis, competente per giurisdizione, a celebrare la cerimonia di ribenedizione.

Nel frattempo, nella calotta del cappellone, si erano create delle crepe allarmanti che richiedevano interventi urgenti. I padri agostiniani decisero di rimuovere il piombo che ricopriva la calotta e che tanto era costato al Chigi. Questo fu poi venduto per ricavare i soldi necessari alla riparazione.

Una volta iniziati i lavori di restauro venne l’idea di unire al cappellone una chiesa in grado di ospitare la folla che sempre si recava a venerare la Vergine Maria. Oltre alla chiesa fu deciso di costruire anche un campanile.

Per questi nuovi lavori, finiti i soldi ricavati dalla vendita del piombo, gli agostiniani si rivolsero al Consiglio della Tolfa che accettò di buon grado la richiesta di aiuto destinando per la costruzione del campanile una somma di 215 scudi, importo alquanto vistoso per quei tempi.

Come fare affinché il cappellone e la nuova chiesa fossero unite in maniera armonica?

Fu deciso di demolire tutto il lato del cappellone che si trovava davanti alla Sacra immagine e, da dove questo combaciava con il resto della costruzione, furono elevati i muri laterali della nuova chiesa.

L’architetto, del quale purtroppo non è stato tramandato il nome, pensò di dare alla chiesa un ordine ionico per uniformarla alla preesistente costruzione. Nella nuova chiesa vennero eretti dieci altari, quattro per ogni lato e due in prossimità dell’apertura che metteva in comunicazione la nuova costruzione con l’antico cappellone.

La navata non ebbe né soffitto né volta: fu a tetto. Le cronache ricordano una chiesa ricchissima di argenti, tanto che quando Pio VI dette l’ordine di portare alla zecca tutti gli argenti delle chiese, dalla Sughera furono inviati due grandi canestri ricolmi.

La nuova chiesa, completata nel 1560, durò nella sua struttura fino ad inizio ottocento allorché mostrò sia impietosi segni del tempo che quelli lasciati dalle milizie francesi nel tragico marzo del 1799, momento dal quale la chiesa rimase nuovamente chiusa per un lungo periodo.

Fu il Priore P. Giovanni Battista Paravanti a decidere di ricostruirla quasi dalle fondamenta.

Per via delle vicende politiche dell’epoca i lavori andarono molto per le lunghe completandosi soltanto dopo svariati anni. L’architetto incaricato fu un laico cappuccino di nome fra’ Felice d Bracciano al secolo Tommaso Polidori.

Nella nuova chiesa gli altari furono ridotti a tre per ogni lato, inseriti in cappelle comunicanti tra loro, senza però conservare i titoli della chiesa antica.

Il soffitto venne realizzato a volta con al centro un dipinto dell’Assunzione artisticamente non di grande pregio.

Purtroppo fu deciso di abbattere i muri laterali del tabernacolo, quelli che facevano da “ali”, senza aver prima provveduto a salvaguardare affreschi e pitture che vi si trovavano e che riproducevano i miracoli operati dalla Madonna della Sughera.

C’è poi un altro importante: riguarda la nascita di quella che si può definire la prima chiesa di Allumiere.

Per i lavoranti delle miniere che erano aumentati e si erano trasferiti nelle nuove cave di Monte Roncone – attuale Allumiere – era sorto un problema. Per adempiere alle loro pratiche religiose dovevano recarsi nella Chiesa di S. Egidio a Tolfa. Questo significava una lunga camminata e disagi specialmente nella stagione invernale. Quando poi nel paese scoppiò una pestilenza smisero di andarci e colsero l’occasione per chiedere che venisse innalzato un altare dove si trovavano.

L’autorizzazione da parte del Papa Pio II arrivò ed insieme a questa arrivò anche un cappellano, D. Paolo Pupini, per svolgere assistenza spirituale.  Rimaneva, però, un problema: quello della sepoltura dei defunti. Questi dovevano essere trasportati fino alla Chiesa Parrocchiale di S. Egidio per la funzione funebre e la tumulazione.

I cavaroli, riuniti in sodalizio, presero contatti con i padri agostiniani raggiungendo un accordo che venne stipulato il 22 aprile 1522, anche con il consenso del Comune di Tolfa, che accampava patronato sulla Chiesa della Sughera.

Il documento prevedeva la concessione di un’area adiacente al cappellone dove poter erigere una cappella collegandone le mura al preesistente.  Questa cappella, intitolata a S. Antonio Abate, poteva accogliere delle sepolture, ma non poteva disporre della fonte battesimale che rimaneva nella chiesa parrocchiale.

L’architetto incaricato dei lavori disegnò la costruzione simile al cappellone, tranne ovviamente che per la grandezza, dotandola anche di una piccola cupola per la luce.

Essendo la cappella di proprietà del popolo addetto alle miniere dell’allume, è considerata la prima chiesa di Allumiere. Tale rimase fino al 1752 allorché Papa Benedetto XIV elevò a parrocchia la Chiesa di S. Maria Assunta edificata circa 150 anni prima.

La cappella andò a far parte del complesso della Sughera e, grazie alla generosità della famiglia Bonizi, venne restaurata ed intitolata a San Nicola da Tolentino.

Una curiosità. Da indiscrezioni sembrerebbe che tra le pitture della cappella, prima del restauro, fossero rappresentate delle diavolesse.

Nel corso del tempo dieci furono i papi si recarono in visita e preghiera alla Madonna della Sughera.

Il 4 agosto del 2000 i tolfetani rimasero sorpresi nel vedere tra i banchi della chiesa l’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, raccolto in preghiera.

STEFANO CERVARELLI 

 

In copertina è rappresentato il Tabernacolo che si trova all’interno della Chiesa della Sughera.