SPORT E SCIENZE SOCIALI. IL GRANDE GIOCO DEL MONDO GLOBALE PARTE – 6.

BAMBI, RAMBO E LA FAVOLA BELLA DEL NUOVO SPORT

di NICOLA PORRO ♦

Tutti in fila sull’Himalaya

La gestazione, a cavallo fra XX e XXI secolo, di un sistema di sport amatoriale in parte svincolato dal modello della performance (sport per tutti e a misura di ciascuno) e l’emergere di un serio problema di compatibilità fra rispetto ambientale e attività fisico-motorie in ambiente naturale, riflette un mutamento culturale a raggio più ampio. Esso ha interessato la stessa composizione sociale dei praticanti, moltiplicatisi grazie alla contaminazione di sport tradizionale, turismo e pratiche di tempo libero per tutte le età della vita. Proprio lo sport per tutti, ad esempio, ha rilanciato in chiave terapeutica e di socializzazione di bambini e persone disabili la pacifica equitazione da campagna e la pratica tecnica della vela come intervento attivo nel contrasto al disagio mentale. Ma in un’accezione letterale, anche le più rischiose e talvolta dissennate pratiche no limits appartengono a pieno titolo a un paradigma tecnico e culturale alternativo a quello fondato sul primato della prestazione.

Una trasformazione radicale ha conosciuto d’altra parte la stessa idea di natura. Giddens, come si è ricordato in un precedente articolo, ci ha insegnato a  distinguerla nitidamente da quella di ambiente, più estensiva e comprensiva degli spazi antropizzati e delle aree urbane e industriali in genere. Ulrich Beck (1986, 1994), teorico della società del rischio, ha evidenziato la componente ansiogena che si associa nel tempo dell’idolatria tecnologica alla materiale impossibilità di dominare completamente la natura. Già agli albori della rivoluzione scientifica della modernità Francesco Bacone aveva tuttavia ammonito che la natura può essere dominata solo imparando a obbedirle. Questo monito suona oggi stridente con il titanismo faustiano e l’illusione di onnipotenza tecnologica che costituiscono il profilo dello sport estremo nella tarda modernità.

La sfida no limits ne è un sintomo eloquente. All’epoca dei primi escursionisti l’attività alpinistica evocava suggestioni romantiche e comportamenti salutistici. Oggi l’alta montagna è il teatro di un confronto ravvicinato che spettacolarizza il desiderio dello sfidante di soggiogarla. In casi estremi ciò induce un impatto distruttivo, come dimostrano le drastiche limitazioni imposte a metà della seconda decade del Duemila alle ascese himalayane persino da parte di Paesi poverissimi che hanno nell’escursionismo in alta montagna la principale risorsa economica. Dal punto di vista degli ecologisti l’aggressione sportiva o parasportiva all’ambiente naturale è dunque comprensibilmente temuta quanto e più di un concerto rock o di un incontro internazionale di calcio, tenuti in spazi delimitati e sottoposti a una più stretta vigilanza.

practicing golf swing by Larry Sultan

La foto (giocatore di golf domestico) è di Larry Sultan

 

Cercando l’altrove

I dark green sono però critici anche con tecnologie dolci, che sfruttano energie rinnovabili, come sole, rapide, venti e maree. Il timore è che il nocciolo digitale dello sport 2.0 contribuisca a soppiantare antichi saperi e abilità elaborate nell’arco dei millenni grazie a un contatto amichevole (o supposto tale) con l’ambiente naturale. Ancora una volta, siamo in presenza di un pensiero double face, in cui la linea di confine fra paranoia, legittime preoccupazioni scientifiche e pulsioni regressive è obiettivamente labile e di incerta definizione. Una confusione alimentata dalla narrazione commerciale, ispirata a un’estetica eroica ed esotica, che tramite spot commerciale promuove eventi in contesti e condizioni estremi, come nel caso esemplare del Camel Trophy.

La denuncia ecologistica rappresenta insomma il sensore e l‘acme di una crisi che investe visioni diverse della civilizzazione, come aveva intuito Bacone fra XVI e XVII secolo sforzandosi di scongiurare il divorzio fra modernità e ambiente. Nemmeno sarebbe giusto, tuttavia, ignorare il progressivo cambio di paradigma intervenuto nella cultura dello sport sedicente ambientale a partire dagli ultimi decenni del XX secolo. Rinunciando a rappresentazioni apocalittiche o caricaturali, si può focalizzare l’attenzione su quelle attività che hanno come motivazione primaria la ricerca di emozione o il bisogno di espressività. Pratiche che si svolgono in alta montagna o nelle profondità marine, che esigono abilità e competenze specifiche e che allo stesso tempo modificano in radice l’originaria idea di competizione. Non è più questione di battere un avversario, ma di competere con se stessi, con i propri limiti e con i limiti delle proprie conoscenze. Come in una perfetta metafora della società del rischio, il livello di formalizzazione regolamentare della prova è relativamente modesto, mentre prevale quella componente emozionale che ben descrive Raffaella Camoletto nella sua ricerca sugli sport estremi (2005). Queste attività mobilitano solo in Italia, secondo le indagini multiscopo dell’Istat, circa seicentomila praticanti, rispondendo a quello che gli psicologi chiamano il “bisogno di non interrompere il flusso”. Velisti, alpinisti, danzatori acrobatici che ricercano il momento fatidico in cui abbandonarsi senza mediazioni all’emozionante contatto fusionale con l’ambiente, sottraendosi alla tirannia della vittoria o del record che ha regolato lo sport del Novecento. Una domanda di libertà oltre il limite, emancipata dal risultato misurabile, quantificabile, remunerabile dello sport di prestazione. Per comprendere meglio dovremo collocare il praticante sportivo open air entro categorie apparentemente estranee, come quelle del viaggio e del gioco. Tipi comportamentali che, come il praticante sport espressivi, sono caratterizzate dalla ricerca di un altrove.

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Il viaggiatore, il giocatore, il tapascione

Ha scritto Eric Leed (1991) a proposito dell’esperienza del viaggio in territori inesplorati,

…”luogo” e “spazio” sono termini che si riferiscono soltanto alla relatività del movimento. La continuità del movimento crea l’illusione dello spazio infinito, vasto, “libero”. Un’interruzione della continuità del movimento risolve lo “spazio” nel “luogo”…Potremmo risolvere lo spazio nel luogo arrestando il nostro movimento e trasformare il luogo in spazio riprendendo a muoverci (pp. 104-105).

Il viaggiatore di Leed ricorda a sua volta quello sportivo anomalo che è il giocatore analizzato da Roger Caillois (1958) nei Giochi e gli uomini, travolto dall’ebbrezza classicamente chiamata ilinx:

Provare piacere di fronte al panico, esporvisi spontaneamente per tentare di non soccombere, avere davanti agli occhi l’immagine della rovina, saperla inevitabile e non riservarsi altra via d’uscita se non la possibilità d’affettare indifferenza, è, come dice Platone per un’altra scommessa, un rischio affascinante e che val la pena di esser corso (p. 14).

La vertigine è insomma oltre la competizione, oltre la regola, oltre la prestazione. Fa dell’ambiente naturale lo scenario di un’avventura estrema, il teatro dove inscenare una propria personalissima e irripetibile narrazione narcisistica. Lo sport outdoor, che si attaglia perfettamente alle parole di Caillois, non è ovviamente soltanto questo. Dobbiamo pensarlo come un vasto contenitore capace di ospitare le evasioni turistiche di pacifici tapascioni, terapie psicologiche e percorsi formativi (gettonatissimi a fini di carriera i corsi aziendali di sopravvivenza in ambiente più o meno “estremo”), sfide attraversate da pulsioni autodistruttive e deliri esibizionistici. Alla fine stenteremo a rintracciare gli idealtipi di Bambi e Rambo descritti da Vanreusel, sommersi anch’essi dalla pressione di bisogni indotti dal mercato. Quante linee di abbigliamento, quante offerte di equipaggiamenti, quante imperdibili trovate tecnologiche, quante pubblicazioni specializzate, quanti deodoranti, quanti smartphone, quanti navigatori satellitari, quanti capi d’abbigliamento parlano il linguaggio glamour dello sport in ambiente naturale?

Non è perciò paradossale, a ben vedere, che la prospettiva ecocentrica finisca per convivere con una visione egocentrica del sé. La stessa vulnerabilità ambientale è resa negoziabile dal ricorso a prodotti sistematicamente “amici dell’ambiente”. I vecchi dark green non rinunciano a denunciare gli effetti nocivi della neve artificiale, la deforestazione, la violazione speleologica di rocce incontaminate, i safari motoristici nelle sabbie. E con essi la riduzione dell’ambiente a scenario per sfide dissennate e occasione per un’incessante produzione artificiale di adrenalina.  I paesaggi delle vacanze, al mare, ai monti, nei parchi gioco, si affollano intanto di pareti di finta roccia, di piste indoor, di spiagge di riporto a ridosso di dighe o idroscali, di onde artificiali prodotte da imponenti propulsori meccanici.

 

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La foto (lanciatore disabile) è di Steele Perkins.

 

Una difficile convivenza

I due sistemi culturali – quello sportivo e quello ambientalistico – sollevano insomma nel loro rapporto la questione ancora irrisolta che oppone proibizionismo ecologistico a egemonia antropica. Si tratta però di una relazione che ha conosciuto fasi diverse. Inizialmente l’indiscusso primato riconosciuto all’homo ludens mirava a disporre di un ambiente incontaminato, ricco di acqua pulita, di aria pura, di beni ambientali consumabili (è quella che Holderegger aveva chiamato etica dell’egocentrismo). A questa fase fece seguito una stagione dominata dalla filosofia dell’interesse comunitario, con la quale (Huber) si affacciavano le buone pratiche e la valutazione scientifica del rischio ambientale. È un’anticipazione del tema dei beni comuni, che riguarderà diritti e bisogni di tutti ispirando le prime proteste contro gli impianti di risalita (erosione del suolo, deforestazione, deviazione di corsi d’acqua) o i circuiti motoristici. Il terzo stadio sarà quello dell’etica antropocentrica, in cui prende forma il tema dei diritti dei cittadini non nati. Sarà questo un autentico salto di qualità, che rappresenterà l’ambiente, finalmente in modo univoco, come risorsa pubblica e patrimonio esigibile dalle generazioni future. Infine, quella che si profila nei primi decenni del Duemila sarà l’etica dell’ambiente in quanto tale. Da bene fruibile, esso si trasforma in risorsa in sé e per sé, non monopolio esclusivo dell’uomo e non negoziabile. Nella sua versione radicale, questa filosofia esalta l’interdipendenza uomo-natura: non possiamo limitarci a viverenell’ambiente, ma dobbiamo imparare a vivere con l’ambiente.

Al tempo della pubblicazione del suo primo lavoro sul tema (1989), il teologo Adrian Holderegger situava il confronto fra ambientalismo e sport al livello dell’interesse comunitario (la seconda fase). Negli scritti più recenti del 2004 e del 2015 lo stesso autore ha descritto lo sport come espressione di una tensione incompiuta fra etica spirituale (Kult) e civilizzazione (Kultur). Possiamo identificarne i tratti salienti in una rappresentazione antropocentrica che preferisce suggerire domande anziché azzardare risposte. Quali domande inespresse cela la passione dilagante per le pratiche estreme? Quali diritti di rappresentanza il movimento sportivo dovrebbe riconoscere all’ecologismo? E, specularmente, come può lo sport avere voce in una riflessione a largo raggio sui destini dell’umanità e delle sue risorse vitali? Come possono felicemente contaminarsi ambientalismo e sport per tutti?

Un’apertura non occasionale e strumentale di confronto fra i movimenti coinvolti è necessaria, al di là delle contingenze divisive, come accadde invece nel 2016 con  il caso obiettivamente controverso, ma gestito in maniera desolante, della candidatura olimpica di Roma. Un dialogo per scoprire, ad esempio, quanta sensibilità ambientale c’è nella ricostruzione paziente di una mappa aggiornata dei sentieri appenninici o dei torrenti alpini per renderli fruibili per attività open air rispettose dell’ambiente. E quanto lo sport possa contribuire a una sana e preziosa educazione, scolastica e non solo, in favore dell’ambiente. Da sottrarre tanto al titanismo e al narcisismo autoreferenziale quanto alla miope egemonia del mercato e alle paure che attraversano la società del rischio.

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NICOLA PORRO