MADONNA DELLA SUGHERA – IL RITROVAMENTO DEL QUADRO

di STEFANO CERVARELLI ♦

Di ogni santuario sappiamo che esiste una “leggenda” che riguarda la sua fondazione, non volendo con ciò intendere una storia o un racconto fantasioso, ma bensì la narrazione del momento in cui trova origine il sito religioso e dell’evento scatenante il culto con il conseguente pellegrinaggio.

Tale avvenimento non veniva stabilito prontamente in documenti, manoscritti, ma per la maggior parte delle volte era affidato alla memoria ed alla predicazione popolare e solo successivamente codificato per volontà dell’autorità ecclesiastica.

 Questo accadde anche per il santuario agostiniano di S. Maria della Sughera la cui storia, dopo essere stata tramandata oralmente, fu messa in stampa in un opuscolo pubblicato dai padri agostiniani, custodi del santuario, nel 1721. Si tratta di un opuscolo rarissimo trovandosi un esemplare nella Biblioteca Vaticana e un altro nella biblioteca casanatense.

La nostra storia ha inizio nella Tolfa all’alba del XVI secolo. La cittadina, già comune, sotto il dominio dello Stato Pontificio nel 1469, iniziò a godere di autonomia e di benessere dovuto alla scoperta dell’allume. Il paese iniziò a crescere e, dall’agglomerato intorno al castello della Rocca, le case oltrepassarono la cerchia antica superando i 1.500 abitanti.

Lo Stato Pontificio intensificò la sua attenzione su quel territorio, viste le cospicue ricchezze che ne ricavava, e altrettanto forte era la ricchezza spirituale degli abitanti della zona.

Ma ad un benessere sociale i tolfetani non fecero certo mancare una ricchezza spirituale e partecipazione alla vita e liturgia cristiana. Per questo che il giorno di Ognissanti, il primo novembre 1501, giorno nel quale i fedeli si dedicano a pratiche religiose, destò non poco scalpore il fatto che due uomini, Costantino Celli e Bernardino Roso, considerati molto devoti, decisero di andare a caccia; in seguito, alla luce di quanto poi accadde, la loro scelta fu considerata un’ispirazione divina. I due cacciatori dunque presero i loro cani e andarono nei boschi alla ricerca di selvaggina. La giornata però trascorse senza che i due riuscissero a catturare una sola preda.

Presi dallo sconforto e magari pensando nel cuor loro che quella era la giusta punizione per essersi dedicati a quell’attività in un giorno di importante festa religiosa, i due uomini ripresero il sentiero che portava al paese.

Giunti nella località, oggi chiamata Sbroccate, ma a quel tempo Mazziana, furono attratti dall’abbaiare dei loro cani; convinti che forse sarebbero tornati a casa con qualcosa nel carniere, si diressero verso il punto ove i loro cani, da fermi, abbaiavano in una direzione; raggiunti gli animali  videro che questi invece di puntare in basso, verso i cespugli, guardavano verso l’alto; alzati gli occhi, grande fu la loro sorpresa nel vedere tra i rami di un sughero un quadro raffigurante la Beata Vergine con in braccio Gesù Bambino benedicente.

In preda ad una comprensibile emozione i due cacciatori si misero in ginocchio elevando preghiere alla Madonna.

Superati i primi momenti di sbigottimento, si chiesero come mai quel quadro, pur trovandosi nei pressi della via maestra, non era stato, fino a quel momento, notato da alcuno, perché senz’altro, se ciò fosse avvenuto, la cosa si sarebbe risaputa.

Pieni di emozione, di angoscia e di domande, si diressero velocemente verso il paese.

Giunti a Tolfa il Celli e il Roso raccontarono animosamente della loro avventura, ma le loro parole all’inizio furono accolte con una certa incredulità: un racconto troppo fantastico per essere vero.

Poi, però, l’evidente sincerità dei due, la ricchezza di particolari e la stima di cui godevano in paese fecero breccia nei compaesani che credettero al loro racconto.

Il popolo di Tolfa aveva come pastore un sacerdote di nome don Ascanio Astori. Anch’egli all’inizio stentò ad accettare per vero il racconto dei due uomini, ma conoscendoli, però, non si sentiva ugualmente indotto a mettere in dubbio la loro parola: non rimaneva che recarsi sul posto e così fecero.

Una volta raggiunto il luogo e constatata la veridicità del racconto e la magnificenza dell’avvenimento, don Ascanio Astori, rivolto ai presenti, disse che non si poteva guardare all’evento solo come ad un miracolo: c’era da considerarne il significato e le conseguenze facendo però notare che quel ritrovamento, in quel luogo, tra i rami di  un albero, stava certo a significare che la Beata Vergine voleva essere venerata, in modo particolare, dal popolo di Tolfa.

Venne quindi presa la decisione di trasportare la Sacra Immagine, il giorno seguente, al paese, dandole accogliente e degna collocazione; fu scelta per questo, la Chiesa della Misericordia.

Si trattava di una piccola chiesa campestre in quanto si trovava ad una certa distanza dal paese nella zona dell’attuale giardino comunale e corrispondeva all’edificio adibito a cinema negli anni ’60 (Studi storici su Tolfa di O. Morra).

Motivo della scelta era anche il fatto che don Astori sosteneva che quello fosse il luogo più adatto per ospitare una effige della Madonna che, appunto, è Madre di Misericordia.

Il giorno dopo 2 novembre, Commemorazione dei defunti, il popolo di Tolfa, in processione si recò presso il sughero sul quale si trovava il quadro e dopo una funzione religiosa lo stesso venne calato “per mano dei sacerdoti” e condotto al riparo di un baldacchino, sempre con solenne processione, presso la Chiesa della Misericordia. Qui fu posta sul primo altare e dopo aver elevato adorazioni e cantato i vespri, ognuno fece ritorno alla propria casa e la chiesa venne chiusa.

La mattina seguente, il sacerdote e le molte persone che con lui si erano recate presso la chiesa per celebrare la santa messa fecero una scoperta straordinaria, forse ancor più di quella del ritrovamento nel bosco: il quadro non c’era più.

Immaginate quel che successe; ai primi attimi di stupore e sbigottimento subentrò la più completa confusione: chi urlava al furto sacrilego, chi si mise a pregare, chi corse al paese a dare la notizia mentre si moltiplicavano le supposizioni, le domande.

Si andarono a controllare porte e finestre per verificare se ci fossero segni di forzature: niente, tutto era in perfetto ordine ed allora? Ed allora eccoci giunti a quanto si diceva all’inizio allorché la leggenda si fa narrazione del momento scatenante la tradizione ed il culto.

Dopo averle pensate tutte qualcuno magari anche convinto di dire una cosa irreale, frutto della disperazione di chi non sa più cosa pensare, avanzò un’ipotesi: “e se l’Immagine Santa fosse tornata, per mano angelica là dove l’abbiamo trovata?”. L’ilarità più totale accolse questa affermazione, ma poi qualcuno disse che andare a vedere non costava niente, sarebbe servito se non altro a togliersi questo dubbio. Ed un gruppo di persone senza perdere tempo in chiacchiere si recò verso l’albero.

Più tardi il loro rientro al paese fu preceduto da lontane ed alte grida di gioia, la gente capì subito: il quadro era stato ritrovato, era là tra i rami del sughero.

Fu un accorrere di gente verso la selva dove, una volta sul posto, dopo aver manifestato la propria gioia, un pensiero comune si diffuse tra i tolfetani, quello che era accaduto, con il nuovo ritrovamento, stava a significare una sola cosa: Maria voleva essere venerata lì, in quel bosco, tra quei rami. Si convenne quindi, in attesa di darle una degna abitazione, di provvedere alla creazione di un riparo lì tra i rami di quel sughero e così fu fatto.

STEFANO CERVARELLI