UN INCONTRO PARTICOLARE – 2 – Caffè cornetto e…; – 3 – Alessandro.

di MARIA LETIZIA GALDI ♦

2. Caffè cornetto e….

Anche l’11 agosto si presentò con la promessa di una giornata calda e afosa. Anche quel giorno Caterina iniziò la sua giornata come al solito. Prese il solito autobus, semivuoto e con i finestrini aperti in assenza di aria condizionata. C’erano tre uomini in bermuda e canottiera, seduti in silenzio uno accanto all’altro. Forse operai che andavano al lavoro. C’erano due giovani, anche loro in bermuda, intenti a consultare una cartina topografica della città. C’era l’autista che parlava al telefonino.

Gli altri sedili erano vuoti. Lei era l’unica donna.

Nessuno con cui scambiare qualche parola.

Ancora assonnata e intorpidita, pregustava un buon caffè. Se lo sarebbe concessa prima di andare al lavoro. Ma non in piedi e di corsa come ieri. Oggi si sarebbe seduta al tavolino e avrebbe ordinato anche un cornetto. Un cornetto alla crema. Perché correre, perché non prendersela con calma. Aveva tutta la giornata a disposizione, tutta la giornata da sola, lei il tavolo da disegno e il computer.

La fermata.

Scese e si diresse verso la piazza, verso quel bar e i suoi invitanti tavolini riparati da larghi ombrelloni bianchi. Distolse lo sguardo dai giardini, da quelli che una volta erano giardini, ora sporchi e trascurati, rifugio per qualche barbone più che per giochi di bimbi. Memore dell’incidente del giorno prima e del suggerimento che le era stato offerto, aveva arrotolato i suoi fogli uno dentro l’altro e serrato il tutto con due larghi elastici.

Aveva ragione Alessandro, si disse, avrebbe comprato un contenitore alla riapertura dei negozi. E sorrise ripensando a quell’incontro-scontro.

  • Noi chiudiamo domani. Lei se ne andrà in ferie? Cosa le porto?
  • Un cappuccino freddo e un cornetto, grazie.
  • Lo vuole con la crema, è fresco, glielo garantisco.
  • Oh… sì, grazie.

Il cameriere le portò, insieme al vassoio, un giornale.

  • E’ quello di oggi. Lo guardi tranquillamente, anche le edicole sono quasi tutte chiuse.

Caterina si mise a leggere facendo attenzione a non macchiare i fogli. Era arrivata alla terza pagina quando sentì una voce che le diceva: Buongiorno!

Si sarebbe dovuta seccare di quell’invadenza, invece prevalse il desiderio di compagnia. Salutò cordialmente il signore che aveva conosciuto il giorno precedente.

  • Le ho portato un tubo, per metterci i suoi disegni. Mi sono detto: chissà, potremmo incontrarci ancora… nella stessa strada… Disse, e le porse uno di quei contenitori. Era blu, di plastica dura.

Poi rimase in piedi, con l’atteggiamento di chi è sul punto di andarsene.

  • Molto gentile.

Che faccio, lo accetto o non lo accetto, si domandava Caterina. Prevalse il sì.  E disse:

  • Le posso offrire almeno un caffè? Si sieda.
  • Non vorrei disturbarla, sta leggendo. Rispose Alessandro ancora in piedi, lo sguardo per terra.

È davvero timido, pensò.  Gli indicò la sedia accanto a lei e lo invitò a restare: Dieci minuti, se ha tempo, poi andiamo ai nostri impegni.

  • Accetto con piacere. Però scelse un’altra sedia, quella di fronte a lei.

Fu inevitabile iniziare il dialogo parlando delle notizie di cronaca appena lette: un decreto regionale sull’edilizia residenziale sociale (dovrebbe interessarle, come architetto, notò Alessandro), le selezioni per Miss Italia (su questo argomento Alessandro fu ironicamente critico) e il caldo che si prevedeva in ulteriore aumento.

Alessandro aveva acquistato sicurezza e padronanza di sé. Era anche cambiato fisicamente, o così le appariva per l’abbigliamento più accurato: giacca a righine azzurre e pantaloni di lino blu.

Parlava, parlavano e quasi senza accorgersene cominciarono a parlare di se stessi.

  • Non ho il ragazzo. Ci siamo lasciati… Sì, vivo sola ma andrò presto a raggiungere i miei genitori in Puglia. E lei? Lei ha famiglia?
  • Non avrei potuto…
  • Perché? Perché non poteva…

Senza fretta, scandendo le parole, Alessandro cominciò a raccontare la sua vita. Non appariva né modesto né timido, ora. Le disse che sì, lui non si era laureato perché… Rimase nel vago. Le disse che la sua vita era stata diversa da quella dei suoi coetanei. Si era iscritto a Scienze della comunicazione perché voleva fare il giornalista. Anzi – specificò – lui aveva fatto il giornalista, lo aveva fatto per anni. Ma non in Italia.

  • Davvero? E dove? E quando è tornato? – lo incalzò Caterina, incuriosita da quegli accenni.

Su questo punto Alessandro pronunciò solo poche frasi. Aveva avuto esperienze inusuali di cui preferiva non parlare, le disse. Era stato coinvolto, molto coinvolto, in un ideale politico. Per gli impegni politici aveva lasciato l’università, ma… ma…

Caterina seguiva con interesse quella storia. Intuì in quegli accenni reticenti al passato il probabile coinvolgimento di Alessandro in qualche gruppo estremista. Tentò di approfondire, di indurlo a essere più esplicito.

  • Forse, un giorno. Forse quando mi potrò fidare. Oh…scusa… volevo dire… quando ci conosceremo meglio. Non credere sia facile per me ricordare certe esperienze… ma lo farò, se vuoi.

Erano passati senza accorgersene al confidenziale tu.

  • Ma certo. Aspetterò. Intanto… parlami di te, di te oggi, di te da quando sei tornato a vivere in Italia. Cosa fai? Dove lavori, dove abiti? Io, io te l’ho detto, ho un appartamento a Roma nord, vivo con due amiche. Cosa dici? Loro? Loro sono in vacanza. In vacanza all’estero. Così ci sentiamo poco, e solo su Skype.
  • Io cosa faccio? – disse Alessandro – Potrei risponderti: niente. Perché per me quel lavoro al comune è un ripiego. Ci lavoro, ci lavoro da… da quando sono rientrato definitivamente. Mi hanno aiutato i compagni. Lavoro part time, i soldi non sono un problema. Il tempo sì. Ho bisogno di tempo perché… te lo dico? Ti dico cosa sto facendo?

Le raccontò che stava scrivendo la sua biografia. Stava scrivendo la verità su quello che aveva visto laggiù, in quel paese del Sudamerica…

  • È lì che sei stato? E dove? Almeno dimmi, quale paese?
  • Va bene. Posso dirtelo. Ho passato molti mesi in Colombia. Cioè andavo e tornavo. Stavo più mesi laggiù che in Italia. Ti dirò un’altra cosa di me. Il mio nome lì non era Alessandro. Il mio nome lì era Ramon.

Le disse che abitava un po’ fuori Roma, non avrebbe potuto concentrarsi in un appartamento di un condominio, tra i rumori degli inquilini, il traffico… No. Aveva bisogno di quiete, e di spazi. Aveva una grande casa, lasciata dal padre.

Così Caterina seppe che era figlio unico, e che della sua famiglia aveva solo la madre. Alessandro le descrisse la casa sulla collina. Una grande casa immersa nel verde, lontano qualche chilometro dal primo centro abitato. Era una vecchia casa, con spesse mura, un grande camino a piano terra e di sopra c’erano le camere da letto. Nella sua camera c’era un altro camino. Le raccontò come era arredata, le parlò della grande vetrata che si affacciava sul vicino boschetto, delle cantine di tufo, forse antiche tombe etrusche oramai svuotate, degli alberi che aveva piantato e del prato…

Caterina seguiva stupita quel fluire di parole, sottolineate dalla voce profonda, piena e forte che anche oggi però, all’improvviso, si impennava in una nota stridula, per un attimo, per un impercettibile attimo, e poi tornava normale. Si chiese se non fosse la sua immaginazione.

  • Caterina, io non mi pento ma… ho sbagliato. Non ho finito l’università, ho rischiato la vita. Sono stato arrestato e… ne ho ancora le conseguenze addosso.

Le prese la mano, la strinse tra le sue e, con un brillio quasi febbrile negli occhi, le disse:

  • Tu no, tu non devi. Tu devi assolutamente laurearti!

Stupita per quell’improvviso tono accorato, per quel gesto troppo intimo per due che si sono appena conosciuti, riprese possesso della sua mano, e non sapendo che fare prese il giornale aperto sul tavolo e lo piegò con lenta cura. Quest’uomo, si disse, cambia all’improvviso e senza motivo, eppure le stava piacendo quella conversazione. Tutti quegli accenni, quei misteri… No, non era banale, in alcuni momenti le era sembrato quasi bello, si corresse, più che bello, affascinante.

Non fece in tempo a raccogliere bene le idee perché Alessandro si alzò per andarsene, lasciandole un vago appuntamento per il giorno dopo.

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Improbabile avviene 1

3. Alessandro

Non si era reso conto che era già pomeriggio inoltrato, il sole era ancora alto. La luce del giorno illuminava le righe del libro che Alessandro da molte ore divorava, concentrato in quel suo pasto pantagruelico, immobile per non perdere nemmeno un attimo, la mano sul bordo della pagina per poterla girare velocemente.

I muscoli irrigiditi e un persistente formicolio che saliva dai piedi verso l’alto lo obbligarono a muoversi sulla sedia. Cercò di riattivare la circolazione sbattendo le gambe tra loro, allargando e stringendo ritmicamente le mani, il volto ancora rivolto verso le piccole lettere nere.

All’improvviso le righe cominciarono a muoversi, ondeggiarono, si ricomposero in forme sinusoidali per poi ricompattarsi in una larga macchia scura che risaltava nello spazio bianco del foglio.

Si stropicciò gli occhi.

Nella pagina le parole, di nuovo allineate, si anagrammavano in successione rapida a sconvolgere ogni significato. Imprecò sottovoce e chiuse rabbiosamente il libro su cui spiccava il titolo: Storia delle Farc.

Si guardò intorno.

Era praticamente solo, fatta eccezione per un ragazzo che consultava i suoi testi nell’angolo opposto della libreria comunale.

Era meglio smettere.

Prese i libri e li portò all’uomo che curava la biblioteca.

Preferisco la signora Adriana, pensò, è più simpatica.

Aveva preso confidenza con quella donna di mezza età, addolcita da un fisico pieno e dai seni prosperosi che davano un fare quasi materno al modo in cui trattava libri e persone. Si rivolgeva a lui con garbo e non lo guardava come fosse una persona strana, né si meravigliava delle sue richieste continue di libri da consultare. In questo periodo era in ferie.

Firmò e si avviò all’uscita, solo con i suoi pensieri.

Sono stanco, molto stanco. Troppo tempo seduto, troppo tempo su libri e computer… È dura, ma voglio essere pronto. Devo essere preparato. Caterina, voglio stupirla. Stupirla e basta. Farle vedere chi sono. Ora cammino, non devo pensare alla gamba, devo mettere ordine, sintetizzare, ripetere… Sì sì. Che male la gamba, mi stanno guardando… Ma chi. Non c’è nessuno in giro, in verità. Solo quella signora alla finestra del primo piano.

Si stava affacciando il tardo imbrunire estivo.  Le gambe stentavano a seguirlo. Trascinava una gamba. La sinistra. Zoppicava in maniera visibile ma sopportava il dolore. La mente recuperava quanto aveva letto, ordinava le nozioni accumulate, sintetizzava i concetti.  Aveva una memoria prodigiosa, anche se in breve tempo dimenticava tutto.

Camminava, Alessandro, camminava e pensava, camminava e soffriva, camminava e … si fermò, si guardò intorno e disse, a mezza voce: Ma dove sto andando?!

Aveva sbagliato strada, stava andando nella direzione opposta a quella di casa. Attraversò per prendere l’autobus.

  • Hai fatto tardi anche stasera, che cosa farai mai in giro per tutto il giorno. E con questa calura. Vabbè… vieni a mangiare, la cena è pronta.
  • Mamma lasciami in pace. Devo leggere, sistemare le carte. Mangerò più tardi.

Entrò nella sua camera, buttò uno sguardo al letto: non era stato rifatto.

E chi avrebbe potuto farlo. Lui chiudeva sempre a chiave la porta. Aveva scoperto che sua madre frugava fra le sue cose, controllava il suo pc. Sì, aveva messo la password, la cambiava ogni tre giorni ma da qualche parte doveva scriverla. Su un foglietto che poi nascondeva e poi su un altro scriveva il nome del libro… una volta dovette cercare per due ore.

Si sedette, aprì il computer, dopo essersi chiuso in camera, e iniziò a digitare…

  • Insomma, vuoi venire, è pronto.
  • Sì, sì – rispose Alessandro – lavorerò dopo. Tanto con questo caldo è impossibile dormire.

E poi: Sai mamma, ho conosciuto una ragazza. Poverina, è in città per studiare, si sente sola. Stiamo facendo amicizia.

Adesso erano seduti accanto nel divano di pelle davanti alla televisione.

Si somigliavano: stesso volto scavato, stesse sopracciglia folte e stesso naso leggermente a becco. Gli occhi no. Di colore marrone scuro, ma lucidi e mobili quelli di Alessandro, opachi e fissi quelli della madre che aprì la bocca come volesse parlare, ma la richiuse subito senza emettere alcun suono.

Si era abituata alle stranezze del figlio; per fortuna in ufficio erano comprensivi. A volte non ci andava senza avvertire e toccava a lei riparare, farsi fare i certificati dal medico.

Scontroso e con pochi amici, fin dall’adolescenza quel suo unico figlio le aveva dato molti problemi. Per i suoi comportamenti imprevedibili. Timido, remissivo, subiva gli scherzi dei compagni, non reagiva alle cattiverie delle compagne che lo prendevano in giro perché era basso, scuro, e – così lo chiamavano – pecora.

Quando successe l’incidente fu facile accusare quel fatto come causa dei malesseri di Alessandro. Su una personalità debole e insicura lo choc della caduta, le conseguenze fisiche di mesi di riabilitazione e la vergogna di avere perso un anno scolastico provocò un peggioramento e lui si rinchiuse nelle sue fantasticherie.

Probabilmente frustrato per il limitato percorso scolastico, Alessandro passava le giornate sul computer e nella libreria comunale. Erano passioni momentanee, e di vario genere. Una volta era la storia di un certo periodo, un’altra quella del terrorismo italiano, un’altra… così via. Ora, per esempio, si interessava alla storia della Colombia, chissà poi perché. Proiettato nelle sue fantasie, sembrava vivesse una vita non sua, anche gli accenni alla ragazza… anche questa volta c’era una ragazza…. Lui sempre si illudeva, poi arrivava la delusione. Avrebbe voluto dirgli: Leggi, leggi, ma sei solo un impiegato comunale, e ringrazia Dio se hai almeno un posto di lavoro.

Preferì tacere. Per fortuna, le fissazioni che lo coinvolgevano quasi a tempo pieno non avevano gravi conseguenze, se non il rischio di perdere l’impiego per assenteismo.

Alessandro si limitava a leggere, a divagare con la mente, a stare fuori di casa, chissà dove, per intere giornate, ma ritornava sempre a dormire a casa. Il problema si presentava nel passaggio dalla passione per un dato argomento a quello di un nuovo interesse. In quel periodo di “fermo lettura” – come lo chiamava lei – seguivano giorni di depressione, che passava in silenzio nel chiuso della stanza, fino al ritorno a un’apparente normalità. Lei lo curava come poteva – da anni Alessandro rifiutava anche l’idea di andare da un medico – infilava qualche tranquillante nel caffè, e in casa c’era solo qualche birra nel frigorifero.

Questi i suoi pensieri, mentre osservava il figlio seguire distrattamente il telegiornale, le mani che stuzzicavano la barba.

(continua)

MARIA LETIZIA GALDI