COSTRUZIONE DELLA CHIESA DI CIBONA TRA STORIA E MISTERO

di STEFANO CERVARELLI 

Prima di addentrarci nell’ultima parte di questa breve storia della Madonna di Cibona, quella che contiene in un certo senso un alone di mistero, ossia la costruzione della Chiesa, vale la pena spendere poche parole sulla traslazione dell’affresco raffigurante la Vergine Maria col Bambino Gesù e la conseguente Incoronazione. Il lavoro di traslazione rappresentò un momento molto delicato in quanto non era ancora conosciuta la tecnica di tagliare un muro contenente un affresco, senza correre il pericolo di rotture o peggio ancora di crolli. Per precauzione venne fatta una copia dell’affresco su un quadro ad opera dell’artista Pier Francesco Mola su incarico del Cardinale Pallotta.

Il compito di “tagliare” l’affresco venne dato all’Architetto Castelli, il quale lavorando con molta diligenza ed attenzione, avvalendosi della collaborazione di alcuni operai, portò a compimento felicemente l’operazione, pur dovendo sacrificare le raffigurazioni poste ai lati dei due apostoli Giovanni e Giacomo. Lo stesso Castelli provvide poi a costruire un apposito carro per il trasporto dell’affresco nella nuova chiesa.

La traslazione avvenne con una grande cerimonia il 16 giugno 1647.

A distanza di 57 anni e precisamente il 1 giugno 1704 per parte del Capitolo della Patriarcale Basilica Vaticana avvenne l’Incoronazione della Sacra Immagine di Maria e del Bambino Gesù.

A ricordo di questa incoronazione fu posta nella chiesa, da parte dei pp. eremiti, un’iscrizione sul pilone della colonna dell’acqua santa.

Le corone d’oro poste sulla Sacra Immagine restarono al loro posto fino all’invasione ed occupazione francese di Tolfa (1799), per andare pure loro a far parte del bottino di guerra.

Ed eccoci alla costruzione della chiesa la cui sagoma, sebbene abbia subito nel tempo modifiche e lavori, è ancora visibile sulla strada che da La Bianca conduce a Tolfa.

Il Capitano Vincenzo Celli, che aveva ricevuto l’incarico e l’onore di rappresentare i Cardinali Pallotta e Sacchetti, si recò sul posto destinato alla fabbrica della chiesa e del convento insieme a 120 operai che come primo lavoro iniziarono a spianare il terreno.

Lavoro questo che andò avanti per ben un anno durante il quale avvennero dei fatti che vale la pena ricordare, anche a testimonianza di una certa “misteriosità” che ancora oggi grava sulla zona a causa di antiche leggende e credenze popolari ad essi collegate.

Accadde che durante gli scavi furono fatti dei ritrovamenti “particolari”.

In principio vennero portati alla luce antichissime urne di pietra (sembra che fossero sei) delle quali alcune grandi ed alcune più piccole; all’interno di questi contenitori furono rinvenute delle ceneri con frammenti di ossa. Immaginate lo stupore, l’inquietudine ed anche i brividi che la scoperta destò negli operai. Si finì con il pensare che quel tratto di terreno fosse stato un sepolcro di pagani che in tempi lontanissimi usavano cremare i loro defunti per poi conservarne le ceneri in apposite urne. Comunque tale rinvenimento non mancò di creare un certo timore nei confronti del luogo.

Un timore che andò aumentando con la seconda, ancor più stupefacente scoperta.

Nel proseguimento dello spianamento della collinetta affiorò un lungo scoglio che tagliava il colle al centro estendendosi da levante a ponente. Al centro di questo lungo masso venne ulteriormente scoperto un sasso molto grande dalla forma rotonda e di color nero, talmente resistente che per romperlo occorsero diversi colpi di mazza di ferro.  Alla fine il sasso di ruppe in due parti uguali ed agli occhi dei presenti apparve qualcosa di spettacolare, quasi esaltante, che oggi non sfigurerebbe in un film d fantascienza. La superficie concava interna si presentava terza come uno specchio rifulgendo più dell’oro e dell’argento fusi insieme: in più era tempestata di pietre lavorate che brillavano come diamanti ed accanto ad ognuna di queste ce ne era un’altra di uguale fattezza ma più piccola.  Nel fondo della pietra aperta c’erano tre piccole piramidi di cui quella di centro più grande delle altre due.  Che dire se un rinvenimento del genere avvenisse oggi? Cosa ci farebbe pensare? Immaginatevi allora! Due piramidi, la terza purtroppo si ruppe al momento dell’apertura, vennero donate al Cardinale Pallotta, mentre il sasso così come era stato aperto rimase al centro della fabbrica facendosi notare per il contrasto tra la superficie esterna nerissima e quella interna splendente. Purtroppo di quello che avvenne in seguito del masso non si hanno notizie.

Il 13 giugno 1638, sempre alla presenza dei Cardinali Pallotta e Sacchetti, fu deposta la prima pietra al cui interno vennero poste alcune monete del Pontefice regnante insieme ad una pergamena sigillata che ricordava l’avvenimento.

L’entusiasmo di questo evento attenuò le apprensioni ed i timori dovuti alle scoperte precedenti, ma nuovi avvenimenti vennero a ritardare l’edificazione della chiesa. I fedeli della zona si abbandonarono al pensiero che il demonio conducesse una sua battaglia contro la costruzione dell’opera e che la Madonna avesse scelto invece proprio quel posto per manifestare la sua potenza sul maligno. Per primo avvenne che i funzionari del Comune di Tolfa trascurassero di mettere al corrente dei lavori il Vescovo Diocesano. Questi all’inizio restò in silenzio credendo, come diremmo oggi, in un semplice malinteso; ma poi quando venne a sapere che si era già svolta la cerimonia di posa della prima pietra, fece valere la sua autorità ordinando che venissero interrotti i lavori.

La questione portò via mesi ed alla fine per risolverla dovette intervenire, su richiesta dei soliti Cardinali Pallotta e Sacchetti, addirittura il Papa, che ricordò al Vescovo della Diocesi di Sutri che sì la cappella si trovava nell’ambito della sua diocesi, ma era altrettanto vero che apparteneva al patrimonio di San Pietro ordinandogli quindi di far riprendere i lavori, cosa che il Vescovo fece con apposito decreto nell’anno 1639.

Poi venne l’incendio.

Accadde in una fredda notte di dicembre 1638. Da un fuoco acceso per riscaldarsi, il forte vento di tramontana fece volare delle scintille che raggiunsero la legna di ogni specie ricavata dagli alberi tagliati e che era stata posta in un due grandi cataste. Con queste presero fuoco anche le tavole necessarie ai lavori di carpenteria, provocando un danno ingente.

Fu grazie all’immediato intervento ed al veloce lavoro dei padri eremiti e di altri uomini, probabilmente custodi, presenti sul luogo che l’incendio non si propagò alla selva circostante, anche se per spegnere gli ultimi pericolosi focolai occorsero sette giorni.

Il tempo per riprendersi dallo spavento, riorganizzare i lavori (la gente della zona contribuì donando nuovo legname) che una nuova sciagura di abbatté sulla costruenda Chiesa di Cibona.

I Padri Senari che a lungo avevano vissuto in condizioni disagevoli, dentro cellette di legno, esposti ad ogni sorta di intemperie, per di più sottoponendosi al duro rigore dell’osservanza, finirono per ammalarsi venendo successivamente a mancare a breve distanza l’uno dall’altro. Padre Zenobi Simone, a sua volta, dovette tornare al Senario per sottoporsi alle cure contro l’idropisia e l’asma che lo tormentavano. Era il 13 maggio 1640 quando lasciò Cibona. A poco tempo dalla sua partenza, il 19 agosto 1640, venne a mancare anche Padre Benedetto Morelli. Lui e Fra’ Luca da Cortona, eremita laico del Senario, vennero tumulati nella Cappelletta dove svolsero il loro umile servizio. A custodia della Taumaturga Immagine di Maria rimase solamente un laico, Fra’ Valentino.

Cervarelli Cibon

Successivamente, attraverso vicende lunghe adesso da raccontare, e tramite l’opera del Cardinal Giulio Sacchetti, protettore dell’Ordine Senario dei Servi di Maria, arrivarono a Cibona due padri eremiti, Andrea Corsini ed Alessio Bartolini; a questi si aggiunsero in seguito altri quattro confrati, tra cui un sacerdote, Padre Angelo Maria Guidetti, che ebbe l’onore e possiamo dire la consolazione di traslare nella nuova Chiesa la Madonna di Cibona. Egli venne poi seppellito nel cappellone della Chiesa di Cibona nella parte dell’Evangelo.

Dopo un lungo periodo di “normale” attività, la storia della Chiesa di Cibona andò sempre più intrecciandosi con le vicende socio-economiche delle miniere di allume nello scenario degli avvenimenti di quel tempo (invasione francese, Repubblica Romana, ripristino Stato Pontificio). Ma questa è un’altra storia.

Nel 1891, con la morte dell’ultimo eremita, la chiesa finì per essere abbandonata del tutto.

Nel 1937 ci furono dei crolli all’interno della Chiesa e per sicurezza l’affresco fu trasferito nella Chiesa dei Cappuccini di Tolfa dove attualmente si trova sopra l’Altare Maggiore.

STEFANO CERVARELLI