FRA EPOPEA E NARRAZIONE: DUNKIRK DI CHRISTOPHER NOLAN (1 di 2)

di NICOLA PORRO ♦

Storia, fiction ed estetizzazione della guerra

Dunkirk, dedicato da Christopher Nolan a una delle pagine più drammatiche e significative della Seconda guerra mondiale, è un film emozionante e spettacolare. Il genere rientra in quella tendenza all’estetizzazione della guerra cui non si sono sottratti giganti della cinematografica contemporanea come Spielberg e Malick. Trovo però ingenerosa alcune stroncature, come quella comparsa il 17 settembre u.s. sul sito Le parole e le cose a firma di Mario Pezzella (La guerra e il suo spettacolo. Su Dunkirk di Christopher Nolanhttp://www.leparoleelecose.it/?p=28955). Non mi sembra, insomma, che la ricostruzione cinematografica sia esclusivamente funzionale a ragioni di cassetta o ispirata a un revival nazionalistico. Ha anzi il merito di sottrarre all’oblio una vicenda degna di essere ricordata e di sollecitare una discussione su alcuni suoi aspetti ancora controversi. Certamente il film possiede un intento pedagogico quando ricostruisce la sofferta decisione britannica di rinunciare a una resistenza armata senza realistiche possibilità di successo e insieme di rifiutare una disonorevole resa al nemico. In questa scelta si condensa anche un significato patriottico, che traspare già dal titolo del film (la dizione inglese della città francese di Dunkerque). La cultura sociale britannica ama attribuirsi le qualità di un sano pragmatismo e di una razionalità coraggiosa che nulla hanno a che fare con la celebrazione retorica dell’eroismo fine a se stesso. Churchill e i comandi militari si fanno perciò interpreti di un senso comune collettivo. Scegliendo una rischiosa ritirata via mare riusciranno a portare in salvo centinaia di migliaia di soldati di armi e nazionalità diverse, circondati da tre lati e chiusi senza speranze in una sacca di resistenza di poche miglia. L’icona metaforica dell’identità nazionale è fornita dalla straordinaria mobilitazione dei possessori di imbarcazioni civili di ogni stazza – pescatori, diportisti, semplici amanti del mare – che non esitano a sfidare le onde turbolente della Manica e le bombe della Luftwaffe per contribuire al salvataggio. Aver preservato queste forze – senza combattere e senza arrendersi – consentirà più avanti alle potenze alleate di rovesciare i rapporti di forza imposti da Hitler nei primi mesi di guerra. Le intenzioni patriottiche e simboliche ci sono eccome, ma non assumono i toni enfatici e ridondanti propri del genere e rinviano a modelli culturali e a valori in cui tutti (anche se non sudditi di Sua Maestà) possiamo riconoscerci.

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Come andarono veramente le cose?

Da parte dei critici d’Oltralpe si è rimproverato a Nolan di avere dato scarsa evidenza – una sequenza fugace o poco più – al contributo delle forze francesi. Le quali invece, opponendo una disperata resistenza all’offensiva tedesca, favorirono l’evacuazione da Dunkerque pagando un prezzo elevatissimo: almeno quarantamila soldati persero la vita e altrettanti furono deportati come prigionieri di guerra in condizioni di vita estreme. Anche la spettacolare e commovente “regata per la Patria” dei semplici cittadini della costa al comando delle loro imbarcazioni finisce per alterare un po’ il reale svolgimento delle operazioni, che dimostrò piuttosto la grande capacità operativa della marina militare britannica. Si tratta però, a mio avviso, di peccati veniali, che non inficiano una narrazione densa e originale, grazie soprattutto alla capacità della regia di articolare il racconto su tre diversi livelli temporali. C’è una storia ambientata sulla terraferma, che riproduce il tempo reale dell’operazione salvataggio: circa una settimana, a cavallo fra la fine di maggio e i primi di giugno del 1940. C’è una vicenda dai ritmi più concitati che si sviluppa in mare, sulle imbarcazioni impegnate nell’impresa: una giornata di navigazione che corrisponde più o meno al tempo tecnico necessario alla traversata. C’è infine un racconto del cielo, dove i piloti delle due forze aeree – i britannici della Raf e i tedeschi della Luftwaffe – ingaggiano quegli acrobatici duelli aerei che già nella Grande guerra avevano rappresentato un revival dell’antica epica cavalleresca. Si sviluppa così un racconto a spirale, che tiene lo spettatore col fiato sospeso pur essendo ben noto l’esito della vicenda.

Alla fine saranno 332.000 gli uomini trasbordati, quasi dieci volte i 35-40.00 previsti dai piani di evacuazione. L’epopea di Dunkirk/Dunkerque ispirerà il discorso che Winston Churchill tenne davanti alla Camera dei Comuni, il 4 giugno del 1940 e che viene giudicato da molti storici come il più potente esempio di oratoria politica del Novecento.

“…Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sulla terraferma, combatteremo nei campi e nelle strade, combatteremo sulle colline: non ci arrenderemo mai …”.

La vicenda di Dunkerque si presta del resto in forma esemplare a evidenziare l’opposizione fra patriottismo e nazionalismo. I nazionalismi hanno natura particolaristica, coltivano l’idea di una presunta superiorità della propria nazione, hanno un’idea gerarchica dei rapporti fra Stati e comunità e assumono come valore assoluto l’etica del sacrificio. Il patriottismo si rappresenta come un sentimento mite e tenace, rispettoso delle diversità e capace di ispirare ideologie universalistiche e democratiche. Il Risorgimento italiano, soprattutto nelle espressioni ispirate a Mazzini e Garibaldi, a Cattaneo e Pisacane, fu patriottico e non nazionalistico. Pervasa di umori patriottici sarà un secolo dopo la Resistenza. I fascismi costituiscono invece un esempio speculare di nazionalismo a tinte totalitarie. Schematizzando e stilizzando il racconto di Dunkirk, la Gran Bretagna da una parte e la Germania nazista dall’altra sono proposte nel film come idealtipi di due modelli politico-culturali inconciliabili.

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Perchè i panzer non si mossero?

Per quanto accattivante, la narrazione cinematografica non può invece fornire risposte alle diverse questioni ancora irrisolte a proposito della evacuazione di Dunkerque.

Ci si chiede soprattutto perché le forze tedesche, che circondavano da tre lati la spiaggia di Dunkerque, non approfittarono sino in fondo della disfatta alleata. L’obiettivo di annientare il contingente britannico e le altre truppe rinserrate nella sacca di resistenza sul mare, impedendone la ritirata via mare, era tecnicamente alla portata delle divisioni corazzate hitleriane.

All’alba del 24 maggio 1940 – quando la vicenda ha inizio – due di queste, al comando dei generali Kleist e Veiel, si trovavano a meno di 18 miglia dalla spiaggia di Dunkerque e attendevano istruzioni dal maresciallo von Rundstedt, che alla testa dei suoi panzer aveva sfondato il fronte delle Ardenne e occupato l’intero Belgio. Perché allora la Wehrmacht decise di non “ripulire” la sacca di resistenza attraverso un’azione combinata dei mezzi corazzati e dell’aeronautica tedesca pregiudicando l’operazione di sgombero e infliggendo perdite irreparabili alle forze alleate? Non va dimenticato, fra l’altro, che il piano di evacuazione affidato all’ammiraglio Ramsay – l’operazione Dynamo – prevedeva il trasferimento oltre Manica solo di una parte dell’intero corpo di spedizione britannico e che le condizioni ambientali non erano favorevoli. Il porto di Dunkerque aveva un fondale basso, inidoneo ad accogliere grandi navi, mentre Calais – più vicina alla costa inglese e meglio attrezzata – era già stata occupata da una divisione hitleriana. Si aggiunga a ciò che sulla spiaggia si presentò all’imbarco un numero enormemente maggiore di soldati rispetto a quelli previsti. Ciò spiega, per inciso, quanta importanza abbia effettivamente assunto il ricorso massiccio al naviglio leggero che fornì un contributo insperato alla complessa operazione orchestrata da Ramsay. Un contributo forse non determinante, come invece la narrazione cinematografica induce a ritenere, ma certamente prezioso e capace di conferire un significato speciale alla costruzione dell’epopea di Dunkerque. Con pari sicurezza si può però affermare che l’operazione Dynamo, già di per sé tanto pericolosa e difficile, sarebbe stata irrealizzabile se le truppe alleate disperse sulla costa avessero dovuto fronteggiare simultaneamente un’offensiva delle forze di terra e del cielo tedesche.

Quello che sappiamo è che l’ordine di non aggredire la sacca di Dunkerque provenne direttamente da Hitler. Sappiamo anche che le forze corazzate hitleriane erano in quei giorni sottoposte a manutenzione in vista dell’offensiva su Parigi prevista per le settimane successive e che i piloti tedeschi non erano in grado di competere con quelli britannici in caso di duelli in quota. Fattori di rischio che a posteriori, e a fronte della posta in palio, non sembrano però tali da spiegare convincentemente e definitivamente la condotta dei comandi hitleriani.

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Qualche ipotesi

Due storici italiani, Franco Cardini e Sergio Valzania, con il loro Dunkerque 26 maggio-4 giugno 1940: storia dell’operazione Dynamo(Mondadori, 2017), hanno ricostruito il ventaglio delle ipotesi vagliandone la credibilità. Poco credito viene attribuito alla possibilità che il Führer avesse preferito non infierire militarmente contro il Regno Unito per facilitare la negoziazione di una pace separata che facesse degli ariani britannici un alleato subalterno del disegno di dominazione nazista del continente. Fantasia che aleggiò probabilmente più tardi nella mente di Hitler e che sicuramente ispirò appena un anno dopo, nel maggio 1941, la misteriosa trasferta scozzese di un gerarca nazista del calibro di Rudolf Hess per un abboccamento con le autorità britanniche. L’episodio sarà liquidato da Hitler come l’iniziativa personale  di una mente disturbata, ma non pochi sospettarono che si fosse trattato invece di un maldestro ballon d’essai ispirato dallo stesso capo del nazismo. In ogni caso, non vi è nessun elemento credibile che colleghi la mancata offensiva tedesca a Dunkerque ai sogni o ai deliri del capo del nazismo.

Più convincente è la spiegazione che riconduce alla pura e semplice incompetenza militare, di cui Hitler avrebbe dato più avanti ampie prove, e a contrasti interni alle forze armate. Hitler sarebbe stato indotto a sottovalutare la rilevanza strategica di Dunkerque perché convinto, in particolare da Hermann Göring, che il collasso dell’armata britannica e il conseguente ritiro dalla coalizione antinazista fossero comunque inevitabili e imminenti. Gli argomenti di Göring, eccellente pilota ma pessimo stratega, non erano dei più nobili. Esponente della vecchia guardia hitleriana e comandante della forza aerea, schiumava di invidia per i successi conseguiti nelle prime fasi della guerra dalle divisioni corazzate di von Rumsted. Questi era esponente di quella parte dello Stato maggiore dell’Esercito formata da aristocratici di sentimenti conservatori ma diffidenti nei confronti di Hitler e insofferenti del ruolo assunto nel regime dalle forze paramilitari naziste. Probabilmente Göring millantò credito sostenendo che la sua Luftwaffe sarebbe stata in grado da sola di inchiodare il contingente anglo-francese sulla battigia fino all’arrivo della fanteria, giudicando irrealizzabile l’evacuazione via mare dei britannici.

Hitler si sarebbe perciò fatto convincere ad allentare la presa sia per evitare fratture ai vertici delle Forze armate sia per non impegnare oltre misura la potenza delle divisioni corazzate in vista dell’assalto decisivo a Parigi. Poco dotato di attitudini militari ma non ancora piombato nei deliri paranoici che lo affliggeranno nella fase finale della guerra, il Führer era del resto consapevole del fatto che il tempo non giocava a suo favore. I successi iniziali della guerra lampo erano stati opera esclusiva delle divisioni corazzate, che avevano schiacciato piccoli Paesi inermi e sfruttato l’inadeguatezza delle linee di difesa francesi. Ma il timore che le forze militari hitleriane non fossero in grado di sostenere uno sforzo bellico prolungato cominciavano a insinuarsi nella sua mente.

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Al netto della mitologia e della propaganda (e anche del tentativo degli eserciti alleati di giustificare la propria totale impreparazione enfatizzando il potenziale bellico hitleriano), l’armata tedesca non costituiva quella invincibile macchina da guerra che si sarebbe impressa indelebilmente nella memoria dei Paesi aggrediti. Formidabile era soltanto il volume di fuoco e la velocità di manovra delle divisioni corazzate. La guerra lampo non fu altro in realtà che una marcia forzata dei panzer tedeschi attraverso territori debolmente difesi da eserciti di caserma del tutto impreparati. L’armata francese, l’unica che avrebbe potuto sulla carta opporre una qualche resistenza non simbolica, era stata giudicata dai propri stessi comandi militari perfettamente all’altezza di combattere la…Prima guerra mondiale.

L’esercito tedesco disponeva di truppe di leva e di richiamati impiegabili solo nelle retrovie e prive di un adeguato addestramento alle nuove tecniche di combattimento. Solo alcuni reparti di eccellenza, come i paracadutisti, potevano essere impiegati con successo in azioni tecnicamente impegnative. Le scorte erano insufficienti ad approvvigionare i troppi fronti aperti per periodi prolungati. I comandi militari, a loro volta, erano divisi da gelosie di corpo e da idiosincrasie personali. Un punto critico era rappresentato proprio dalla Forza aerea. La Luftwaffe di Göring rappresentava l’arma ideologicamente più affidabile per il regime, ma già sul cielo di Dunkerque le era stata impartita una severa lezione dai piloti della Raf. Qualche mese più tardi la decisiva battaglia d’Inghilterra – la prima campagna militare della Storia combattuta esclusivamente nei cieli – segnerà anche la prima pesante sconfitta della Germania nazista, affiancata da ben 170 caccia, bombardieri e ricognitori italiani, al comando del generale Fougier.

Presto, già sulla fine del 1940, nella stessa opinione pubblica tedesca si sarebbe insinuato il sospetto che la guerra lampo fosse stato un gigantesco bluff. È allora lecito supporre che Hitler non intendesse “graziare” la Gran Bretagna ferita per favorire nuovi quanto cervellotici scenari. Aveva invece fretta di chiudere la partita aperta sulla Manica e di muovere i panzer in direzione di Parigi prima che si saldasse contro il Reich uno schieramento politico-militare e diplomatico ostile, quello che aveva già subito da Hitler, fra il 1938 e il 1940, provocazioni e soprusi di ogni tipo, dai Sudeti a Danzica sino all’accordo cinicamente contratto da Ribbentrop con l’Urss. Impaziente di rimettere in moto le truppe verso ovest, il capo del nazismo sottovalutò così – o fu provvidenzialmente indotto a sottovalutare dalle pressioni non disinteressate dei suoi pretoriani più fanatici e meno competenti – l’effetto domino che un vittorioso attacco a Dunkerque avrebbe potuto avere. In un prossimo articolo proveremo invece a immaginare quali conseguenze sarebbero derivate da un diverso (e fortunatamente irrealizzato) corso degli eventi.

NICOLA PORRO