UN INCONTRO PARTICOLARE – 4 – La storia di Ramon

di MARIA LETIZIA GALDI ♦

4. La storia di Ramon

Avevano stabilito di vedersi all’una.

Alessandro non poteva venire alle nove per suoi importanti impegni e l’aveva invitata a pranzo in una trattoria a due passi dalla piazza dove si erano incontrati la prima volta.

Caterina lo vide subito. Stava aspettandola sulla porta, una mano appoggiata al muro, l’altra che sosteneva a fatica una pesante cartella.

Arrossì, perché volutamente aveva orientato lo sguardo sulle sue gambe e aveva notato che, in effetti, una era più corta, perché una scarpa poggiava sulla punta mentre l’altra era piantata normalmente per terra.

Si sentiva come se avesse scoperto un imbarazzante segreto altrui.

Alessandro non aveva fatto alcun cenno sulle cause della sua infermità, peraltro lieve e che riusciva a mimetizzare con maestria. Lo sforzo costante cui si sottoponeva per evitare che gli altri se ne accorgessero manifestava che questa menomazione continuava a pesargli. Provò quasi un senso di colpa per averlo colto in un momento di scarso controllo, e questo la predispose a una maggiore familiarità.

A tavola notò che era più pallido del giorno precedente e che rigirava nervosamente tra le mani il tovagliolo. Non toccava quasi il cibo nel piatto.

Con spontaneo affetto lo rimproverò dicendogli che non doveva stancarsi troppo e che avrebbe dovuto cercare almeno di mangiare per tenersi in forza.

  • Sei proprio una ragazzina! Non hai idea di cosa significhi avere pesanti responsabilità, lasciami in pace, almeno tu.

 La rimproverò Alessandro con quella voce strana, sottile e stridula insieme, che all’improvviso sorgeva dalla sua gola come uno scherzo delle corde vocali.

Sollevò il busto, appoggiò i gomiti sul tavolo, il mento al palmo della mano, e riprese così velocemente la padronanza di sé che Caterina, ascoltando il timbro vocale ricomposto nella morbidezza usuale e osservando il volto, anch’esso tornato amichevole e confortante, credette di avere esagerato un semplice momento di irritazione per chissà quali problemi a lei ignoti.

Era una ragazza semplice, nessuna difficoltà seria l’aveva mai afflitta e la sua vita era stata sempre tranquilla, se non per gli usuali problemi dell’età.

Voleva sapere qualcosa di più su di lui. Gli chiese se vivesse solo – metafora per sapere se aveva una donna – e di cosa stesse occupandosi in quel periodo. Normale interesse tra due persone ai primi incontri e che lei aveva già soddisfatto ampiamente.

Alessandro non esitò a rispondere e così ebbe la conferma che non era sposato. Le raccontò la triste storia del suo amore per una giovane colombiana, morta durante un’operazione di guerriglia.

  • Io, ero lì. Lì, te l’ho già detto, mi chiamavo Ramon. Capelli neri, barba nera… simile a loro. Volevo aiutarli, volevo aiutare la guerriglia Hai mai sentito parlare delle FARC? Andai in Colombia la prima volta nel 2000. Proprio l’anno in cui il governo, sostenuto dagli americani, esercitò la peggiore repressione.  Sto scrivendo, sto scrivendo la vera storia di Ramon, che sono io quando ero là.
  • Come hai detto che si chiamano?
  • Farc, acronimo di forze armate rivoluzionarie colombiane. Pensa, si sono organizzate nel 1964… mi sembra a maggio… Pensa, solo quarantasei uomini e due donne, diretti dal comandante Manuel Marulanda Vélez. Loro armati soltanto del loro coraggio e di qualche moschetto e alcuni machete. Eppure difesero il villaggio di Marquetalia dall’attacco di 16.000 uomini, soldati ben equipaggiati con armi modernissime. Chi li aveva mandati? Chi li aveva armati?
  • Chi?
  • Il governo colombiano fascista e gli Stati Uniti imperialisti.
  • Davvero!!
  • Sì, proprio vero. Furono aiutati dalla popolazione, e piano piano si sono organizzati, hanno compiuto azioni di guerriglia. Avevano contro il governo colombiano fascista e gli Stati Uniti imperialisti. E non credere troppo a quello che si dice, del loro finanziarsi con il traffico di droga.

Alessandro continuava a raccontarle quella storia quasi fantastica delle sue imprese al fianco dei rivoluzionari, raccontava e gli occhi gli brillavano, raccontava e le stringeva la mano. Continuò:

  • Non credere sia finita. Quando ci sono di mezzo gli Usa, la Cia… Perché loro sono rivoluzionari comunisti, lo fanno per il popolo, e il popolo sta con loro. Ancora oggi si combatte… e quanti ne sono morti! Forse un giorno, forse succederà.

Si interruppe, e le disse: Ti sto annoiando?

  • Ma no, continua… Ramon.
  • Non prendermi in giro, per questo nome in Italia mi hanno messo in galera… Solo per poco, ma ci sono stato. E tutto per un giornalista. Uno che ha architettato una campagna stampa contro di me… Un cosiddetto esperto del Sudamerica. Sono arrivato lì quando si era formato da poco il movimento Bolivariano. Operavamo in clandestinità. Io, però, io come italiano potevo passare, anche se di guai ne ho avuti. Spesso prendevo un taxi, per raggiungere la località vicino al gruppo dei combattenti. Una volta, ero in taxi, e…
  • E?
  • Hanno smontato il taxi pezzo a pezzo, cercavano le armi. Ero stato segnalato…

Caterina si agitò sulla sedia. Voleva fargli una domanda, voleva sapere … e lo disse:

  • Ma … ma tu hai sparato? Tu… hai ucciso?
  • Ho dovuto. Stavamo preparando… posso dirlo? Stavamo preparando un piano per colpire una caserma nella vicina città. Oramai era questa l’unica possibilità contro i gruppi paramilitari, contro l’esercito. Ci colsero impreparati. Avevano individuato la casa. Cominciarono a sparare, e lei, la mia donna, la donna che amavo e che mi amava fu colpita. Un solo colpo. Una sola piccola macchia di sangue sulla fronte… Uscii come una belva, sparai sparai… Certo, uccisi, ma fui anche ferito…
  • Ferito?
  • Sì, alla gamba. Ti sei accorta che zoppico?

Caterina esitò, indecisa se ammettere o no di essersene resa conto.

  • Zoppichi? No, non si vede. Davvero! Come è successo? Rispose, sperando non si accorgesse della falsa ingenuità di chi sa che sta mentendo.
  • Sei gentile, ma si vede che ho una gamba più corta dell’altra. Certo, potevo morire. Io avrei voluto morire, per lei, per andarmene con lei…  Mi hanno portato in salvo e curato in modo approssimativo. Ho passato due mesi in una tenda prima di rimettermi in piedi. Al ritorno a casa sono stato operato, ma purtroppo quella gamba, la sinistra, è rimasta leggermente più corta dell’altra.

Caterina colse tanta sofferenza in quelle parole accorate che le vennero le lacrime agli occhi. Alessandro continuava a parlare. Adesso parlava di quando erano venuti ad arrestarlo, successe per colpa di quel giornalista…. Io ero a casa, in via dei Gracchi…

  • Cosa! Non avevi detto che hai una casa fuori Roma?

Preso dal fluire del discorso Alessandro non si era reso conto che stava parlando della sua vera abitazione. Si corresse prontamente. In quella casa abitava sua madre e, come le aveva già detto, ogni tanto si fermava lì a dormire. E riprese a narrare la sua storia.

Caterina ascoltava attenta, non sapeva niente di quel paese lontano. Ebbe conferma che Alessandro aveva qualcosa di speciale. Parlava con piena conoscenza, le stava dicendo tante cose. Avrebbe voluto provare anche lei a succhiare la canna da zucchero. Si succhia la polpa, si sputa la fibra, le aveva spiegato.

Il cameriere si avvicinò per chiedere se gradivano un amaro, il caffè lo avevano già preso e bevuto. Si resero conto che non c’era più nessuno ai tavoli. Ce n’erano quattro o cinque occupati quando erano arrivati in quella trattoria di quartiere, l’unica sempre aperta.  Chiesero il conto.

Caterina avrebbe voluto continuare, avrebbe voluto sentire ancora qualcosa di quella esperienza, avrebbe voluto leggere qualche pagina dei suoi scritti… e allora, perché aspettare domani, perché non prendere lei l’iniziativa. Ma sì, perché non farlo venire nel mio studio?

  • Senti, se vuoi, se sei libero da impegni, perché più tardi non vieni a prendermi? Anzi. Sali da me, ti faccio vedere dove lavoro.

Alessandro esitò un attimo, poi accettò: lo studio di Caterina era a pochi passi dalla piazza.

  • All’ultimo piano, ma non prendere l’ascensore, ogni tanto si ferma e il portiere alle quattro chiude.

(Continua)

MARIA LETIZIA GALDI