UN INCONTRO PARTICOLARE – 1 -L’improbabile avviene

di MARIA LETIZIA GALDI ♦

  1. L’improbabile avviene

Quel 10 agosto del 2009 alle nove meno un quarto il sole cominciava già a infuocare l’asfalto. Non c’era nessuno in quel tratto di viale Mazzini. Nessun essere umano. O quasi. Da una strada laterale comparve un uomo. Maglietta verde, bermuda stile militare e sandali tipo birkenstock camminava rasentando le mura delle case, forse per catturare un po’ di ombra sparsa a piccole dosi dai balconcini di quei palazzi degli anni cinquanta. Camminava lentamente, con passo asimmetrico, in direzione della vicina e omonima piazza.

Se qualcuno si fosse avvicinato si sarebbe accorto che muoveva le labbra come se parlasse da solo, o meglio, le muoveva come si faceva andando a scuola, quando le poesie ancora si dovevano recitare a memoria. E se si fosse avvicinato ancora di più avrebbe sentito che parlava in un idioma spagnolo o giù di lì.

Camminava assorto, ma non tanto assorto da non notare la giovane donna che procedeva verso di lui.

Era piuttosto alta, i capelli biondo chiaro racchiusi da un elastico ondeggiavano a ogni passo, le braccia nude e senza alcun segno di abbronzatura trattenevano rotoli di carte. Un po’ piegata in avanti per il peso di una rigonfia borsa rossa, o perché sovrappensiero, procedeva con ritmo regolare, né lento né veloce.

Lui camminava verso di lei, lei camminava verso di lui… scontrarsi fu inevitabile.

E inevitabile fu la caduta delle carte dalle braccia della ragazza.

  • Ohhh… Mi scusi.
  • Ma no, non è niente.
  • Mi scusi mi scusi! Che sbadata… scontrarsi con l’unica persona… ero distratta…
  • Ma no ma no… anche io…Con questo caldo… Adesso l’aiuto a rimettere tutto insieme.

L’uomo si chinò agilmente, raccolse le carte che si stavano srotolando per terra. Si sollevò con un guizzo e rimase fermo a fissarla.

La ragazza arrossì, era in chiaro imbarazzo. Alzò gli occhi per osservarlo: era alto come lei, cioè non era alto. Aveva la barba scura con qualche accenno di bianco, doveva avere quasi quarant’anni, pensò. Io ne ho ventisei.

  • Grazie.

Gli disse risistemando al meglio le carte recuperate mentre pensava: ora che faccio?

Non voleva essere scortese, le avrebbe fatto piacere parlare con qualcuno ma… era meglio non fidarsi di sconosciuti contro cui si va a sbattere.

  • Dovrebbe usare un contenitore, sa… quei tubi, i tubi di plastica dura, così li protegge. Volevo dire, questi fogli… fogli da disegno. Perché di questi si tratta, vero?

Ora che stavano così, uno di fronte all’altra, la ragazza provò a osservarlo senza pregiudizi. Notò l’intensità degli occhi, piccoli e scuri, che rilucevano nel viso magro dalle guance affilate coperte dalla fitta peluria.  E la voce. Era una voce piena, sicura, dai toni morbidi e rassicuranti.

Perché lui continuava a parlarle. Lo faceva con un mezzo sorriso, le mani in tasca, il corpo leggermente inclinato all’indietro.

  • Se non fosse per questo terribile caldo si starebbe bene in città. Io preferisco andare in ferie a settembre, quando le spiagge sono meno affollate e l’aria frizzante corrobora. Anche lei?

Lui parlava, lei seguiva la calda e rassicurante musicalità di quella voce maschile… Bella voce pensò ma… ecco… si infrange l’armonia, il tono si impenna, esce una nota stridula… ma no! Ecco… ritorna normale, fluida, carezzevole. Successe due o tre volte – così le parve – forse durò soltanto un secondo, ma tanto bastò a procurarle una spiacevole sensazione di fastidioso stupore.

Pensò: sarà una mia impressione… oppure… sarà un residuo di raucedine…

Dopo tanti giorni di solitudine forzata, non le dispiaceva scambiare qualche parola con un essere umano. Si vergognò di questi pensieri: il motivo del suo restare in città era il suo lavoro, la conclusione della tesi di laurea magistrale in Architettura del paesaggio.

Una delle carte si stava srotolando, lasciando intravedere qualcosa: un disegno, uno schizzo?

L’uomo, indicandolo le disse:

  • Cosa fa con questi fogli da disegno? Vedo… forse dipinge? Lei è un’artista? Una pittrice?

La ragazza rispose malvolentieri, mentre pensava che era meglio salutarlo e andarsene.

  • Sto per laurearmi. Laura magistrale in architettura…
  • Ah… interessante. E che cosa fa? Palazzi o… Che cosa?
  • No no! Mi interesso di, di… un progetto per una città sostenibile. Questi disegni fanno parte della mia tesi. Per questo sono ancora in città. Ma… ora è tardi, mi aspettano… devo andare. Grazie, grazie ancora.

Una bugia. Una bugia difensiva. In realtà non c’era nessuno ad aspettarla. Non c’era nessuno nello studio e nemmeno nel palazzo. Solo il portiere, e con turni ridotti.

Gli porse la mano. L’uomo la prese tra le sue, trattenendola per qualche istante.

  • Almeno presentiamoci. – le disse – Io mi chiamo Alessandro. Lei…
  • Mi chiamo Caterina.

Rispose. Ritirò la mano, si assestò la tracolla e abbracciò i suoi fogli arrotolati, mentre pensava a come svincolarsi educatamente. Non dovette fare alcuno sforzo perché fu lui il primo a riprendere la propria via.

  • Arrivederci allora, e buona fortuna. Le disse, e si avviò con quel suo strano passo.

Dire che Caterina ci rimase male è sbagliato. Però si rimproverò. Era stata troppo brusca, aveva ceduto allo stereotipo del maschio, che se ti ferma lo fa per provarci. Non gli aveva nemmeno domandato cosa ci facesse lui, a Roma, in pieno agosto. Forse un impiegato, forse lavorava in qualche ufficio… le aveva parlato di ferie a settembre. Però in ufficio in bermuda, strano. Avrebbe dovuto approfondire, invece si era subito messa sulla difensiva. Alessandro era stato solo gentile. In fondo era lei che gli era piombata addosso.

Si voltò per guardarlo mentre si allontanava, le sembrò zoppicasse lievemente.

(continua)

MARIA LETIZIA GALDI