SPORT E SCIENZE SOCIALI. IL GRANDE GIOCO DEL MONDO GLOBALE – PARTE 5.

LA SFIDA AMBIENTALE E LA RIVOLUZIONE GENTILE DELLO SPORT PER TUTTI

di NICOLA PORRO ♦

Una rivoluzione gentile

 …Tutto lascia pensare che lo sport sia il corpo simbolico di cui la nostra società fa uso per raccontare le sue speranze, i suoi fantasmi e le sue paure.

 Sono parole di un grande storico dello sport, il francese Christian Pociello. Ma di quali speranze, fantasmi e paure parliamo? E perché la passione e la pratica del corpo, disciplinato da regole del gioco ferree e insieme capace di produrre emozioni a elevata intensità e sempre diverse, dovrebbe aiutarci a combattere l’anomia, intesa come impotenza a governare ciò che cambia intorno a noi (e persino dentro di noi)? Se vogliamo evitare equivoci, occorre prima intenderci sull’oggetto. Lo sport condensa elementi cruciali della tarda modernità: la misurazione compulsiva del risultato, la competizione spettacolarizzata, la produzione di identità immaginarie eppure emozionalmente potenti (il tifo). Allo stesso tempo, la sua narrazione mediatica condensa contenuti e suggestioni arcaiche: la sfida, l’impresa eroica, l’insofferenza per il limite, la produzione di miti.

L’esito è un mix di evocazioni ataviche e di linguaggi postmoderni, come si è visto nel caso del record e della rappresentazione sportivizzata del tempo. Questa volta invece va posta al centro una riflessione sullo spazio. O meglio: su quella fragile dimensione territoriale e ambientale, esposta al rischio di un distruttivo impatto ambientale, che costituisce il luogo d’elezione di tutte le retoriche circa un sano e pacificante “ritorno ala natura”.

La questione del rapporto fra sistema sportivo e ambiente naturale si propone con crescente drammaticità a partire dagli anni Ottanta del Novecento. Scandisce l’incubazione di tutti i grandi eventi di performance (Olimpiadi, campionati internazionali di specialità ecc.), accompagna l’iter delle candidature, accende battaglie senza esclusione di colpi fra vestali dell’intangibilità e fautori di una visione sviluppista, non di rado ispirata a poco nobili interessi. Evoca, insomma, l’esigenza e l’urgenza di una rivoluzione dolce ancora priva, però, di un protagonista capace di promuoverla concretamente. Sino alla seconda metà del Novecento, del resto, il nascente movimento ambientalista aveva dedicato scarsa attenzione al problema, limitandosi a rapsodiche e circoscritte denunce di casi macroscopici di devastazione speculativa del territorio che colpivano ecosistemi vulnerabili o ambienti urbani di particolare pregio architettonico. Nel mirino finirono soprattutto impianti di risalita in alta montagna, campi da golf riservati a un’utenza di élite, strutture marine per eventi nautici.

Un approccio concreto alla questione si ebbe solo con l’elaborazione della teoria delle buone pratiche e la sua applicazione all’agonismo in ambiente naturale. Censendo, approfondendo e socializzando esperienze di successo, essa proponeva un modello di sport sostenibile chiaramente ispirato ai principi dello sviluppo sostenibile e della modernizzazione ecologica,sviluppati già nel 1982 da Joseph Huber. L’economista tedesco si era concentrato pragmaticamente sul consumo del territorio, la preservazione di ambienti di pregio, la qualità e la “biodegradabilità” degli impianti di nuova costruzione. Prese forma per sua iniziativa un sistema di vincoli precisi, scientificamente motivati e orientati, nelle intenzioni,  a non deprimere il valore aggiunto socio-economico rappresentato dalla redditività delle manifestazioni, dalla soddisfazione di spettatori e utenti, dalla promozione di stili di vita attivi in contesti sicuri. Come prevedibile, le tesi di Huber sollevarono entusiasmi e contestazioni fra quanti propugnavano l’urgenza di una rivoluzione gentile a tutela dell’ambiente e perciò contro una sua fruizione indiscriminata. Il tema dell’impiantistica sportiva e dell’accesso risultava centrale in entrambe le prospettive. Helen Jefferson Lenskyi (1998), la prima leader ecologista a misurarsi con il caso dello sport, liquidò il modello di Huber come espressione di un ambientalismo debole (light green), subalterno ai grandi interessi commerciali del settore e portatore di una visione tecnocratica. A esso oppose il suo ambientalismo dark green ecocentrismo, che assegnava alla difesa ambientale un primato assoluto e un valore non negoziabile.

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Primitivi del futuro?

Il tema delle risorse non rinnovabili e dell’impatto compatibile, peraltro, era già stato sollevato vent’anni prima dal club di Roma (il Rapporto Meadows sui Limiti dello sviluppo, divulgato in Italia da Aurelio Peccei, è del 1972) e da importanti ricerche successive. Fra queste vanno citate quelle che sostennero l’ipotesi Gaia di James Lovelock del 1979 e le indagini ispirate alla teoria di Santiago di Humberto Maturana e Francisco Varela, fra gli anni Ottanta e Novanta. Il tema dello sport ambientale si ritagliò una nicchia di attenzione in tanto consesso. Ciò non impedì però che, nelle occasioni cruciali,  il confronto si polarizzasse inesorabilmente  attorno a una meccanica opposizione favorevoli-contrari che, allora come oggi, declassava la valutazione di merito a scontro fra tifoserie politiche o consorterie d’interessi.  A posteriori, colpisce tuttavia come quasi sempre le fazioni antagonistiche si richiamassero allo stesso principio di sostenibilità.

Un importante sociologo britannico, Anthony Giddens, si sentì in dovere di assumere pubblicamente una posizione assai critica, seppure venata di ironia, sull’offensiva ambientalista del tempo:

…per il pensiero ecologista – scrive nel suo Le conseguenze della modernità (1994) – il concetto di “natura” è tanto importante quanto quello di “tradizione” lo è per i conservatori. Come quest’ultima, anche l’idea di natura è in genere largamente accolta, e pertanto portata a sostegno di diverse interpretazioni e posizioni. Alcune versioni dell’ecologia hanno una sfumatura teologica: gli uomini non si possono permettere di interferire con quella che è una creazione divina. Altre prendono sul serio la metafora della natura come madre. (ed. it. p. 250)

Giddens polemizzava con quel fondamentalismo ambientalistico che gli appariva sedotto da un pensiero regressivo, a misura di quelli che definì sarcasticamente “i primitivi del futuro”. L’animosità di Giddens, ispiratore della terza via di Tony Blair, rifletteva del resto anch’essa ragioni politiche e culturali, ovviamente di segno opposto rispetto ai fondamentalisti dell’ambiente. Accreditava, però, una legittima diffidenza per rappresentazioni, non sempre convincenti, limpidamente argomentate e nemmeno immuni da possibili interessi (come si vedrà più avanti a proposito delle predicazioni di sette esoteriche, di movimenti pseudoscientifici come i no-vax e di autentici ciarlatani) che sembravano negare la possibilità stessa di “rendere benevolo” l’ambiente naturale. Giddens ricorda, ad esempio, come società tecnologicamente primitive abbiano prodotto in tempi remotissimi forme spaventose di distruttività ambientale. Il sociologo britannico invitava piuttosto a distinguere meglio fra le nozioni, affini ma non interscambiabili, di ambiente e natura: “Los Angeles è parte dell’ambiente al pari di una prateria”. (ibidem, p. 257).

Un evento simbolo fu rappresentato pochi anni dopo proprio da un grande evento sportivo come le Olimpiadi di Sydney del 2000. Presentati al mondo come i Giochi ispirati per la prima volta a un’esplicita scelta ambientalistica, ricevettero l’approvazione di Greenpeace e fecero sperare nell’apertura di un confronto più pacato e costruttivo fra sistema sportivo, ecologismo e pensiero sociologico. Questo auspicio si realizzò nei decenni successivi molto parzialmente. Troppi gli interessi in campo, da un lato, e troppe, dall’altro, le rigidità di movimenti che avevano fatto dell’ambientalismo una sorta di surrogato della critica radicale all’ordine sociale maturata nel ciclo di protesta dei decenni precedenti. La contestazione alla globalizzazione, che si materializzerà nel Forum mondiale no global di Seattle (1999) e poi di Porto Alegre (2001), si nutrirà in buona misura di umori e sentimenti ispirati al radicalismo ecologico.

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Sport per tutti e a misura di ciascuno

Proprio il movimento sportivo, però, sarà protagonista fra i Novanta e i primi Duemila di un’esperienza inedita e di successo. È quella che viene associata, con definizione poco rigorosa ma efficace, allo sport per tutti. Un sistema di pratiche emancipate dai vincoli dello sport di rendimento e orientate a privilegiare un vasto numero di attività, preferibilmente ma non esclusivamente in ambiente naturale, non sempre e non necessariamente competitive. Una rivoluzione culturale che veniva da lontano. Già alla fine della Seconda guerra mondiale Ian Englehardt un funzionario dei servizi sociali canadesi, preposto all’intervento nelle riserve indiane, aveva sperimentato fra gli indigeni forme di attività motoria loro culturalmente congeniali e rispettose dell’ambiente di insediamento. L’iniziativa, mal digerita dalle autorità centrali negli anni del maccarthismo (che interessò non solo gli Usa ma anche il Canada), avrebbe causato non pochi guai al malcapitato funzionario. Egli aveva battezzato questo esperimento, mirante a sottrarre i residenti nelle riserve all’inedia e alla tentazione dell’alcolismo, sport for all. Qualche decennio dopo la Scandinavia darà vita a una straordinaria diffusione di attività all’aria aperta, sostenuta da politiche ambientali e da un robusto incoraggiamento dello Stato a quello che fu per la prima volta definito “un nuovo diritto di cittadinanza”. All’incentivazione della pratica fisica furono riservati finanziamenti indirizzati alla formazione scolastica, al sostegno di anziani e disabili, all’educazione permanente, all’inclusione dei migranti e alla prevenzione del disagio. Vennero istituiti in tutti e cinque Paesi dell’area enti specificamente preposti allo sport dei cittadini, distinti dalle attività di prestazione, affidate come da noi al comitato olimpico e alle federazioni di discipline. Sull’onda di queste esperienze, anche in Italia, con il Congresso di Perugia del 1990, la vecchia Unione italiana sport popolare (Uisp) si ridenominò Unione italiana sport per tutti e si diede come motto, a identificare la propria missione, la triade sport, ambiente, solidarietà.

Questo cambio di modello presentava un duplice antefatto. Per un verso, intercettava una inedita domanda di sport sociale che nei Paesi del Nord stava già oltrepassando i confini dello sport per tutti, inteso come pura dilatazione del diritto alla pratica ed estensione dell’offerta di attività. Si cominciava a distinguere fra sport for all – orientato a estendere la platea dei cittadini attivi – e sport a misura di ciascuno (for everybody). Con questa denominazione si intendeva evidenziare la ricerca di modalità versatili e in un certo senso personalizzabili, che non solo contribuissero ad accrescere il numero dei praticanti, ma che implicassero una relazione creativa e persino espressiva fra soggetti attivi e tecniche sportive. Questione che rendeva attuale, ad esempio, la comunicazione tramite il gesto corporale fra culture, età e condizioni sociali diverse.  Con ricadute importanti sulla sperimentazione di percorsi di socialità per la prima infanzia, i migranti, le pratiche di genere o quelle estensivamente rivolte ai “non atleti”.

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Bambi e Rambo: la strana sfida

L’altra tematica chiave era ancora una volta quella che riconduceva alla questione ambientale. Per ricostruirne le radici culturali studiosi come il tedesco Henning Eichberg e il fiammingo Bart Vanreusel sono risaliti addirittura alla tradizione centro e nord-europea del “ritorno alla natura”. Un movimento che, alla fine del Settecento, aveva promosso l’abbandono delle monotone attività ginniche, confinate negli spazi disadorni delle palestre del tempo, stimolando la passione per l’escursionismo, per forme di turismo itinerante che anticipavano il contemporaneo trekking, per il nudismo e per la cosiddetta ginnastica filantropica all’aria aperta.

Nel 1786 il naturalista ginevrino Horace-Benedict de Saussurre realizzerà l’impensabile sfida di scalare il Monte Bianco, intendendo così sfatare miti e superstizioni che la tradizione associava ai  malefici segreti della montagna.

Un secolo dopo, il Wandervögel tedesco e il Woodcraft anglosassone ispireranno la formazione del movimento scout e di quello delle guide. Esperienze dettate da una pedagogia rousseauiana, per la quale un rapporto frequente e gratificante con l’ambiente naturale avrebbe reso il corpo dei giovani più forte e il loro spirito più intraprendente.

Decenni più tardi, fra gli anni Sessanta e Settanta del XX secolo, con il running, la corsa libera in ambiente naturale, si aprirà la strada delle nuove pratiche, comprese le attività in acqua come il nascente windsurf, e prese corpo il controverso fenomeno del no limits. Tante e differenti attività, accomunate dal rifiuto per le liturgie regolative e costrittive del fitness di palestra.

Più tardi, le fortune del jogging e delle maratone podistiche o sciistiche resero evidente come la conversione ambientalistica dello sport per tutti fosse divenuto un fenomeno di massa. Non mancarono, però, frizioni crescenti con l’ala dura e pura dell’ambientalismo, timorosa di una colonizzazione dell’ecosistema che avrebbe potuto generare conseguenze devastanti. Il successo degli sport open air produsse infatti un effetto paradossale. Da una parte, essi beneficiavano del valore aggiunto rappresentato dalla qualità di ambienti incontaminati (o quasi) ma dall’altra contribuivano a comprometterli. Vanreusel ha riassunto questa contraddizione nelle icone metaforiche di Bambi e Rambo. La prima rappresenta l’istantanea di sé, il selfie, degli sportivi open air. La seconda la visione elaborata dall’ambientalismo, incline a identificare gli sportivi con orde di barbari invasori. Da questa istantanea dovremo prendere le mosse per un’analisi più completa.

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