Il Porto degli “esperti”.

di PIERO ALESSI 

Il porto è qualcosa che appartiene alla città. Gli appartiene il territorio sul quale insiste e gli appartengono l’acqua di mare che lo bagna e persino l’aria che lo circonda. Tutti i cittadini hanno non solo il diritto ma direi il dovere di interrogarsi su quanto è avvenuto e avviene al suo interno, sulle dinamiche proprie della sua crescita e del suo eventuale sviluppo e sugli effetti, più o meno positivi, che si riflettono sulla intera comunità.

Forse vi sono stati troppi silenzi, persino troppe reticenze e, talvolta, gli interessi economici hanno travolto la esigenza di chiarezza e trasparenza.

Non mi azzardo ad affrontare il tema da “esperto”. Non posseggo le competenze per farlo.

Altri indossano, non sempre in modo appropriato, il camice bianco di chi sa di cosa parla.

Io mi limito ad osservare alcune cose, da semplice cittadino.

In primo luogo, appare di tutta evidenza la dimensione che negli anni ha assunto lo scalo.

E’ cresciuto in ampiezza e in lunghezza. Ciò, non va mai dimenticato, è avvenuto per la scelta che la città tutta (istituzioni e forze sociali) fece, in anni trascorsi, di sacrificare parte del proprio territorio ad una idea dello sviluppo che passava dal porto.

Poche volte, e in modo non sempre sufficientemente informato e partecipato, la città si è fermata a fare bilanci e nel caso spingere verso correzioni di rotta.

Eppure, avrebbe avuto il diritto e dovere di farlo.

Volevamo un porto che mantenesse per quanto possibile un certo equilibrio nei traffici e mantenesse un forte carattere pubblico. Dalle nostre parti, pare che sia l’unico luogo dove sia possibile cedere ai privati per un secolo in concessione aree, realizzate con soldi pubblici, senza che questo determini non dico una efficace forma di opposizione ma neppure una qualche discussione. Quanto all’equilibrio esso è allegramente saltato nel momento in cui Civitavecchia è divenuto, e si conferma in questi giorni, primo porto crocieristico d’Italia con, dunque, una forte specializzazione.

Nulla di male se questo primato avesse riversato sul territorio adeguati effetti positivi. Parlo di adeguati perché è del tutto evidente che attorno a questo traffico sono nate e si sono sviluppate alcune attività economiche ( trasporto persone,  tour operator, guide, piccolo commercio). La questione è: ciò è stato sufficiente? La città ha ricevuto in proporzione a quanto ha dato e continua a dare? La mia personale opinione è che siamo molto lontani e per dirla tutta, come la penso, le crociere ad oggi sono state una formidabile occasione mancata. La responsabilità è tutta nostra.

Si è troppo delegato ai pochissimi, forse troppo “esperti”, che ne hanno tratto un qualche profitto personale o di gruppo.

Abbiamo tollerato che si svolgesse un traffico di enormi dimensioni senza che vi fosse una legittima ricaduta economica su di una città che ha nel porto la sua unica vera risorsa.

I nostri giovani non hanno ricevuto dagli armatori alcuna seria offerta occupazionale; i prodotti del nostro territorio non hanno avuto da questo turismo di passaggio alcun sollievo; abbiamo ceduto sottocosto beni fondamentali tra cui l’acqua; abbiamo consentito che l’aria che respiriamo venisse inquinata, con effetti sulla salute che nessuno pare in grado di monitorare e valutare. E, non è certo con qualche letterina al Governo che si può affrontare con efficacia il problema dei fumi nocivi emessi dalle navi. Si dovrebbe avere  il coraggio di dire che sino a quando non si troveranno soluzioni nazionali ( combustibili a basso contenuto inquinante, elettrificazione delle banchine o altro)  il porto non può ospitare più di un certo numero di navi da crociera ( due, tre al massimo). Si rischia di pagare un prezzo? Avevo capito, ma forse mi ero sbagliato, che si era giunti alla consapevolezza, in città, che la salute non ha prezzo.

Per altro, dal punto di vista economico, non credo ne avremmo gran danno dal momento che persino un’attività indotta, come il trasporto, è stata e viene svolta tuttora, per lo più, da operatori esterni al territorio.

Noi siamo solo lo zerbino sul quale si passa entrando o uscendo dallo scalo. Ci si pulisce i piedi. Si prende il treno, con grande sconforto dei nostri pendolari, che viaggiano come sardine in scatola, e si va verso la capitale.

E noi,  per anni a guardare. Chi ha provato ad avvicinarsi al porto o anche solo parlarne si è scottato le dita.

Una Amministrazione seria che avesse tra i suoi obiettivi quello di migliorare la vita dei propri cittadini dovrebbe affrontare la questione. In primo luogo determinando un clima di dialogo e di unità che possa dare forza alle eventuali richieste. Se io fossi un “esperto” di politiche portuali affronterei anche il tema dei traffici commerciali. Non lo sono, come ho avuto modo di dire.

Parlo da semplice cittadino e mi chiedo, ad esempio, perché il “Porto di Roma”, con la città che lo ospita che siede nell’assise della Città Metropolitana, non sia divenuto il naturale punto di scambio e di trasformazione di merci, per un bacino di altre cinque milioni di abitanti, incrementando il traffico dei container e la piccola impresa manifatturiera? Mi chiedo come sia stato possibile che agli occhi dei veri “esperti” sia potuto sfuggire l’affaire “Privilege”? Mi domando perché uno scalo come il nostro non sia stato e non appare in grado di offrire uno spazio dedicato alla meccanica navale ( costruzioni o manutenzioni)?

Altre e numerose sono le domande che un semplice cittadino avrebbe diritto di porsi ma dovrebbero esserci luoghi di discussione collettiva della comunità, finalizzati a creare le migliori condizioni di sviluppo.

Altro tema interessante da approfondire con numeri alla mano sarebbe il mercato del lavoro in ambito marittimo- portuale. Su quello marittimo si è detto.

Non vi è stata alcuna politica promozionale in questa direzione.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro squisitamente portuale, a giudicare dal silenzio e dall’assenza di forme, anche soffici, di conflitto si sarebbe portati a ritenere che si tratti di un isola felice. E’ davvero così? Non vi sono sacche di precariato o forme di sfruttamento? Non vi sono anche opportunità occupazionali non del tutto colte? La formazione dei giovani della città è adeguata alla eventuale domanda di professionalità che è andata crescendo nei porti? L’accesso alle opportunità occupazionali è stato ed è trasparente offrendo a tutti pari opportunità?

Saremo in grado di dare risposte concrete, fuori dal furore politico e polemico, a domande essenziali per strappare la città ad un destino di marginalità economica, sociale e culturale?

Se la comunità, in quanto tale, saprà mettere al bando le spesso strumentali divisioni, saprà guardarsi dagli “esperti” e  individuare, con generosità, ciò che è meglio per tutti e non ciò che è utile a pochi, forse potrà riappropriarsi del proprio futuro.

PIERO ALESSI